Ricostruire per la vita al Musme, il professor Bassetto: «Aiutiamo il corpo a rigenerarsi»
Al Musme di Padova la mostra Ricostruire per la vita racconta storia e futuro della chirurgia plastica ricostruttiva. Il professor Franco Bassetto illustra le nuove tecniche per curare ustioni, traumi e amputazioni e le frontiere della medicina rigenerativa

Qual è il punto in cui la ricerca di un ideale estetico finisce per creare un mostro? Al Museo di Storia della Medicina – Musme di Padova lo decidono i visitatori, muovendo un cursore che modifica i lineamenti di un volto. Invita a farlo Ricostruire per la vita, la mostra immersiva che fino al 31 marzo racconta la storia e le nuove frontiere della chirurgia plastica ricostruttiva e rigenerativa. A guidarne il progetto scientifico è Franco Bassetto, direttore della Chirurgia Plastica dell’Azienda Ospedaliera-Università di Padova.
Professor Bassetto, come nasce questa mostra?
«La tragedia di Crans-Montana ha richiamato l’attenzione sui grandi ustionati, suscitando molte domande sulle possibilità di cura e sul futuro dei ragazzi feriti, alcuni dei quali ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano dove ho partecipato al coordinamento scientifico di quella dolorosa emergenza. E come presidente della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica mi sono trovato spesso a spiegare ai media il nostro ruolo nella cura di traumi così gravi, facendo anche conoscere meglio una chirurgia troppo spesso identificata con i ritocchi estetici e i loro eccessi. Da qui è nata l’idea del Musme di approfondirne il significato con un’esposizione, accessibile a tutte le età, che racconta la chirurgia plastica attraverso storia, scienza e dimensione umana».
E non è una storia recente come si potrebbe credere.
«In mostra partiamo dalle sue origini nell’India antica, dove si ricostruivano i nasi amputati per punizione. Quelle conoscenze arrivarono lentamente in Italia e nel Cinquecento Gaspare Tagliacozzi, antesignano della chirurgia plastica, diede loro dignità universitaria. Nel Novecento furono soprattutto le guerre mondiali ad accelerarne lo sviluppo: la Prima provocò molte mutilazioni al volto che fecero nascere nuove tecniche ricostruttive; la Seconda moltiplicò invece le ustioni, richiedendo trattamenti specializzati. E Giovanni Dogo, dopo un’esperienza nei centri inglesi per soldati ustionati, fondò nel 1952 la scuola padovana di chirurgia plastica e fu anche un pioniere nell’impiego della pelle prelevata da un donatore per proteggere temporaneamente le ferite in attesa della ricostruzione. Il suo successore, Francesco Mazzoleni, sviluppò nuove tecniche ricostruttive e completò il progetto della banca dei tessuti. Io rappresento la terza generazione di questa scuola e oltre che nella continua ricerca del nostro lavoro sono anche impegnato a far conoscere le sue implicazioni psicologiche, sociali ed etiche».
Le guerre, purtroppo, sono tornate nel vostro lavoro.
«Nel nostro reparto abbiamo accolto dodici bambini arrivati da Gaza e giovani amputati dall’Ucraina, cui abbiamo trattato gravi traumi, ustioni, ferite complesse e anche ricostruito arti. La mostra presenta anche la mano bionica padovana che sostituisce quella amputata e, collegata ai nervi preparati dal chirurgo, permette di comandarne i movimenti e percepire sensazioni. Semplici prove tattili lungo il percorso della mostra fanno capire il valore di questa sensibilità che oggi si può ritrovare».
La chirurgia plastica può restituire un’identità, ma anche trasformarla. Dove sta il confine?
«Pensiamo a una donna operata per un tumore al seno: oggi possiamo ricostruire la mammella già durante l’intervento oncologico, aiutandola a ritrovare subito la propria immagine. E anche le ustioni e le lesioni del volto hanno conseguenze profonde sull’identità e sulle relazioni sociali che il nostro intervento può curare ben oltre l’aspetto medico. Anche nella chirurgia estetica il principio dovrebbe essere quello di correggere senza snaturare, rispettando l’armonia delle forme e il benessere psicofisico del paziente. Quei risultati mostruosi che talvolta vediamo, magari ispirati ai modelli estremi diffusi sul web, non hanno nulla a che fare con questa concezione della medicina».
Quali sono le nuove frontiere della chirurgia rigenerativa?
«A Padova siamo il riferimento italiano per la sperimentazione condotta da un’azienda svizzera di biotecnologie: da quattro centimetri quadrati di pelle del paziente se ne coltivano in laboratorio quattrocento. Un’altra ricerca studia come favorire la ricrescita dei nervi danneggiati con materiali derivati dalla seta del baco. Sono due progetti che aprono prospettive straordinarie, che presentiamo anche in mostra per raccontare una nuova fase della chirurgia ricostruttiva: aiutare il corpo a rigenerare ciò che è andato perduto».
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