Cineprime, ecco i film in sala questa settimana: le nostre recensioni
La marginalità secondo Harris Dickinson nel suo (interessante e lucido) esordio alla regia con “Urchin”. L’attore Frank Dillane, splendido protagonista del film, ha vinto il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes 2025, nella sezione “Un Certain Regard”. “L’assurda storia della Gialappa’s Band” racconta di una satira libera e sovversiva, ideata da tre autori, compagni di cella, capaci di lanciare un numero impressionante di comici

La marginalità secondo Harris Dickinson nel suo (interessante e lucido) esordio alla regia con “Urchin”. L’attore Frank Dillane, splendido protagonista del film, ha vinto il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes 2025, nella sezione “Un Certain Regard”.
Tra fiction e animazione (garantisce Zerocalcare), il secondo lungometraggio firmato da Niccolò Falsetti - Caro mondo crudele – è un classico «coming of age» in cui i veri personaggi alla ricerca di una identità sono gli adulti, mentre i giovani protagonisti attraversano una provincia universale e analogica con la loro grave leggerezza.
Operazione nostalgia. Walter Veltroni firma il documentario dedicato ai “tre adorabili cialtroni” della televisione italiana, geniali protagonisti del piccolo schermo senza mai apparire davanti alle telecamere. “L’assurda storia della Gialappa’s Band” racconta di una satira libera e sovversiva, ideata da tre autori, compagni di cella, capaci di lanciare un numero impressionante di comici.
URCHIN
Regia: Harris Dickinson
Cast: Frank Dillane, Megan Northam
Durata: 99’
Voto: 7
È un esordio alla regia interessante quello dell’attore britannico Harris Dickinson, noto per le sue interpretazioni in “Triangle of Sadness” (Palma d’oro a Cannes nel ‘22) e “Babygirl”. Nato dall’esperienza personale di volontariato a sostegno di persone senza fissa dimora e con problemi di dipendenza, il suo “Urchin” riflette sul concetto di marginalità non soltanto come condizione sociale ma esistenziale e sulla difficoltà (forse, addirittura, l’impossibilità) di uscirne. Dickinson racconta la storia di Mike (Frank Dillane, bravissimo a disinnescare sul nascere qualsiasi magnetismo empatico: quando saresti pronto ad “adottarlo”, diventa protagonista di qualcosa di sgradevole o respingente), un senza tetto che vive a Londra, preso in carico dai servizi sociali dopo aver rapinato un uomo che gli aveva offerto da mangiare. Dopo qualche mese in carcere, Mike sembra deciso a tenersi lontano dai guai: ha la sua stanza in ostello, ascolta cassette motivazionali, si impegna come aiuto chef in un albergo decrepito ma cammina sempre sull’orlo del precipizio. E quando la tentazione lo seduce, ricade negli errori di sempre: l’abuso di sostanze, la violenza (anche solo verbale), l’attrazione costante per comportamenti autodistruttivi. Dickinson dimostra di conoscere bene il tema di cui parla senza giudicare mai il suo protagonista: non ne fa né un martire in cerca di riscatto, né un irredimibile scarto della società.
Mike resta un personaggio contraddittorio, vibrante nelle sue nevrosi e negli scatti d’ira, tenero nella sua vulnerabilità. A tratti, persino comico. Non c’è vocazione assolutoria o parabola edificante nelle pieghe di “Urchin” che, al realismo livido e urbano tipico di un certo cinema britannico (Loach, Leigh, Arnold), alterna digressioni oniriche e ancestrali che interrompono la linearità narrativa, senza, tuttavia, risultare mero autocompiacimento estetico. Le grotte rimandano, forse, ad un desiderio primordiale di “ristrutturazione” di un’anima sgualcita dal dolore, dalla droga e dalla strada. Il sottosuolo diventa, così, simbolo di una impossibile collocazione di Mike nel mondo, quello in superficie e, allo stesso tempo, una sorta di rifugio. Ma il buio, il vuoto e la caduta sono anche la presa di coscienza di una condizione dalla quale non ci si può salvare facilmente. Una sofferenza (di cui il regista evita l’estetizzazione) che ha qualcosa di endemico e strutturale in Mike e in tanti, come lui, che condividono questa marginalità.
Un disagio complesso che Dickinson non banalizza ma nel quale, anzi, si immerge con sorprendente profondità di sguardo.
(Marco Contino)
CARO MONDO CRUDELE
Regia: Niccolò Falsetti
Cast: Aurora Malianni, Francesco Turbanti, Petra Valentini, Tana Trocchia
Durata: 105’
Voto: 6

Dopo “Due spicci”, la miniserie d’animazione uscita su Netflix nella scorsa primavera, Zerocalcare (al secolo Michele Rech) torna sul grande schermo collaborando a “Caro mondo crudele”, un film di fiction diretto da Niccolò Falsetti, di cui il fumettista ha curato le sequenze animate. Falsetti ha esordito assieme a Francesco Turbanti nel 2022 con “Margini”, premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia. Anche in “Caro mondo crudele” Turbanti torna a fianco di Falsetti, ma come co-sceneggiatore e interprete di una storia molta delicata e classica, ma pur nella sua linearità, mai banale e originale. Siamo in Toscana, alla fine degli anni Novanta, in un paesino vicino a Grosseto, nella Maremma, tra Albinia, Orbetello, Roccastrada e Gavorrano. Giovanna (Aurora Malianni) è una solitaria adolescente di dodici anni con una fantasia fuori dal comune: quasi naturale il suo incontro con Mirko, stralunato e strampalato compagno di scuola, che la chiama Giovacca.
Sempre in disparte, esclusa dai compagni, tormentata dai bulli e ignorata dagli adulti che vivono in un altro mondo, il suo unico amico è dunque Mirko e quando il ragazzo sparisce all’improvviso, senza lasciare tracce, Giovanna si ritrova sola, piena di domande e travolta da un dolore che nessuno sembra notare, mentre si fa strada l’ipotesi del suicidio. Incapace di rassegnarsi, decide di cercarlo, guidata solo dalla forza dell’immaginazione e da un coraggio impensabile fino a qualche giorno prima.
In questo viaggio di ricerca tra realtà e sogno, in un dialogo continuo col babbo scomparso (animato da Zerocalcare), Giovanna affronta la realtà assieme a una compagna più grande di lei, ripetente quanto disinibita (Tana Trocchia), alla quale si avvicina in un legame di reciproco quanto importante sostegno. Classico romanzo di formazione, “Caro mondo crudele” ha, tuttavia, in sé una serie di elementi, tra il nostalgico e il curioso, che lo caratterizzano in modo originale e non scontato. Intanto il riportare indietro di una trentina d’anni la vicende dei giovani grossetani fa sì che l’uso dei social e dei cellulari sia praticamente azzerato; inoltre il rimando all’animazione come pensiero interiore di Giovanna, se da un lato contribuisce a dare corpo alla sua marginalità, dall’altro invece la connota in chiave autoironica; poi non sono gli adolescenti, ma gli adulti - i professori, tra cui la stessa madre di Giovanna (Petra Valentini) e il suo collega pretendente (lo stesso Turbanti), per non parlare degli altri, tutti molto marginali - i personaggi più in cerca di un’identità che pare sfuggire loro; infine la provincia sullo sfondo resta luogo e cornice di una storia circoscritta, ma universale. Bravi i giovani interpreti esordienti.
(Michele Gottardi)
L’ASSURDA STORIA DELLA GIALAPPA’S BAND
Regia: Walter Veltroni
Cast: Giorgio Gherarducci, Marco Santin, Carlo Taranto
Durata: 105’
Voto: 6,5

«La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste...». Scomodiamo nientemeno che una citazione da “I soliti sospetti” (che riprendeva, in realtà, una riflessione di Charles Baudelaire) per cominciare a parlare del documentario firmato da Walter Veltroni, “L’assurda storia della Gialappa’s Band”. Perché? Perché, in fondo, è come se i Gialappi (al secolo Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto) non fossero mai esistiti, pur avendo frequentato
(prima la radio) e poi, soprattutto, la televisione per 40 anni. Invisibili. Proprio dentro a quel piccolo tempio dell’immagine. La loro genialità è stata proprio quella di apparire, senza apparire. Di ricoprire (fuori campo) un ruolo importante nella storia della televisione italiana, interpretando il ruolo di spalle comiche ectoplasmiche, muniti solo della loro voce. Walter Veltroni racconta la storia di questi “tre adorabili cialtroni”, dai loro esordi a Radio Popolare, al rivoluzionario format di “Mai dire gol”, spettacolo circense, tra scrittura e improvvisazione, che ha lanciato un numero impressionante di comici. E, tutti, sono coinvolti nel documentario per raccontare aneddoti, cattiverie, episodi esilaranti. Un filo rosso li unisce: la nostalgia per quella televisione libera, sovversiva inventata da tre autori che non si definiscono “amici”, ma, semmai, “compagni di cella”: un legame ancora più forte, in un certo senso.
L’operazione nostalgia funziona, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni in cui la satira era davvero tale (erano gli anni di programmi come “La tv delle ragazze”, “Avanzi”, “Tunnel”, “Pippo Kennedy Show” e molti altri) ed è un piacere rivedere gli sketch pioneristici di Aldo Giovanni e Giacomo, Fabio De Luigi, Paola Cortellesi, Luciana Littizzetto, Claudio Bisio, Antonio Albanese e tanti altri. E ripensare a come Marco, Carlo e Giorgio abbiano colonizzato un terreno allora vergine: far ridere del calcio, la seconda religione di Stato, riuscendo a coinvolgere gli stessi protagonisti dello sport in siparietti quasi imbarazzanti.
Certo, il documentario è molto classico (la digressione metanarrativa che ruota intorno alla figura del Mago Forest, altro storico partner in crime della Band, non è riuscitissima), il regista “veltroneggia” un po’ troppo con inserti cinematografici un po’ avulsi dalla messa in scena (Totò, Chaplin tirati in ballo per corroborare la metafora clownesca e circense) e abbozza un tentativo di raccontare, attraverso la storia della tv, anche un pezzo di quella italiana (con immagini di repertorio di alcuni dei momenti che hanno cambiato il corso della nostra Repubblica). Sarebbe stato interessante approfondire le ragioni che hanno portato Carlo ad abbandonare il gruppo o quelle che hanno condotto alla separazione da Teo Teocoli (ma la loro riconciliazione “in diretta” è emozionante).
Ciò non toglie che “L’assurda storia della Gialappa’s Band” sia, comunque, un godibilissimo carosello comico dal quale emergono le singole personalità dei loro demiurghi: Carlo, l’intellettuale, Giorgio, il dissacrante, Marco, il cuore pulsante del trio. Bello rivederli (e, soprattutto, risentirli) ancora insieme, con una promessa (diabolica) che forse non manterranno mai: tornare a lavorare in trio, anche solo per un giorno.
(Marco Contino)
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