Del Toro porta a Venezia il suo Frankenstein: i veri mostri siamo noi
Guillermo del Toro ribalta l’idea tradizionale del mostro e mette al centro fragilità, perdono e amore. Con Jacob Elordi, Oscar Isaac e Mia Goth

Non ci sono mostri nel cinema di Guillermo del Toro. O meglio, non nel senso tradizionale del termine.
Le sue sono creature, presenze altre rispetto all’uomo, capaci di costruire mondi e relazioni che oscillano tra il fantastico e il reale. Amato dai cinefili fin dai tempi de “Il labirinto del fauno”, premiato a Venezia con "La forma dell’acqua”, il regista messicano torna ora in Concorso con quello che definisce il suo sogno di ragazzo: Frankenstein.
«Sono contento di non averlo realizzato vent’anni fa» ha detto del Toro in conferenza stampa «Imparo ogni volta dai miei film, e se l’avessi fatto allora non sarebbe stato all’altezza di questo che considero il film che ho sempre sognato di fare».
Come sempre nel suo cinema, le creature non sono mai cattive, basti pensare al mostro acquatico di "La forma dell’acqua” o a “Hellboy”, senza dimenticare anche l’efficace rivisitazione della fiaba di “Pinocchio” realizzato in stop motion grazie al consistente budget messo a disposizione da Netflix, che ha rinnovato la collaborazione con Del Toro anche per quest’ultimo costosissimo e visivamente magnifico film, che prima di arrivare in piattaforma avrà comunque un passaggio nelle sale cinematografiche.
Nei film di del Toro, i veri mostri sono spesso gli uomini, crudeli, violenti, autoritari. In questo senso è calzante l’equivoco che spesso viene fatto confondendo Frankenstein con il mostro, quando in realtà è il cognome del suo creatore, Victor. Il soprannaturale diventa un rifugio dalla durezza della realtà storica o personale: i mondi magici sono vie di fuga da oppressione, guerra e violenza.
Anche gli ambienti, case, labirinti, orfanotrofi, castelli, diventano personaggi, luoghi abitati da memorie e traumi. Per “Frankenstein”, del Toro ha scelto una creatura: «bella, come una statua di alabastro, senza suture visibili come vorrebbe la tradizione».
Non a caso per interpretarlo è stato scelto Jacob Elordi uno degli attori più amati del momento grazie alla serie tv “Eupohoria” e al film “Saltburn”. Il film nasce da una domanda antica: «Che cosa ci rende umani? Viviamo in un tempo di intimidazione e terrore, ma la risposta è perdono e amore. Abbiamo diritto all’imperfezione, diritto a restare umani in un mondo che ci spinge verso semplificazioni sempre più polarizzate e manichee».
A chi gli chiede se questa sia una metafora della deriva tecnologia che rischia di travolgerci, il regista risponde: «Per me l’intelligenza artificiale non è spaventosa. Mi spaventa la stupidità naturale, che purtroppo abbonda». Accanto a lui, un cast che ha abbracciato il progetto con la stessa intensità. Mia Goth, che dà volto a Elizabeth Lavenza, ha sottolineato la dimensione intima del racconto: «Nelle pagine di Mary Shelley ho sentito il dolore dell’isolamento, la sensazione di non appartenere a nessun luogo. È un testo necessario e ho percepito una grande pressione nell’interpretarlo, ma quella pressione mi ha aiutata».
Oscar Isaac, nel ruolo di Victor, ha parlato di un film che interroga la fragilità emotiva: «Questo film chiede come si possa andare avanti con un cuore spezzato». Ricordando come quest’opera sia uno dei grandi romanzi gotici del romanticismo inglese.
Infine Jacob Elordi, il nuovo Frankenstein, ha raccontato di essersi abbandonato completamente al ruolo: «Ho potuto riversare nella creatura tutto me stesso, tutto il mio inconscio, la mia vita. A confermare il suo momento di successo e di feeling con il pubblico il red carpet che ha lo ha visto protagonista. Generoso con i fan che lo hanno chiamato dalle transenne per foto e selfie. Elordi, con il suo sorriso splendido splendente, non ha fatto il prezioso dimostrando di aver tutte le carte in regola per diventare un vero divo. Altrettanto disponibili lo stesso Del Toro, Mia Goth e Oscar Isaac.
Per del Toro, la fedeltà al romanzo non significa reverenza museale. «Mary Shelley aveva solo diciannove anni quando lo scrisse, e lo fece ponendo domande che nessuno osava fare in quel periodo. Io ho cercato di assorbire la sua voce. Non volevo un classico imbalsamato, ma un film urgente, capace di parlare all’oggi. Da cattolico ho sempre trovato potente l’uso delle parabole. Storie che non danno risposte, ma ti aiutano a riflettere mettendo a fuoco meglio le domande che sarebbe giusto farsi».” E così il regista che ha trasformato i mostri in specchi dell’anima umana ha finalmente dato vita al suo Frankenstein: fragile, imperfetto, spaventoso, ma profondamente vivo.
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