Nello Cristianini e la rivoluzione dell’AI: «Rallentiamo per comprenderla»
Il monito dello scrittore: «Le macchine interagiscono già con noi, inutile negarlo. I software avranno evoluzioni rapidissime, siamo all’inizio di una nuova era»

«Avevo in mente la direzione, non certamente la velocità della rivoluzione. Suppongo che fra 5 anni avremo versioni molto più potenti dell’AI, cose che non riusciamo nemmeno a immaginare. Il tema è la velocità del cambiamento e della capacità della nostra società di assorbirlo».
Parole di Nello Cristianini (Gorizia, 1968), informatico e scrittore, docente di Intelligenza artificiale presso l'Università di Bath. Lo incontriamo a margine della cerimonia che gli ha appena conferito il premio Civiltà Veneta 2026 di Fondazione Masi e lungo l’intera conversazione rifiuta di vestire i panni di colui che, dinanzi alla rivoluzione annunciata rispetto alla pervasività dell’AI nella sfera dell’umano, predice il futuro. Resta saldamente ancorato ai suoi studi in fisica e informatica.
Ma il concetto implicito di questo dialogo, proprio perché è impossibile leggere il futuro anche prossimo, è semplice: sarebbe meglio rallentare, per capire bene gli effetti di questa rivoluzione.
In fondo a lanciare allarmi in questo senso sono addirittura alcuni dei principali attori delle big tech. Come mai proprio loro?
«Non è necessario essere sospettosi, riguardo agli allarmi che giungono da tanti protagonisti delle big tech nel campo dell’Intelligenza artificiale. Sono loro i primi a vedere cosa ci può riservare il futuro. Perché a guidare sull’AI non è l’accademia, ma sono i laboratori delle imprese, americane e cinesi soprattutto».
La teoria è nota: non è la prima volta che nella storia dell’umanità interviene un’innovazione tecnologica disruptive.
«La macchina a vapore ha avuto un impatto enorme, ma lungo 150 anni. I software dell’AI avranno invece evoluzioni rapidissime, a rallentare un po’ saranno le centrali elettriche o i centri di calcolo necessari a far funzionare il servizio. Ma siamo all’inizio di una nuova era».
Che effetti può produrre l’AI nel mondo del lavoro?
«Non lo sa nessuno. Il punto è che non esistono regole e che non vi è un’autorità pubblica di scala globale in grado di scriverle. Per esempio, le macchine possono essere tassate e a quali fini? In fondo, l’unica entità sovranazionale che ha poteri normativi, e dichiara sensibilità culturale e giuridica verso questo fenomeno della storia umana, è l’Unione europea, che però non possiede un proprio settore digitale all’avanguardia e che da eventuali politiche restrittive patirebbe pesanti conseguenze».
Ma da informatico che applicazioni vede di maggior impatto?
«Vedo che l’AI sarà in grado di programmare i computer e se stessa, che sarà in grado potenzialmente di mettere a repentaglio le infrastrutture che oggi magari resistono agli hacker umani. Non nego affatto, insomma, che vi siano rischi incombenti».
Ma la comunità scientifica mondiale sta discutendo di questi rischi o la partita è totalmente nelle mani delle big tech?
«La comunità accademica almeno da una decina d’anni si sta interrogando riguardo agli aspetti etici, filosofici, giuridici, economici relativi all’AI ma spesso senza averne adeguata conoscenza tecnologica. Ed è per questo che ho voluto portare il mio contributo, con quattro libri che si propongono proprio di raccontare i fatti a politici, colleghi scienziati, giornalisti, pubblico in genere. Dobbiamo capire le macchine e solo poi parlarne».
E le macchine cosa possono capire?
«Qualche settimana fa una macchina ha risolto un problema relativo all’equazione di Navier-Stokes, che nessun umano era mai riuscito a risolvere. Lo dico a quelli che eludono il tema e che sostengono, volendosi rassicurare, che le macchine sanno solo ripetere a pappagallo. Non è vero, meglio uscire dalla comfort zone».
Cosa significa comprendere per una macchina?
«Nel mio libro Forma mentis parlo di reti neurali che, per esempio nel caso della macchina chiamata Mythos, consistono di diecimila miliardi di connessioni e che contengono milioni di concetti. Concetto è l’idea di ragno o del Golden gate. La macchina sa già oggi trattare milioni di concetti fondamentali come questi e interagisce con l’uomo».
Nell’interazione ritiene che vi possa essere una modificazione della mente umana?
«Da sempre la tecnologia seleziona individui che entrano in relazione con essa. E venendo al digitale sappiamo dal 2014 dei rischi che implica l’uso dei social media, in termini di dipendenza comportamentale, specie nei processi cognitivi dei più giovani. Ma non disponiamo ancora di studi e di evidenze riguardo all’effetto che l’intelligenza artificiale può avere sull’intelligenza umana. Non lo sappiamo».
Concludiamo con una domanda personale: ha mai cercato di rientrare professionalmente in Italia?
«Non mi sento un cervello in fuga. Ho moglie e figli in Gran Bretagna, Paese che ha creduto in me. Ma sono grato all’Italia: a Trieste ho frequentato un’università di altissimo livello e a Gorizia un liceo classico indimenticabile».
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