Luca Ravenna: «Riscrivo continuamente il mio spettacolo, la realtà va troppo veloce»
Lo stand-up comedian torna in scena con “Flamingo”: venerdì 30 al Geox di Padova, sabato 31 al teatro Nuovo Giovanni da Udine. «Mischio quotidiano ed esistenzialismo»

Dopo il successo di “Red Sox” (oltre 75 mila spettatori fra il 2023 e il 2024), Luca Ravenna è tornato in scena con uno show inedito, mettendo in campo il suo sguardo ironico e dissacrante sull’attualità unito a una componente di storytelling personale. L’ispirazione di “Flamingo” arriva dalla quotidianità: è uno spettacolo popolato di sogni, di case vere e finte, affittate sopra le discoteche. O descrittivo del tentativo di iniziare una carriera da corista tra voli reali o pindarici, con una famiglia d’origine divisa dalla politica e qualche domanda sul futuro: diventare zio o restare bambino per sempre? Ravenna sarà ospite del Gran Teatro Geox di Padova venerdì 30 gennaio, del Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 31 gennaio, della CMP Arena di Bassano del Grappa il 7 febbraio e infine del Teatro Corso di Mestre il 13 febbraio, con inizio show alle 21 (biglietti su livenation.it, Vivaticket e Ticketone).
Flamingo fa il pieno in Veneto e Friuli. C’è un aspetto particolare del pubblico del Nord Est che influenza il suo modo di stare sul palco?
«Un po’ sì. Veneto e Friuli sono due regioni popolate – per quello che conta la mia percezione – da persone che amano scherzare e bere. Esibirmi in queste zone è sempre molto divertente: a Padova sono già stato tante volte, e anche a Bassano. Beh, Bassano è qualcosa di speciale, etilicamente parlando».
Rispetto al debutto dello show, come si è evoluto il testo di “Flamingo” nel 2026?
«Sto continuando a riscriverlo, come fosse un’infinita sessione di aggiornamento. È praticamente impossibile stare al passo con quello che succede in giro, in Italia e nel mondo; la cosa fondamentale è fare una scrematura e recepire con un po’ di senno questo bombardamento di informazioni che ci travolge».
Può anticipare qualcosa su nuovi progetti?
«C’è una mia caratteristica peculiare: sono molto scaramantico. Qualcosina la so, ma è praticamente impossibile che io mi sbottoni in qualunque modo fino a quando quella cosa non va in porto. Quindi, prossima domanda!».
Lei è uno dei comedian più prolifici d’Italia. Qual è la sua routine di scrittura?
«Credo di essere arrivato a mescolare abbastanza naturalmente quotidiano ed esistenzialismo. Specchiandomi, mi vedo cresciuto, come se fossi diventato un mix naturale di osservazione fra ciò che mi ruota intorno e quello che coltivo interiormente».
Il successo di podcast come “Cachemire” ha cambiato il suo modo di percepire il pubblico?
«Sì, penso sia una cosa abbastanza naturale. Più lavori e più ti fai vedere, più ci sono possibilità di entrare in contatto con un’audience che inizia a seguirti, che si fa trascinare dai racconti e dalle storie».
Qual è stato il momento esatto in cui ha capito che la stand-up sarebbe stata non solo il suo lavoro, ma la sua voce principale?
«È stata una strada lunga e con vari punti di svolta, quella che mi ha condotto fin dove sono ora. Ma penso di ricordare bene l’esatto istante in cui ho compreso che gravitare intorno a questo mondo mi avrebbe accompagnato: dopo aver terminato il mio primo open mic, la mia serata zero in assoluto. Era il 2014: dopo cinque minuti sul palco, e nei cinque minuti successivi la conclusione dell’esibizione, mi era già chiaro».
È sempre molto attento alla scena comica emergente. Qualche nuovo nome scoperto recentemente?
«Esiste un panorama ricco di giovani che hanno cose molto interessanti da dire. Ultimamente guardo e ascolto con piacere Gianluca Dalmonte e Chiara Pagliaccia, la Ceo di “Sagre d’Italia”. Ma la lista è lunga».
Spesso cita lo sport e la cultura pop. C’è una passione nata o consolidata in quest’ultimo anno che sta influenzando i suoi testi?
«Vorrei dire la cucina. Questa televisione pare pullulare solamente di cuochi, è un ring continuo e non riesco a frenarmi, non ce la faccio, devo guardarli tutti. A parte MasterChef, che dopo le prime esibizioni mi è sceso un po’ di livello. A me non interessano il dramma e le storie personali, io voglio solamente vedere le persone cucinare».
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