Il viaggio a colori nella vita di Monet: lo spettacolo di Marco Goldin tra parole e musica
Il debutto a Udine in prima nazionale il 20 ottobre. Sul palco brani composti da Anzovino e videoanimazioni, i testi verranno declamati a braccio: «Ogni sera si vivrà un’emozione diversa»

Un cammino in equilibrio fra immagine, parola e musica sui passi del viandante della luce, Claude Monet. È l’impresa compiuta dallo spettacolo “Monet. Una vita a colori” di Marco Goldin che, dopo una data zero a Mantova, debutterà a Udine in prima nazionale il prossimo 20 di ottobre e attraverserà poi tutta l’Italia in decine di date. Una tournée realizzata in occasione del centenario della morte del maestro dell’impressionismo, avvenuta il 5 dicembre del 1926 a Giverny.
Lo spettacolo (alle prese con le prove a Parma) è scritto e diretto dallo stesso Goldin, che sul palcoscenico narrerà la vita del pittore. Un racconto che lo storico dell’arte e curatore di grandi mostre terrà a braccio, sicché – anticipa – «sarà uno spettacolo diverso ogni sera». La sua voce sarà accompagnata e avvolta dal vivo dalla musica del pianista Remo Anzovino, che è l’autore della colonna sonora originale, e dall’arco e la voce d’angelo della violoncellista Daniela Savoldi.

L’impatto dei luoghi e dell’opera di Monet saranno affidati a un imponente impianto visivo, progettato da Goldin, che si compone d’uno schermo lungo oltre dieci metri e alto sette, e da due piattaforme rotanti con ledwall curvi e bifacciali su cui saranno “alloggiati” i due musicisti. Una struttura immersiva su cui scorreranno i video e le animazioni di Luca Attilii e Geremia Vinattieri. Lo spettacolo si compone d’un prologo e cinque scene: «Ogni scena è caratterizzata da un suo linguaggio specifico», spiega Goldin.
Il prologo introduce lo spettatore nel mondo di Monet a partire dalle scogliere della Normandia, sua terra d’elezione, impiegando delle immagini in bianco e nero, per poi proiettarlo letteralmente all’interno della sua opera inesausta in una carrellata vertiginosa di quadri. Si dà conto in quest’antefatto della fanciullezza e dei primi anni di vita di Monet, fino ad un incontro giovanile che cambiò la vita del pittore, quello con il maestro Eugène Boudin.
L’antefatto serve però anche a inserire da subito nel racconto una presenza che lo percorre per intero e che – spiega Goldin – «mi è cresciuta nei sogni, tra le mani» durante la scrittura dello spettacolo: è la prima moglie Camille, immortalata in innumerevoli quadri dell’autore, inclusa quell’opera struggente ch’è “Camille Monet sul letto di morte” del 1879. A darle vita e movimento sul palco è Savoldi, vestita d’un abito bianco, che canta l’addio tra i due nella canzone “È quasi sera”, nel corso della seconda scena.

La prima, invece, come detto è dedicata al Monet giovane: «È un Monet che si muove fra le spiagge della Normandia, nella zona di Le Havre, di Honfleur, e in un luogo molto importante per la pittura non solo dei giovani impressionisti, che in quel momento avevano poco più di vent’anni, ma anche per i pittori della generazione precedente, la foresta di Fontainebleau». Di questo luogo magico che vede l’alba dell’impressionismo e del villaggio di Barbizon tratteggia lo spirito il brano “La luce del bosco”, eseguito da Anzovino e Savoldi.
La seconda scena tratta invece «il pieno impressionismo fino alla sua crisi», dice Goldin, in una carrellata con «tantissimi capolavori», tra le oltre 150 opere che scorreranno sugli schermi. Sono gli anni fra il 1871 e il 1878, durante i quali il pittore vive nei villaggi di Argenteuil e di Vétheuil. È qui che si racconta qui della morte di Camille, «figura poco conosciuta rispetto alla seconda moglie Alice – spiega l’autore – e che ho voluto portare alla luce nello spettacolo come nel libro “Storia di Monet” (in uscita per La Nave di Teseo il 13 di ottobre ndr)».
La terza scena affronta due viaggi agli antipodi del pittore, che portano alla svolta nella sua arte dopo la crisi dell’impressionismo: i soggiorni nella luce mediterranea del Sud della Francia e in Liguria, ad Antibes e Bordighera, e quello compiuto invece all’estremo nord, «quando Monet praticò la pittura en plein air tra le nevi della Norvegia, a venti gradi sotto zero».
La quarta scena, la più breve, tratta ancora di viaggi e di due città chiave per l’autore, Londra e Venezia, mentre la quinta scena, la più lunga dello spettacolo, affronta l’ultimo periodo della vita di Monet: Goldin racconta qui «il giardino e il cielo» di Giverny, che vede il geniale pittore trasfigurare la sua opera «nel grande romanzo delle ninfee», con cui il maestro dell’impressionismo diventa un precursore dell’astrattismo.

Il 16 ottobre le musiche usciranno per Universal sulle piattaforme, album e come libro delle trascrizioni pianistiche. «La musica – spiega Anzovino – non entra mai ad accompagnare didascalicamente il racconto di Marco, ma sempre per amplificare con la sua forza il suo racconto». Ciò è conseguenza di una precisa scelta stilistica di Goldin, per cui l’apparato iconografico viene elaborato a partire dalle musiche già chiuse: «Un po’ come è avvenuto in Fantasia di Walt Disney – dice –, e ciò comporta un grande vantaggio per il compositore, i visual sono la colonna visiva della musica». Anzovino spiega che, come le immagini fanno un uso sensibile, «direi biologico», di intelligenza artificiale, «così il linguaggio musicale scelto è moderno».
«Non rievoca l’impressionismo musicale, lo richiama ma in maniera diversa, usando armonie, accordi e scelte ritmiche che non appartengono alla parte finale dell’Ottocento». Il risultato complessivo, conclude il pianista, «non è più teatro, né musica, né pittura, ma un linguaggio artistico del tutto nuovo».
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