Premio Campiello, Alcide Pierantozzi e Lo sbilico: le parole dell’ossessione

Lo scrittore è tra i cinque finalisti del Campiello, il premio letterario di Confindustria Veneto. Un viaggio nella malattia psichica tra diagnosi e stigma. «Uso me stesso come strumento per dare voce agli altri»

Nicolò Menniti Ippolito

Lo sbilico (Einaudi, pagine 240, 19,50 euro) è il romanzo di una malattia. Quella di Alcide Pierantozzi, l’autore del libro, che a un certo punto, dopo anni di difficoltà psichiche è «impazzito», come dice lui. Il suo corpo, la sua mente sono crollati e questo crollo, le allucinazioni, le psicosi, i farmaci, le cure sono il contenuto del libro.

Il titolo del libro, Sbilico, è un neologismo che racchiude perfettamente la condizione esistenziale e psichica che racconta. Come è nato?

«La storia della parola “sbilico” è in realtà piuttosto curiosa. Quando ho scritto il libro l’avevo usata, ma non avevo pensato di farne il titolo. Quando Einaudi me lo ha proposto non ricordavo più da dove l’avessi presa. Mi sono messo a cercarne l’origine e alla fine l’ho ritrovata in un vecchio messaggio che avevo inviato a me stesso. La parola mi era stata suggerita involontariamente da un amico macedone in palestra, sbagliando una pronuncia. Io ho sempre raccolto parole nei miei taccuini e nei miei lessicari personali, e “sbilico” è rimasta lì fino a entrare nel libro. Naturalmente, nel romanzo assume una connotazione psichiatrica, molto diversa dal contesto originario».

La copertina del libro edito da Einaudi
La copertina del libro edito da Einaudi

Nel libro è tutto vero; eppure, si ha sempre la percezione di leggere letteratura.

«Per me la letteratura è sempre stata vicina alla follia. Da lettore, ho sempre percepito come autenticamente letterarie quelle opere che contenevano un elemento divergente, qualcosa che scardinava la normalità. In questo senso, raccontare la malattia significava già trovarsi all’interno di una dimensione letteraria. Io sono prima di tutto un innamorato della letteratura, ma in questo caso ho cercato semplicemente di dare voce alla malattia. E forse proprio quella voce è risultata più letteraria di quanto avessi immaginato».

C’è grande attenzione alla scelta delle parole. Quanto contano nella malattia?

«Sono tutto. Basti pensare alle allucinazioni uditive: sono parole. Le parole possono innescare una tragedia, ma possono anche rappresentare una salvezza. A volte una sola parola, quella giusta, può aiutare una persona a uscire da una psicosi. Il problema è trovarla. La realtà passa sempre attraverso il linguaggio con cui la descriviamo. Quando la realtà si incrina, inevitabilmente si incrina anche il linguaggio, oppure il linguaggio è costretto a resistere con una precisione estrema. Per questo nel mio caso la scelta delle parole è stata lunga, ponderata, quasi ossessiva: dovevano essere affidabili».

Come trasformare una esperienza personale in narrativa?

«Della mia vita privata, in fondo, interessa poco. Io dovevo usare me stesso come strumento narrativo per raccontare qualcosa che riguardasse anche gli altri. Per questo nel libro compaiono figure riconoscibili: il padre che nega il problema, la madre che combatte per aiutare il figlio, la lunga ricerca dello psichiatra giusto, il pellegrinaggio tra diagnosi e cure differenti. Sono esperienze che possono appartenere anche a chi affronta malattie diverse. Ho quindi selezionato con cura gli elementi più universali e romanzeschi. È il modo in cui la narrativa trasforma l’esperienza senza tradirne la verità».

Dalla lettura si esce con una maggiore consapevolezza della malattia psichiatrica.

«Lo spero, tuttavia sono consapevole che un romanzo, oggi, può incidere solo fino a un certo punto. Lo stigma che circonda la malattia psichiatrica resta fortissimo. È ormai un anno che presento questo libro in tutta Italia. Ho partecipato a incontri, trasmissioni senza mai dare segni di squilibrio. Eppure, la diffidenza continua a esserci. Questo accade perché la malattia psichiatrica viene ancora confusa con la violenza, con l’infermità mentale o con l’incapacità di intendere e di volere. In realtà è una condizione molto più complessa, strutturata e razionale di quanto si immagini. A volte, paradossalmente, c’è un eccesso di ragione. È uno degli aspetti più fraintesi. Si pensa che la persona con una patologia psichiatrica abbia necessariamente gravi limiti cognitivi, ma non è così. La realtà è infinitamente più complessa e le persone non possono essere ridotte a categorie semplicistiche».

Ci sono stati riscontri da chi è malato o da chi è familiare di persone malate?

«Molti familiari mi raccontano di aver finalmente compreso alcuni comportamenti di figli, partner o parenti. Altre persone mi scrivono dopo aver avuto una relazione con qualcuno affetto da disturbo bipolare e mi dicono di essere riuscite a leggere certe esperienze sotto una luce diversa. A volte si tratta semplicemente di riconoscere che si è di fronte a una malattia. Quando esiste uno squilibrio chimico, possono verificarsi esplosioni verbali, alterazioni profonde del comportamento. Non sono manifestazioni di cattiveria anche se la società continua spesso a interpretarle in questo modo. È un equivoco che alimenta paura ed esclusione».

Prima lo Strega, ora il Campiello, una stagione impegnativa.

«La sto vivendo con grande felicità. Premi come il Campiello hanno ancora la capacità di cambiare il destino di un libro. C’è certamente una componente di stress fatta di viaggi, incontri e continui rapporti con il pubblico. Nel mio caso bisogna anche considerare l’equilibrio delicato legato alle terapie e ai farmaci. Però tutto questo ha un effetto positivo: mi tiene occupato, mi costringe a pensare meno e riduce molte delle paranoie e delle ossessioni che potrebbero prendere spazio. Paradossalmente sono riuscito perfino a diminuire alcuni farmaci che utilizzavo nei momenti più difficili».

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