Il mestiere invisibile di esporre arte
Un libro edito da Marsilio Arte esplora il mondo degli allestimenti delle mostre. La Biennale, le Stanze del Vetro, le opere di Vedova: soluzioni e metodi da scoprire

I “Dischi” di Emilio Vedova vengono incontro al visitatore, come fossero cristallizzati prima di posarsi di nuovo a terra. Non sono semplicemente sospesi: dietro, c’è tutto un lavoro di allestimento che è parte integrante della mostra, che resta tra le righe agli occhi del pubblico.
Lo si potrebbe chiamare un “dietro alle quinte” o, fuor di metafora teatrale, un’“impalcatura” che regge i progetti espositivi e li rende molto più di una rassegna di opere. È il mondo che prova a raccontare il volume Il mestiere invisibile di esporre arte. The invisible craft of exhibiting art, a cura di Veronica Rodenigo, edito da Marsilio Arte (192 pagine, 26 euro, testo a fronte in inglese).

Testimonianze sotto forma di dialogo descrivono innovazioni, creazioni, con le soluzioni dell'azienda veneziana Ottart, attraverso esempi pratici. Uno su tutti, l’installazione “Idee di pietra – Olmo, 2008 – The Listener” di Giuseppe Penone alla 17. Mostra Internazionale di Architettura. Un’opera iconica dell’Arte Povera, l’albero sottile che regge una pietra, sembrava galleggiare sull’acqua nel bacino dell’Arsenale.
Come è stato possibile? Prendendo ispirazione proprio da Venezia, quindi sfruttando la palificazione: Penone, infatti, voleva che l’opera non fosse in dialogo con l’acqua, ma immersa in essa. Per sostenere l’opera è stata progettata una base di acciaio fissata a quattro pali, infissi sul fondale. «Venezia è una città che sorge dall’acqua: sono pietre sostenute da pali che erano alberi.
Questa è una delle ragioni della mia installazione», le parole di Penone raccolte nel volume, «l’albero si comporta come un fluido nel tempo della sua crescita e gran parte del suo corpo è acqua. La sua collocazione indica il processo di elevazione che avviene con l’evaporazione dell’acqua e il peso della pietra nell’opera indica il peso delle nuvole». La pietra, tra i rami, assume così la forma di un cuore sospeso.

Non solo installazioni fisiche: l’allestimento è anche negli aspetti più pratici, come le teche in cui esporre le opere. Ecco quindi le Stanze del Vetro sull’isola di San Giorgio Maggiore, nate nel 2012, con le voci dello storico e mecenate David Landau e l’architetto Annabelle Selldorf. Obiettivo quello di realizzare una kunsthalle (termine della lingua tedesca che indica un edificio adibito a mostre ed esibizioni) del vetro del Novecento e contemporaneo.
«Con il vetro bisogna ogni volta inventarsi un modo di agire diverso, trovare una soluzione possibile, attuale e rapida. Il motto di Murano, come sappiamo, è no se pol (in veneziano, non si può). Quello di Ottart è l’esatto contrario: we can do it».
Le vetrine, quindi, non sono elementi fissi e immobili, ma seguono il bisogno delle Stanze del Vetro di essere uno spazio espositivo flessibile, a seconda delle necessità. Ci sono vetrine a parete, grandi teche modulari, che negli anni hanno ospitato mostre da “Fragile” (2013) dedicata al vetro contemporaneo ai vetri di Ettore Sottsass (2017) e Maurice Marinot (2019).

L’analisi si sofferma anche su un altro aspetto: la costruzione dei percorsi espositivi. Non nel senso puramente pratico, ma concettuale, per guidare il visitatore in nuove fruizioni delle opere.
Come nell’allestimento dell’architetto giapponese Tadao Ando, visto nel 2024 sempre a Venezia alla Scuola Grande della Misericordia nella mostra “Near and Far/Now and Then” dell’artista cinese Zeng Fanzhi, in un labirinto di pareti bianche amovibili dotate di finestre che davano sia allo spazio sia alle opere nuove prospettive.
Oppure, il volume si sofferma sulle opere di Emilio Vedova (Venezia, 1919-2006) nell’impalcatura ideata dallo studio Alvisi Kirimoto per la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, nella mostra curata da Germano Celant (2019-2020).
Per fare in modo che i “Dischi” sembrassero fluttuare nello spazio, è stato realizzato un pavimento sopraelevato. Le opere appaiono instabili ma in realtà sono sicure: il pavimento (di oltre 800 metri quadrati) nasconde le strutture meccaniche, così che i tubolari in alluminio sembrano semplicemente appoggiati a terra. Inganni ottici, opere sospese, percorsi che testimoniano la sceneggiatura dietro al palcoscenico delle mostre.
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