Paolini e lo sguardo che va oltre

Lo scrittore e autore teatrale lancia il nuovo progetto StraVedo: riflessioni su acqua, paesaggio e agricoltura tra Cansiglio e Adige

Nicolò Menniti Ippolito
Marco Paolini durante uno degli eventi organizzati con la sua Fabbrica del Mondo
Marco Paolini durante uno degli eventi organizzati con la sua Fabbrica del Mondo

Per i veneziani, lo “stravedo” è quel fenomeno ottico che in condizioni particolari permette di vedere le montagne affacciate sulla laguna. È dunque un vedere di più, un vedere oltre, collegando realtà diverse. Non per nulla Marco Paolini ha scelto di intitolare “StraVedo” il suo nuovo progetto che come spesso gli accade è teatrale, ma non solo.

Con la sua “Fabbrica del Mondo” ha organizzato due giornate di riflessione, di dialogo, di incontro, sulle acque, sul paesaggio, sull’agricoltura, seguendo il modello di Mar de Molada. Il primo sarà il 30 maggio (nuova data causa maltempo il 16 maggio) sulla Piana del Cansiglio, il secondo a settembre sull’Adige.

Anche questo nuovo progetto rientra in quel “Atlante delle rive” su cui state lavorando da un paio di anni?

«Non è una ripetizione, ma un seguito. Mi piace pensarlo come una nuova “puntata”, che riparte dal Veneto, territorio pioniere del progetto. Nel frattempo abbiamo avviato attività anche in Piemonte ed Emilia-Romagna, ma qui proseguiamo un lavoro già avviato con la Regione e Veneto Agricoltura. Sono previste due tappe: una nel Cansiglio, presso l’azienda forestale, e una a Ceraino, nella chiusa dell’Adige. In entrambe, artisti, scienziati e nuovi interlocutori–soprattutto chi lavora la terra–saranno messi a confronto per intrecciare saperi ed esperienze».

Come si articolano queste giornate di lavoro e di incontro?

«Immaginiamo delle camminate al mattino verso luoghi significativi, dove si tengono conversazioni guidate da giornalisti tra agricoltori, tecnici, scienziati e artisti. Non si tratta di conferenze, ma di momenti di ascolto e dialogo cui parteciperemo tutti. Dopo un pranzo informale, nel pomeriggio si tiene una plenaria: i giornalisti restituiscono una sintesi di quanto emerso e Massimo Cirri conduce il tutto, costruendo un canovaccio dinamico. Gli interventi artistici, tra cui i miei, quelli di Andrea Pennacchi e dei fratelli Dalla Via, arricchiranno il racconto prendendo spunto da quanto ascoltato: un teatro che nasce dall’incontro tra esperienze vive».

Gli artisti partono da un testo oppure lavorano in presa diretta?

«Dipende dalla sensibilità di ciascuno. Pennacchi, ad esempio, lavora sugli “animali alieni”, mentre io mi occupo soprattutto di acqua e fiumi. I Dalla Via hanno sviluppato un progetto sull’Antropocene. Possiamo lavorare a soggetto, ma anche attingere al nostro repertorio. Molto dipende anche dalla regia leggera e ironica di Cirri, che tiene insieme le tre ore pomeridiane. Il paesaggio in tutto questo non è uno sfondo, ma un interlocutore attivo: dialoga con noi e orienta i contenuti».

L’acqua assume un ruolo centrale anche in questa nuova sfida?

«Il titolo del primo incontro è “Il richiamo dell’agroforesta” e ovviamente c’è un rimando a Jack London; ma in realtà l’agroforesta riguarda un paesaggio veneto che è esistito fino a meno di un secolo fa, quando gli alberi stavano in mezzo alle coltivazioni. La loro scomparsa, dovuta alla meccanizzazione, ha comportato anche una perdita di fertilità del suolo. L’humus si sviluppa con l’acqua ed è fondamentale per l’equilibrio dei suoli. Oggi affrontiamo fenomeni nuovi: non solo siccità, ma crisi idriche legate a cambiamenti nelle precipitazioni. Qui entrano in gioco non solo gli scienziati, ma anche l’esperienza degli agricoltori, che osservano il campo ogni giorno e percepiscono mutamenti concreti rispetto al passato».

Che impatto ha questo tipo di lavoro su di lei, dal punto di vista teatrale e personale?

«Mi dà energia e motivazione. Fare l’autore significa avere qualcosa da dire, e per questo bisogna muoversi, studiare, ascoltare. Questo progetto mi permette di imparare continuamente. Ho lavorato su fiumi nascosti, sull’acqua, sul Po: ogni volta nascono nuove connessioni tra storia, geografia e biologia. È un modo di raccontare che unisce ciò che spesso viene separato, generando nuove storie e nuovi stimoli creativi».

L’ingresso di Pennacchi in questa fase è venuto naturale?

«Non è stata una novità improvvisa, ma una convergenza attesa. Il problema semmai era trovare il tempo, perché Andrea è molto impegnato. Ma l’interesse e la disponibilità reciproca ci sono sempre stati: era solo questione di occasione».

La partecipazione è gratuita su prenotazione lafabbricadelmondo.org.

 

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