Dall'obelisco del duce al filo spinato dei lager: quando lo sport sfidò la guerra totale

Nel 1944 la storia ufficiale cancellò i Giochi, ma atleti in divisa e prigionieri corsero e nuotarono per la sopravvivenza. Il Foro Mussolini rioccupato e i cinque cerchi usati come propaganda e riscatto

Paolo Marcolin

Comincia con una frase quasi incredibile, una di quelle che sembrano nate per essere smentite: «Mio zio partecipò alle Olimpiadi di Roma del 1944». Il problema, naturalmente, è che nel 1944 le Olimpiadi non si tennero. Londra, designata dal Comitato olimpico internazionale prima della guerra, era sotto l’incubo dei bombardamenti; l’Europa era devastata; Roma era appena uscita dall’occupazione tedesca. Eppure quella memoria familiare non era una fantasia.

Da questo cortocircuito prende avvio ‘Le Olimpiadi del 1944. Gare e guerra da Roma ai lager tedeschi’, il nuovo libro di Mario Tedeschini Lalli, pubblicato da Neri Pozza: un saggio che ha l’andamento di un’inchiesta, la ricchezza di un archivio e la forza narrativa di un romanzo storico.

La storia ufficiale dice che i Giochi del 1944 furono cancellati. Tedeschini Lalli dimostra invece che, sotto altre forme, l’idea olimpica continuò a circolare proprio nell’anno in cui sembrava impossibile celebrarla. Accadde a Roma, nel Foro Mussolini appena trasformato dagli Alleati in Rest Center dell’esercito americano, dove militari britannici, francesi, canadesi, statunitensi e coloniali disputarono gare di atletica e nuoto che giornali e partecipanti chiamarono subito “Olimpiadi alleate”.

Accadde a Losanna, dove la Svizzera neutrale celebrò il cinquantenario della rinascita olimpica. Accadde nella Parigi di Vichy, che tentò di appropriarsi del mito di Pierre de Coubertin in chiave nazionalista e collaborazionista. Accadde, soprattutto, nei campi di prigionia tedeschi, dove ufficiali polacchi internati organizzarono giochi dietro il filo spinato, con bandiere, giuramenti, medaglie di fortuna e una ostinazione che aveva il sapore della resistenza morale.

Il libro vive di questa moltiplicazione di scenari. Roma, Parigi, Losanna, Woldenberg, Gross Born: ogni luogo diventa una stazione di un viaggio dentro il Novecento. Lo sport non appare mai come semplice evasione. È propaganda, rito, disciplina dei corpi, politica internazionale, sopravvivenza psicologica. Il fascismo aveva sognato di fare di Roma la capitale olimpica della propria modernità imperiale; gli Alleati, nel 1944, usarono quegli stessi impianti per rovesciarne il significato. Il Foro Mussolini divenne un “Foro americano”, una scenografia del potere sconfitto rioccupata dai vincitori. Sotto l’obelisco del duce, davanti agli affreschi e ai marmi del regime, gli atleti in divisa gareggiavano come se la normalità potesse essere ricostruita per un pomeriggio, anche mentre la guerra continuava poche centinaia di chilometri più a nord.

Tedeschini Lalli è molto abile nel non lasciare che la grande storia schiacci le biografie. Anzi, il cuore del libro sono proprio i destini individuali: lo “zio Bill” Sloan, meccanico della marina americana e nuotatore; Willie Steele, afroamericano, soldato segregato e campione di salto, destinato poi all’oro olimpico di Londra 1948; i nuotatori nippoamericani delle Hawaii, combattenti leali di un Paese che intanto internava molti loro connazionali; gli ufficiali polacchi che nei lager tedeschi trasformarono lo sport in una forma di autodifesa collettiva. Sono figure che restituiscono alla Storia la sua materia più viva: corpi che corrono, saltano, nuotano, resistono.

Ne esce anche una riflessione potente sull’ambiguità dei simboli. I cinque cerchi olimpici, nel libro, passano di mano in mano: li usano i regimi, li difendono i prigionieri, li celebrano i neutrali, li evocano gli eserciti liberatori. Possono servire alla retorica del potere, ma anche alla dignità di chi non ha più nulla. È forse questo il nucleo più originale del volume: mostrare come un’idea nata per celebrare la pace tra i popoli sopravviva proprio dentro la guerra totale, deformata, manipolata, ma non distrutta.

Le Olimpiadi del 1944 è dunque molto più di una curiosità di storia sportiva. È un libro sulla guerra vista da un’angolatura laterale e rivelatrice; sulla forza dei miti collettivi; sulla necessità degli uomini di inventare ordine, competizione e speranza anche quando tutto intorno precipita nel caos. Tedeschini Lalli fa rivivere una storia rimasta a lungo in ombra: quella delle Olimpiadi che non ci furono, e che tuttavia, in molti luoghi d’Europa, qualcuno volle ostinatamente far vivere.

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