Klimt, Schiele, Kokoschka fino alla body art: la mostra al Muvec di Mestre indaga il corpo
Apre il 26 settembre al pubblico l’esposizione nel nuovo spazio mestrino, con la media partnership del nostro gruppo editoriale. La curatrice Barisoni: «Siamo partiti dalla Giuditta»

Il primo impatto è vedere Giuditta II (Salomé) di Klimt con occhi nuovi. Una cornice, lo sfondo bianco, il soffitto più alto: l’oro che la contorna fa spiccare quei tratti enigmatici, emblematici, iconici. Non è sola: da Ca’ Pesaro, ha attraversato i canali di Venezia per raggiungere il Muvec in centro a Mestre e dare vita alla mostra “Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea”, a cura di Elisabetta Barisoni, aperta al pubblico dal 26 settembre fino al 14 febbraio (visitmuve.it), con la mediapartnership del nostro gruppo editoriale Nem. L’esposizione parte dalla Secessione viennese con un focus sui corpi: come ne è cambiata la raffigurazione, come la figura femminile si trasformi alla luce della scoperta dell’inconscio, come Klimt apra anche negli anni successivi a una visione diversa, in continua evoluzione.
La prima sezione: la Secessione viennese

Non solo Giuditta, naturalmente: la mostra raccoglie 47 opere tra dipinti, disegni, grafiche, sculture e fotografie. La prima sezione parte da Klimt, Schiele e Kokoschka, dalla Secessione viennese fondata nel 1897: se Klimt raffigura i corpi femminili come reali, dotati di volontà oltre la tradizione che vedeva l’eros legato al mito, Schiele vi contrappone un segno tagliente e colori più intensi. Figure scarne, come il Nudo diseso con le braccia dietro la schiena (1911), ne sono un’esemplificazione. Kokoschka vira invece verso l’espressionismo, in cui il soggetto delle opere diventa l’inconscio: ecco Bambina seduta (1922-23), acquarello realizzata a Dresda che trasmette il tormento di una giovane generazione.
La seconda sezione: il corpo negli anni Venti e Trenta

Da Vienna, lo sguardo si amplia: destinazione Italia. L’uomo nuovo elaborato dai regimi autoritari trova espressione nella propaganda, ma resta una forma di inquietudine che la mostra prova a catturare. Ecco le opere di Felice Casorati, Guido Cadorin e Mario Sironi: figure dismesse, sfondi neutri, sguardi melanconici in cui si ritrova quella ricerca dell’inconscio che la Secessione viennese aveva svelato. Il raffinato Nudo di fanciulla (1914) di Cadorin, le tonalità pastello, chiedono di guardare dentro l’anima della donna tratteggiata, quasi evanescente. La convalescente (1934) di Casorati, richiama all’essenzialità: linee scure e nette, tonalità fredde e rosate che restituiscono l’intimità di un interno domestico. Si percepisce tutto il peso dell’inquietudine in Nudo di donna (1946) di Sironi: una tela piccola, ma cupa e dolente, il volto ridotto a maschera, che emerge dall’ombra.
La terza sezione: dal secondo dopoguerra alla body art

Quella spinta da Vienna, riattraversata dagli italiani negli anni tra le due guerre, si riflette poi negli anni Cinquanta e Sessanta. Le sculture del veneziano Giuseppe Romanelli e di Alberto Viani fanno da preludio agli scatti Anthropometry di una sessione delle Anthropométries di Yves Klein. L’artista spalma dell’iconico colore blu (IKB) alcune modelle, che imprimono le loro sagome su tele distese a terra o applicate alle pareti. Un rapporto tra corpo e opera che diventa ironico e sperimentale in Piero Manzoni (con le Impronte e Sculture viventi), planando poi nella Body Art in cui il corpo diventa anche mezzo politico. Ne sono esempio le opere di Ana Mendieta e Gina Pane: pelle, sangue, dolore, nudità lanciano un messaggio sull’uso strumentale del corpo femminile.
La curatrice Barisoni: «Un percorso per le giovani generazioni»
«Mi auguro che le giovani generazioni rivedano in questi artisti i loro travagli, in una società sempre più voltata all’immagine come la nostra», sottolinea Elisabetta Barisoni, curatrice della mostra e responsabile Muve a Mestre, «questa mostra vuole suggerire il fascino di una riflessione sulla contemporaneità». «La sfida del Muve non è che Mestre sia un luogo dove fare mostre, ma creare un dialogo tra Venezia e Mestre», marca Mariacristina Gribaudi, presidente di Muve, «deve essere uno strumento per dare spazio alle nuove generazioni». E l’assessore alla Cultura di Venezia Paolo Romor anticipa: «Dal 2028 proporremo due mostre importanti all’anno».
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