Gli scatti di Guido Guidi, un antidoto alla fretta

A Venezia la mostra “101 fotografie”: omaggio al maestro nel centenario dell’Università Iuav che lui ha frequentato come studente e come tecnico di laboratorio

Michele Gottardi
La mostra "101 fotografie" allestita al magazzino 6 di santa Marta
La mostra "101 fotografie" allestita al magazzino 6 di santa Marta

La fotografia come antidoto alla fretta, alla velocità di un pensare che il disegno riflette con tratti nervosi. «A un certo punto della mia vita professionale mi accorsi che disegnavo in maniera più veloce del pensiero: per questo ho dovuto fermarmi e iniziare a fotografare». Guido Guidi, un maestro della fotografia italiana e internazionale, romagnolo di Cesena dove è nato nel 1941, ha inaugurato ieri al magazzino 6 a santa Marta la sua mostra “101 fotografie” che si inserisce nelle manifestazioni che l’Università Iuav di Venezia ha messo in cartellone per celebrare il centenario dell’ateneo.

Una scelta non casuale, quella di rendere omaggio a Guidi, perché in questo modo si celebra a sua volta il suo profondo legame con Iuav, dapprima come studente (vi si iscrisse nel 1959), poi come tecnico di laboratorio dopo aver vinto un concorso perché iscritto da un amico, e infine docente di fotografia dal 2001 al 2014.

Guido Guidi a Spilimbergo (1997) in una foto di Stephen Shore
Guido Guidi a Spilimbergo (1997) in una foto di Stephen Shore

La mostra, come ha ricordato Stefano Munarin uno dei curatori assieme a Michele Buda, Antonello Frongia e Andrea Pertoldeo, offre l’occasione di ripercorrere l’attività di Guidi, ma soprattutto di riflettere sul ruolo della cultura fotografica, che per l’artista romagnolo ha sempre avuto una finalità e una valenza didattica.

L’incontro con la fotografia inizia a 15 anni: nel 1956 uno zio, per sdebitarsi col nonno di Guido, regala al ragazzo una Zeiss Icon Nettax a soffietto. Poi pian piano, nel tempo, l’evoluzione verso il banco ottico (una grande Deardoff 8x10), perché, ricordava lo stesso Guidi ieri, permette di non pensare, impegnati a rifare gli stessi gesti, inquadrare, posizionare l’obiettivo, scattare, senza correre, senza riflettere troppo. A Venezia Guidi incontra i grandi nomi dell’architettura italiana, archistar ante litteram, da Carlo Scarpa a Bruno Zevi, da Bruno Mauri a Luigi Veronesi. Ma incontra anche Italo Zannier, e in seguito anche Paolo Costantini, poi prematuramente scomparso, che lo indirizzano e lo sostengono nelle sue scelte professionali ed estetiche. Scelte che nel tempo si sono modificate grazie proprio ai rapporti nati nel chiostro dei Tolentini, con architetti e urbanisti: è dal confronto con loro, infatti, che Guidi indirizza la sua attenzione verso le trasformazioni del territorio contemporaneo, esplorando il Veneto, le città di pianura in primis, ma anche i cantieri Ina-Casa sparsi per l’Italia tra il 1949 e il 1963 (non a caso due delle sezioni della mostra), oltre alla ricostruzione delle città tedesche o la dismissione di Porto Marghera. Immagini dalle quali traspare quell’intento caro a Pier Paolo Pasolini che è «cogliere le cose dal nulla», fissare quella “qualsiasità”, quell’ordinario che era anche un must del poeta del neorealismo, Cesare Zavattini.

Guido Guidi, Piazzola sul Brenta, frazione di Presina, Chiesa di Santa Colomba (1985)
Guido Guidi, Piazzola sul Brenta, frazione di Presina, Chiesa di Santa Colomba (1985)

Un muro sbrecciato, una selciato imperfetto, due ragazzi che giocano a pallone, l’insegna di una trattoria un po’ scalcinata, ma che racchiude sicuramente un’atmosfera calda, condivisa, mentre una persona si avvicina, incuriosita. Questi sono i temi che Guidi ritrae per anni, temi seri perché come lui stesso ricorda «non posso avere ironia perché sono dentro a ciò che riprendo. Se mi identifico, come faccio a giudicare? Sono quella cosa là, punto e basta». Questa fotografia lenta, ripetuta, ciclica, spinge però ad andare oltre, a cogliere i segnali nascosti oltre la banalità del quotidiano. A far porre, ad esempio, agli urbanisti domande su spazi, insediamenti, arredo. Il ruolo dei Maestri quindi diventa insostituibile: ecco allora che la terza sezione dedica un focus alle loro opere, Le Corbusier, Scarpa, Zevi, opere, citazioni, rimandi.

Perché la fotografia con Guidi diventa a pieno diritto sapere, mai solo un sapere scientifico, che coltiva e non prevarica la cultura, anzi permette di ritrovare un’innocenza che la fretta mette da parte, esclude. L’orizzonte di Guido Guidi è reale, è fatto di un tempo che passa in modo concreto, ricorda il Maestro, «non si rivolge verso l’infinito, che è contemplabile, ma non descrivibile. Perché il tempo è come la prospettiva, tende all’infinito, ma non lo raggiunge». Forse proprio per fissare questo tempo, prima dell’evoluzione, lo Iuav ha commissionato a Guidi di fotografare i magazzini Ligabue prima del restauro che hanno portato alle aule di didattica, a fianco di quelle analoghe di Ca’ Foscari, un rilievo fatto nel 2001 e che costituisce la quarta sezione della mostra.

E come per i suoi maestri, anche per Guidi la didattica ha avuto, e ancora ha, un valore assoluto: il suo insegnamento, attraverso l’attività diretta, le lezioni allo Iuav nelle sedi di villa Franchetti a Preganziol o a ca’ Tron, a Venezia, o all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, i workshop e i seminari, sono stati momenti irrinunciabili della carriera, “piccoli cenacoli” dove far crescere generazioni di fotografi che prima di tutto erano cultori di un sapere che dove essere tramandato, condiviso, attraverso la storia della fotografia, per creare ancora una volta un dialogo con le altre arti e col mondo, oltre l’obiettivo.

Guidi, che ha allestito e partecipato a sue personali in ogni parte del mondo è stato celebrato nel 2024 anche dal MAXXI di Roma: in questo occasione il videoartista Alessandro Toscano ha realizzato il documentario Da Guido, che viene presentato anch’esso in mostra (aperta sino al 18 dicembre, dal lunedì al venerdì, 9-19), assieme a una sintesi di testi, cataloghi, schizzi, libri e appunti di lavoro del Maestro.

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