Pierantonio Novara racconta Mazzacurati: «Noi fratelli di cinema, quanta nostalgia»

Parla dal buen retiro degli Alberoni “Noki” Novara, amico, attore e assistente del regista scomparso a Padova nel 2014: «I suoi film sono ancora attuali. Era un catalizzatore di amicizie, con lui potevi parlare di tutto con semplicità»

Costanza Francesconi
Carlo Mazzacurati con Pierantonio Novara
Carlo Mazzacurati con Pierantonio Novara

Avvolge il tabacco con la dovizia di un monaco e la disinvoltura di chi ne ha fatto un adorabile vizio. Marca American Spirit. Quanto fuma Pierantonio? «Più che posso», risponde ridendo. «L’ho sentito dire la prima volta a Raul Gardini che non smetteva neppure a bordo del Moro di Venezia».

Una battuta e una lacrima. Il padovano Pierantonio “Noki” Novara, 68 anni a settembre, ripesca una parola dietro l’altra il lessico familiare condiviso con Carlo Mazzacurati. Di lui fu amico di una vita, assistente, aiuto regista e attore in piccoli ruoli.

«Parlerò del Mazzacurati uomo, non dell’artista», chiarisce intento ad accendersi finalmente la sua sigaretta. È un pomeriggio d’estate, si chiacchiera seduti su uno sdraio in spiaggia agli Alberoni, da metà degli anni Novanta il suo buen retiro estivo.

«Sono passati dodici anni dalla morte di Carlo. Ora lo riesco a ricordare con piacere, senza sofferenza. Però diamoci del tu, e chiamami Noki».

D’accordo, ma perché Noki?

«Dal mio cognome Novara. Quando sei meravigliosamente stupido, a quindici anni, c’è sempre un amico che dà soprannomi a tutti. E a me, che ero piccoletto, è toccato Noki».

Quando ha conosciuto Mazzacurati?

«Avevo 21 anni mentre lui girava alcune scene del suo primo lungometraggio in un campo da rugby. Vagabondi, si chiamava. Prodotto dal nonno toscano, un matto di prima categoria. All’epoca io giocavo al Cus Padova. La nostra amicizia è iniziata così. Erano in cinque fratelli, in quel periodo frequentavo la compagnia di sua sorella Cristina. D’estate tutta Padova andava a trovarli nella casa di Bibbona. Un episodio ci ha particolarmente legati. Eravamo al mare, c’erano onde molto grandi, un rumore infernale. Mi accorsi che uno dei suoi amici stava affogando e lo salvai. E poi mi diceva sempre che parlavo come la sua tata di Polverara. La nonna, invece, era di Piove di Sacco come me».

Com’è iniziata la sua avventura nel cinema?

«Ci divertivamo un mondo in campagna e a vedere le proiezioni a Venezia. Ricordo, nel 1981, i pianti a Mestre alla prima di Ti ricordi di Dolly Bell? di Kusturica. Poi la barca in società, una passera di Lussino in legno con cui raggiungevamo Pellestrina, e l’anno in cui Fassbinder chiese a Carlo se aveva da accendere fuori dal Lion’s bar al Lido. Lui una parete di pearcing, noi poco più che ventenni, in visibilio. Per Notte italiana (1987), la troupe era a Rosolina.

Mentre giravano andavamo a trovare Paolo Brigenti sui Colli Euganei. E alla Sagra di Carrara Santo Stefano io e Carlo salimmo sulla giostra delle gabbie, una cosa d’altri tempi. Non mi capacito di come facessimo senza telefonini ma ci si trovava. Finché un giorno dissi: “Noleggio una roulotte, voglio seguirvi”. Lì Marina propose che diventassi assistente regista. È lei che devo ringraziare, Marina Zangirolami, sua moglie, la sua compagna per la vita. Si erano messi assieme al liceo, come Carlo fa dire anche a Fabrizio Bentivoglio, quando parla di Isabella Ferrari ne La lingua del santo».

Prima di lavorare nel cinema, lei cosa faceva?

«Di giorno vendevo la pubblicità per i giornali, la sera facevo il cameriere all’osteria l’Anfora, a Padova. Mi ero diplomato al liceo Fermi, succursale di Piove».

Qual è stato il suo primo film con Mazzacurati?

«Il toro (1994). Ungheria, meno 25 gradi, due mesi di preparazione. Siamo andati in cerca di profughi bosniaci dislocati in giro per l’Italia nei siti della Croce Rossa. Partiti da casa di Carlo, superato il cancelletto, mi disse: “Da ora dinnanzi è tutto lavoro”. In effetti, da quel momento abbiamo vissuto in simbiosi. Vesna va veloce (1996), L’estate di Davide (1998), La lingua del santo (2000), A cavallo della tigre (2002), La giusta distanza (2007), dove ebbi un piccolo ruolo. Più avanti, La sedia della felicità (2013)».

Il suo suo film preferito?

«Un’altra vita, uscito nel 1992».

Perché Mazzacurati aveva una marcia in più?

«Sapeva parlare agli esseri umani. Sul set e attraverso il grande schermo. Puoi cambiare le targhe, il denaro, ma i suoi film puoi ambientarli adesso. Tengono. Non ha mai fatto differenza tra figurazioni e grandi attori, anche negli anni in cui le comparse erano carne da macello. Un insegnamento che viene da Marina. Bisogna sempre ricordarla. Era suo aiuto regista, si è fermata soltanto quando aspettava la loro figlia Emilia. Nel 1974, sosteneva i primi decreti delegati. Erano gli anni del femminismo e quelli i primi segnali di una lotta giusta».

Qual era la loro formula sul set?

«Una famiglia fatta di gente tecnicamente bravissima, ma brave persone. Carlo non ha mai urlato sul set. Sapeva di pittura e letteratura. Di immagini, di immagini in movimento, di musica e di fotografia. Andavamo in giro e ovunque fossimo ci portava a vedere una mostra, mai esibendosi come il più preparato, sebbene lo fosse. Era completo. Sapeva di tutte le arti e le combinava. Per quello ci metteva due anni a fare un film. Ed era pure psicologo, perché non ho mai visto nessuno lavorare così bene con gli attori».

Ricorda qualche aneddoto?

«In L’estate di Davide vediamo un guidatore di trebbia. In Vesna va veloce, un uomo che guida un camion in autostrada a Ceggia e a cui passa davanti un attore che simulavamo venisse investito. Gente comune. Ecco, Carlo diventava pazzo per queste persone. Persone generose. Quello della trebbia, quello del camion. Apprezzava la bravura nel fare un lavoro. La stessa descritta da Mario Rigoni Stern nel ritratto che di lui Carlo ha ideato e filmato, come di Meneghello e di Zanzotto, e in cui Stern dice quanto importante sia e quanto dia forza saper fare bene un’aiuola dell’orto. Da noi in Veneto si dice commessa, oppure una pigna di legna da ardere. Quanta dignità per un essere umano. L’impegno che mettevano queste figurazioni le rendevano per Carlo importanti quanto l’attore protagonista».

Perché vieni a fare il bagno agli Alberoni?

«È il mio mare da più di trent’anni. Da quando Stefano, padovano anche lui ma umbro di origine, ha visto su Aladino che terminava la vecchia gestione dei Bagni Alberoni. Era il 1995 quando con Daniela, allora sua moglie, ha preso in mano lo stabilimento. Il traguardo del mio periplo infinito da Piove. Auto, bici, vaporetto, bus e ferry boat. Cinque ore andata e ritorno per raggiungerlo, me lo metto anche come impegno: invece di andare a correre, arrivo qui con lo zaino. Il viaggio di notte è bellissimo. Potrebbe attraversarti all’improvviso il canale una nave che sta uscendo dal porto... Qui mi chiamano capricciosa».

Come mai?

«Mangio sempre la stessa pizza, mai un’eccezione. Seduto al solito tavolino da cui vedo un angoletto di mare. Un sogno. Prima di salutarci, però, vorrei dire altre due cose di Carlo».

La prima?

«Era un catalizzatore di amicizie. Lo era e basta, senza protagonismo. Parlava di tutto ma c’era sempre spazio perché ognuno avesse la sua parte».

E la seconda?

«Proveniva da una famiglia molto benestante. Ma nei suoi film continuo a vedere come riuscisse a capire davvero il mio mondo. Un mondo di matti e di delinquenti. A entrarci dentro e a raccontarlo».

Tace. Riapre l’astuccio del tabacco. E sospira: «Mi manca molto».

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