Il Klimt più intimo in mostra a Villa Freya
L’universo dell’artista viennese prende forma ad Asolo. Oltre sessanta collotipie, tre disegni originali e rari esemplari d’epoca della rivista Ver Sacrum

Un mondo appartato nel verde, nel centro storico di Asolo, ma immerso in suggestioni che arrivano da molto più lontano. È quello in cui Freya Stark, scrittrice ed esploratrice, una delle grandi viaggiatrici del Novecento, tornava dai suoi lunghi itinerari in Medio Oriente e in Asia e che ora accoglie l’universo di Gustav Klimt, altrettanto affascinato dall’Oriente e dalla natura.
E proprio una casa sembra il luogo adatto per incontrare un Klimt più intimo e meno monumentale: non i grandi dipinti aurei, ma i disegni, gli studi, la grafica e le immagini affidate alla riproduzione su carta. A far dialogare i loro due mondi è Elena Ledda, curatrice di Klimt a Villa Freya. Bellezza e natura nelle grafiche d’arte, prima esposizione cittadina dedicata all’artista viennese, che dal 26 settembre al 24 gennaio costruisce il percorso su una trama di corrispondenze, dalla ricerca di libertà alla centralità, su piani differenti, della figura femminile.
La mostra nasce dalla volontà di Monica Masin e del marito Diego Carron, proprietari della casa dal 2006, che in questi vent’anni ne hanno seguito il lungo recupero e hanno già aperto al pubblico il parco archeologico e botanico.
L’apertura della villa

«Non inauguriamo soltanto una mostra: per la prima volta apriamo al pubblico Villa Freya, che appartiene alla nostra famiglia da vent’anni», ha spiegato Masin, visibilmente emozionata, durante la presentazione ufficiale della mostra. E ha aggiunto: «Quando abbiamo incontrato la collezione di Fiorenzo Silvestri abbiamo desiderato portarla qui e costruirle intorno un percorso che avesse un rapporto con questo luogo, con Freya e con il giardino».
Il cuore dell’esposizione è proprio la collezione Silvestri: oltre sessanta collotipie provenienti da tre storiche cartelle pubblicate fra il 1918 e il 1931, insieme a tre disegni originali e rari esemplari d’epoca di Ver Sacrum. Realizzate con un sofisticato procedimento di riproduzione su carta che lo stesso Klimt scelse per diffondere la propria arte, le collotipie restituiscono con grande fedeltà il suo universo figurativo e, in alcuni casi, conservano memoria di opere successivamente perdute.
Linguaggi e bozzetti
«Il loro valore sta proprio nella capacità di fermare nel tempo l’immagine dell’opera e restituirla al nostro sguardo», ha spiegato Ledda. Il percorso prende avvio nello studiolo di Freya Stark al pian terreno con Ver Sacrum, la rivista pubblicata fra il 1898 e il 1903 che fu laboratorio della Secessione viennese, riunendo arte e grafica editoriale nella ricerca di un linguaggio nuovo. Fra gli esemplari esposti compare anche il bozzetto per Teseo e il Minotauro.
Da qui la visita sale al primo piano e abbandona ogni successione cronologica per svilupparsi intorno ai temi scelti dalla curatrice. «Non abbiamo voluto costruire un percorso cronologico, ma seguire alcuni aspetti fondamentali dell’universo klimtiano, dalla bellezza alla natura, dalla femminilità alla vita, mettendoli in relazione con la storia e l’atmosfera di Villa Freya», osserva Ledda.
Il ruolo della natura

È la natura ad aprire questa parte del percorso, con paesaggi nei quali la figura umana scompare e alberi, prati e acque si addensano in fitte tessiture cromatiche, quasi mosaici o ricami. Il Girasole compare nella collotipia della cartella del 1918, mentre il racconto si amplia con dipinti di Teodoro Wolf Ferrari e Vittorio Zecchin e due vasi in vetro di Carlo Scarpa, presenze che introducono uno sguardo sul territorio e sulle arti applicate senza costruire rapporti diretti con Klimt.
Ed è qui che Villa Freya comincia a incidere davvero sul racconto. Dalle finestre il verde entra nelle stanze e alle immagini dei paesaggi di Klimt rispondono le essenze del giardino, la serra e il grande leccio secolare. Un video introduce alla figura di Freya e lega le parole «Non ci può essere felicità se le cose in cui crediamo sono diverse dalle cose che facciamo» all’Abbraccio, particolare del fregio realizzato da Klimt per il Palazzo Stoclet di Bruxelles, scelto come immagine guida della mostra. Il centro del racconto diventa quindi la figura femminile.
Il Klimt più intimo
Volti, corpi, allegorie e ritratti conducono dal Klimt più intimo dei disegni alle immagini in cui volto e mani conservano una definizione naturalistica mentre abiti e corpi si dissolvono nell’ornamento. Igea, dettaglio dalla Medicina, e Le amiche acquistano anche un particolare valore documentario: entrambi i dipinti originali furono distrutti nel 1945. In una stanza appartata, tre disegni originali su carta impongono invece una visione ravvicinata: il segno è tenue, quasi impercettibile, e sono forse fra le presenze più emozionanti della mostra, perché mostrano quanto bastassero a Klimt pochissime linee per far emergere una figura: una donna in piedi con violoncello, un nudo disteso, uno studio di donna. Il percorso si conclude in una sala luminosa, aperta sul verde da una grande bow window, dove sono i tessuti a suggerire un ultimo raccordo fra Klimt e Freya.
Se l’artista, infatti, fece dell’ornamento e delle suggestioni orientali una componente essenziale del proprio linguaggio, Stark aveva ereditato dalla madre Flora la Tessoria Asolana e dai suoi viaggi riportava stoffe, colori e motivi destinati ad alimentarne le lavorazioni. Una relazione riletta anche da due abiti realizzati dalla Cosmo Fashion Academy di Padova, ispirati all’universo klimtiano e alla rivoluzione sartoriale di Emilie Flöge, stilista d’avanguardia e figura fondamentale nella vita di Klimt, accostata a Freya nel segno dell’indipendenza e della ricerca di libertà.
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