Il dolore diventa danza e libertà nel documentario su Elisa: «Le lacrime ci rendono migliori»

Alla Festa del cinema di Roma standing ovation alla prima di “Kintsugi… e sono la mia opera” girato tra Monfalcone e Staranzano. La cantante sulle manifestazioni giovanili: «Se mia figlia andasse a protestare ne sarei orgogliosa»

Elena Grassi
Elisa in una scena del documentario “Kintsugi… e sono la mia opera”
Elisa in una scena del documentario “Kintsugi… e sono la mia opera”

Una moltitudine di fan urlanti di ogni età ha accolto il red carpet di Elisa alla Festa del cinema di Roma, dove venerdì sera la cantautrice di Monfalcone è arrivata per presentare il documentario che la vede protagonista “Kintsugi… e sono la mia opera” di Ludovico Boccianti, proiettato come evento speciale.

In total black lungo con velo in testa su capello sciolto e scollatura generosa, Elisa ha rilasciato dichiarazioni a favore delle proteste a Milano contro il caro vita, il costo della benzina e la pressione fiscale, poiché «la manifestazione è un diritto per la difesa di valori legati alla dignità – ha detto la cantante - se mia figlia andasse a protestare ne sarei orgogliosa».

"Kintsugi... e sono la mia opera": il trailer del docufilm di Elisa

In sala invece si è intrattenuta con il pubblico dopo la proiezione del documentario, a cui è stata tributata una standing ovation per l’intensità del racconto del dolore di Elisa con il cuore spezzato e la meraviglia delle coreografie sulle canzoni del suo nuovo album “Kintsugi” in uscita il 27 novembre.

Non se ne fa mai menzione esplicitamente, ma non è difficile supporre che la fine dell’amore di cui si parla è quella con l’ex compagno musicista e padre dei suoi due figli, Andrea Rigonat, la cui della rottura, forse non a caso, è stata ufficiliazzata proprio in questi giorni.

Il documentario è stato girato tra Monfalcone e Staranzano in parte con macchine da presa degli anni Sessanta e in pellicola per rendere ancor più intime le confidenze che la cantautrice fa sul suo processo di trasformazione e rinascita, tramutando in immagini, danze e musica, le emozioni legate alla creazione dei suoi nuovi brani e alle dimensioni di un’anima sofferente ma estremamente attaccata alla vita, anche nelle sue parti più fragili.

«Il Kintsugi è l’arte giapponese di mettere l’oro nelle crepe di ciò che si è rotto per ricomporlo valorizzandolo – ha spiegato Elisa – che uso come metafora della mia ricomposizione in cui le cicatrici diventano parte di una nuova consapevolezza. Il dolore è un’esperienza da non rifuggire, perché è solo travestito da un manto scuro ma non è negativo, i sentimenti ingombranti, scomodi, gli attacchi di panico, le ansie arrivano per consegnarti una chiave che apre una porta chiusa. Ma è quella porta chiusa che ti fa male, non il dolore che ti sta accompagnando ad aprirla».

Nel suo monologo all’interno del documentario Elisa parla di lacrime che ci rendono migliori, dice di essersi aperta nell’amore fino ad essersi rotta e di aver chiesto alla musica di portala via, di essersi fatta attraversare dalla paura perché le consegnasse il suo messaggio, rendendola così libera e liberata. Un concetto che si esprime nelle riprese dei balli di Elisa su coreografie di Macia Del Prete che sono state realizzate seguendo l’espressività del corpo della cantante.

«La danza mi piace tantissimo perché mentre ballo non penso – continua Elisa – ed è curativo per me, ho chiesto alla coreografa di far emergere il mio mondo nei movimenti e sono entrata in contatto con il mio corpo in modo inedito, libero, profondo».

Le canzoni del nuovo album sono in linea con la sua poetica esistenziale e romantica, ballate con un ritmo pop, versi che s’interrogano sulla fine della sua storia (“non era meglio contare le stelle che tutti gli errori”), o esprimono l'elogio della fatica come una benedizione e non una condanna, e il bisogno di andare avanti anche con le proprie crepe.

Ci sono inoltre rimandi alla complessità del presente con l’iperconnessione che “ha fatto uno spettacolare giro della morte e ci ha disconnessi da noi stessi” o il fenomeno detto Fomo (acronimo di Fear Of Missing Out), il timore di non restare al passo con gli eventi comunicati nei social. «L’invito, se mai ce ne fosse uno – ha chiuso Elisa - è quello di osare l'autenticità, che oggi è un atto di ribellione».

 

Riproduzione riservata © il Nord Est