Andrea Molesini torna in libreria: «Il rapporto tra padre e figlio, il Lido e la guerra»
Esce per Sellerio “La macina della risacca”, nuovo libro dello scrittore, poeta e traduttore veneziano. «Raccontare è un modo per fare pace con il passato»

Poeta, traduttore di autori come Ezra Pound, Ted Hughes, Derel Walkott, Faulkner, nonché docente di Letterature comparate all’Università di Padova e premio Andersen alla carriera per la letteratura per ragazzi, il veneziano Andrea Molesini ha esordito in modo folgorante nella narrativa nel 2010 con Non tutti i bastardi sono di Vienna, che ha vinto il Campiello, il Comisso, ha superato le venti edizioni, tradotto in 15 lingue. Poi altri romanzi, spesso di contesto veneziano, come La primavera del lupo, Presagio, Il rogo della repubblica e ora La macina della risacca (Sellerio, p.424, 17 euro) che ambienta al Lido di Venezia, nell’Ospedale al mare, il confronto tra un padre e un figlio, incentrato sugli anni finali della Seconda guerra mondiale.

Il Lido, la spiaggia, il mare, hanno un ruolo centrale.
«Il libro è anche un memoir, racconta una storia reale, quella che mio padre mi ha raccontato mentre stava morendo. È accaduto davvero, all’ospedale al mare del Lido di Venezia, che si affaccia sulla spiaggia. Il mare è una presenza costante: si sente sempre, non smette mai di “suonare”. A volte è un rumore lieve, altre è una tempesta. Questa presenza sonora è diventata parte integrante del racconto».
Il titolo sembra la chiave interpretativa dell’intero libro.
«La macina della risacca è una metafora molto naturale di ciò che fa la storia, ma anche di ciò che fa la memoria. Noi stessi, in fondo, siamo ciò che viene macinato, la farina prodotta da questo processo continuo. La memoria rimugina, seleziona, trattiene solo ciò che può essere utile o significativo. E nella parola “macina” c’è anche una certa violenza, un’idea di forza impersonale. La risacca, con il suo movimento incessante, leviga conchiglie e pietre, trasformandole lentamente in sabbia. È una violenza lenta, metodica, indifferente come quella del tempo».
È anche il modo di raccontare del padre.
«Il racconto procede per macinazione: il padre rivela la propria identità poco alla volta, tornando sugli stessi eventi. Racconta la sua giovinezza, la guerra, e tutto questo emerge lentamente. La risacca è un movimento di andata e ritorno, come il racconto e la memoria. Nel libro il mare è come una grande strada senza segni, senza tracce del nostro passaggio, a differenza della terra, che conserva le nostre impronte, case, cimiteri. Il mare è l’illimitato, l’Apeiron dei Greci: mistero, bellezza, pericolo».
Attraverso il racconto il padre resta vivo.
«Una parola fondamentale nel libro è “ascolto”. Il romanzo si apre con ascolto come verbo e si chiude con ascolto come sostantivo. Si parte da un’azione e si arriva a una condizione, a una permanenza. Finché si ascolta, si è vivi. L’ascolto diventa il principio e la fine della memoria, ma anche della vita stessa. In fondo, vivere è restare in ascolto del mistero che ci circonda».
La guerra è un tema ricorrente nei suoi libri. Ora che ci circonda è cambiato il modo di scriverne?
«Chi non ha vissuto davvero una guerra non può comprenderla fino in fondo. Mio padre ne ha attraversate due, e il suo sguardo era molto netto: noi oggi tendiamo a parlarne con una certa superficialità. Ci raccontiamo che esistono guerre giuste, difensive, ma la guerra è sempre un’immensa tragedia. Si parla di riarmo come se fosse inevitabile, ma la storia ci insegna che porta quasi sempre alla guerra. Nel libro il padre dice che la guerra va disonorata anche se è vero che la guerra, a partire da Omero, produce racconto, epica, memoria, mentre la pace non lo fa».
Molti autori della sua generazione sembrano sentire il bisogno di riconciliarsi con quella precedente.
«C’è stato un momento di rottura, poi è arrivato il bisogno di ricomporre. Raccontare è un modo per fare pace con il passato, per sciogliere rancori tra padri e figli. È un movimento naturale, la letteratura lo riflette».
Padre e figlio sembrano ritrovarsi nel culto della correttezza della parola, quella tecnica e quella poetica.
«La ricerca del mot juste, della parola giusta è per me quasi una religione, ma lo è per qualunque scrittore. La frase perfetta è quella dove il suono calza il senso e il senso calza il suono, come la scarpa e il piede. In letteratura la difficoltà è quella di usare le parole che dicono tutti per fare frasi che non si sentono mai».
Le voci del padre e del figlio sono simili ma distinguibili.
«Padre e figlio si somigliano sempre più di quanto credano. Tuttavia, ho cercato di differenziarli nei dettagli: il padre usa spesso metafore legate al mare, mentre il figlio è più letterario, più incline alla citazione. È una differenza sottile che riflette anche la distanza tra esperienza vissuta e interpretazione culturale».
Nel libro trova spazio una doppia memoria: quella del padre e quella del figlio. Perché?
«La storia non è mai ciò che è accaduto, ma ciò che ricordiamo e raccontiamo. È sempre una ricostruzione, influenzata dai nostri pregiudizi. Ogni epoca interpreta il passato in modo diverso. In questo senso, il libro è anche una riflessione sul racconto stesso: su ciò che scegliamo di conservare e su come lo trasmettiamo. Nessuno è “figlio bastardo del proprio tempo” - come dice Shakespeare- e la memoria è sempre una forma di interpretazione».
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