Pechstein, la tenacia della pittura
La retrospettiva in arrivo in autunno a Padova, Palazzo Zabarella, con oltre 120 opere dell’artista espressionista. Bano: «In Italia non è ancora conosciuto quanto merita»

È nel rapporto diretto fra l’uomo e la natura, nella ricerca di equilibrio e nel desiderio di una vita libera dalle costrizioni della modernità che Federico Bano, fondatore e presidente della Fondazione Bano, riconosce “l’anima” di Max Pechstein. A questo protagonista dell’Espressionismo tedesco Palazzo Zabarella di Padova dedicherà, dal 24 ottobre 2026 al 14 marzo 2027, Max Pechstein. Espressionismo dell’anima, la prima grande retrospettiva italiana: oltre centoventi opere lungo più di cinquant’anni di lavoro.
La mostra, la trentesima a Palazzo Zabarella in trent’anni di attività, prosegue la linea seguita dalla Fondazione fin dalle prime esposizioni. «A Palazzo Zabarella abbiamo sempre indagato l’Ottocento e il Novecento, soprattutto la prima metà del secolo scorso, raccontando un movimento oppure approfondendo uno dei suoi protagonisti», spiega Bano. «Pechstein è un espressionista un po’ atipico, che partecipò con grande intensità a quella straordinaria innovazione nata in Germania, ma in Italia non è ancora conosciuto e apprezzato quanto merita. La mostra offrirà l’occasione di scoprirlo come un grandissimo pittore, ma anche come grafico e fotografo di notevole forza».

Nato nel 1881 a Zwickau, in Sassonia, l’artista entrò nel 1906 nel gruppo Die Brücke (“Ponte”), fondato a Dresda con l’intenzione, dichiarata fin dal nome, di collegare la tradizione all’arte del futuro. Ne condivise le forme semplificate, i contorni marcati e i colori liberati dall’obbligo di riprodurre fedelmente il vero, affidando alla pittura emozioni e tensioni interiori. Dentro quel linguaggio trovò però presto una voce propria. «Ha una sua diversità», osserva Bano. «Gli interessa il rispetto della natura, un equilibrio nelle cose, il rapporto diretto fra l’uomo e l’ambiente. È qui che si trova la sua anima». La mostra seguirà idealmente Pechstein nei luoghi che alimentarono la sua pittura e quell’anima sempre alla ricerca. Dresda e Berlino lo misero in contatto con i protagonisti delle avanguardie; Parigi, l’Italia e le coste del Baltico gli offrirono invece la vicinanza al mare, al lavoro e ai ritmi della natura che cercò per tutta la vita. Nel 1914 raggiunse con la moglie Lotte l’arcipelago di Palau, allora colonia tedesca dei Mari del Sud.
«Girò il mondo, sempre alla ricerca di spunti, fino ad arrivare in un luogo dove sentì che avrebbe potuto vivere e dipingere per sempre», riassume Bano. Ma il soggiorno, destinato a durare due anni, fu interrotto dopo pochi mesi dalla Grande Guerra. Pechstein rientrò in Germania e fu mandato sul fronte occidentale (esperienza che definì «un tratto netto che la trincea ha tracciato nella mia vita»). Palau continuò però ad accompagnarlo come immagine idealizzata di un mondo libero dalle convenzioni europee: a quell’esperienza dedicò un quarto dell’autobiografia e per tutta la vita ne rielaborò colori e ricordi. Nelle opere tarde, che chiuderanno la mostra, quell’altrove riaffiorerà in barche, bagnanti e spiagge, filtrato dal tempo ma ancora acceso dalla luce. Dopo la guerra Pechstein conobbe il successo e ottenne una cattedra all’Accademia delle Arti di Berlino. Nel 1927, nei villaggi della Pomerania, fotografò pescatori e contadini al lavoro: immagini che apriranno la mostra padovana e mostreranno la sua abilità e sensibilità dietro l’obiettivo.
Ma con l’avvento del nazismo venne allontanato dall’Accademia e dall’insegnamento; le sue opere furono rimosse dai musei tedeschi e alcune esposte, nel 1937, nella celebre mostra dedicata alla cosiddetta arte degenerata. Dopo la Seconda guerra mondiale fu reintegrato e partecipò alla ricostruzione culturale della Germania, continuando a lavorare fino alla morte, nel 1955, con colori chiari e luminosi, legati tanto al ricordo quanto alla speranza. È soprattutto questa tenacia a colpire Bano. «Pechstein lavorò, studiò e volle affermare fino in fondo la propria capacità di essere un grande pittore. E ci riuscì vivendo epoche buie e due guerre mondiali. Nel progetto espositivo abbiamo voluto far emergere questa forza, che appartiene alla sua vita e rimane nelle opere». «L’arte è stata e rimane quella parte della mia vita che mi porta felicità», scrisse Pechstein. «L’arte è trasversale, universale», aggiunge Bano. «Continua a parlarci anche nel nostro presente non semplice».
Nelle parole di Federico Bano, il valore dell’arte e la responsabilità di chi sceglie di sostenerla appartengono allo stesso pensiero. «È qualcosa che devi avere dentro», dice parlando della responsabilità di un privato che sceglie di investire nella cultura. «Senti che puoi fare qualcosa di utile e allora lo fai». Nel 1996 ha creato la Fondazione Bano e avviato il recupero di Palazzo Zabarella, nel quale gli affreschi di Hayez riemersi durante i lavori contribuirono a orientarne l’attività. Da allora la Fondazione ha affidato gli studi agli specialisti, ottenuto prestiti da musei e collezioni e costruito rapporti con istituzioni italiane e straniere. Bano non vede tuttavia l’iniziativa privata come alternativa al ruolo delle istituzioni. «È giusto che l’arte e i musei abbiano una gestione pubblica. Se poi c’è un privato, speriamo bravo, che aggiunge un progetto mirato, può dare un contributo importante». Anche Max Pechstein. Espressionismo dell’anima nasce da questa rete di relazioni ormai trentennale: è organizzata con l’Institut für Kulturaustausch, le Kunstsammlungen Zwickau Max-Pechstein-Museum, la Max Pechstein Stiftung e la famiglia Pechstein, con la collaborazione del Comune di Padova. Le prevendite sono già aperte su zabarella.it.
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