Al Fake News Festival ecco Vera Gheno: «L’educazione è l'antidoto alla violenza social»
La sociolinguista sarà a Udine ospite della rassegna giovedì 13 novembre, dove risponderà alle domande del pubblico. «Se abbiamo la pretesa che siano gli algoritmi a eliminare i discorsi d’odio non andiamo da nessuna parte»

Vera Gheno, sociolinguista, divulgatrice e saggista che crede fortemente nel potere delle parole, autrice di successo del podcast “Amare parole” è attesa giovedì alle 16, alla Torre di Santa Maria a Udine, nella prima giornata del Festival Fake News per un incontro senza copioni e senza filtri che prenderà forma direttamente dalle domande del pubblico. Un’occasione unica per ascoltare chi di solito si occupa di comunicazione, questioni di genere, diversità, equità e inclusione.
Nel suo ultimo libro “Nessun* è normale” (nella grafica originale con schwa, ndr), pubblicato da Utet e uscito a giugno 2025, indaga il concetto di normalità. Come diceva Basaglia nessuno è normale visto da vicino?
«Ovviamente sì il riferimento è alla frase di Basaglia. Il libro parte proprio da una riflessione sui tanti significati che ha l’aggettivo normale e di come spesso venga usato fondamentalmente per discriminare all’interno di una società decidendo in maniera più o meno arbitraria chi può dirsi normale e chi no. Il concetto di normale è situato, dipende dal contesto in cui lo si impiega e da come si decide di utilizzarlo. Spesso lo si usa come una clava sociale. Bisognerebbe stare molto attenti perché di fatto ogni persona può ritrovarsi dalla parte della a-normalità, a un certo punto essendo un concetto mobile».
Rifacendomi a un suo libro edito da Einaudi chi sono i Grammamanti?
«Sono delle persone che con le loro lingue al plurale hanno un rapporto poco conflittuale molto paragonabile a come dovrebbe essere una relazione sana tra esseri umani: senza gelosie, senso morboso del possesso, riconoscendo la libertà delle lingue di evolversi di muoversi, di non essere fisse e ovviamente l’idea mi è venuta avendo lavorato a lungo all’Accademia della Crusca dove sono stata molto a contatto con le idiosincrasie delle persone e della comunità che parla italiano. Molto spesso ha dei rapporti tesi e irrisolti con la lingua che fanno sì che molte e molti diventino “grammarnazi” che abbiano una visione della lingua come un insieme di regole o per usare un pensiero di Tullio De Mauro “la lingua come l’ambito del come si devono dire le cose invece del come si possono dire le cose».
C’è un antidoto alla violenza sui social?
«Possiamo mettere tutti i filtri che vogliamo, tutte le censure. Ma saranno sempre fuorvianti perché gli algoritmi sono stolti. Per me l’unica cosa che può funzionare è un’educazione all’uso dei mezzi che abbiamo a disposizione in modo da acquisire maggiore consapevolezza e maggiore responsabilità. Se abbiamo la pretesa che siano gli algoritmi o i sistemi a censurare o eliminare il discorso d’odio non arriveremo da nessuna parte».
Che differenza c’è tra linguaggio inclusivo e linguaggio ampio?
«Il linguaggio inclusivo parte dal presupposto che vi sono delle persone che includono e delle persone che vengono incluse. Di solito chi include sono i così detti “normali” e chi viene incluso sono i così detti “diversi” . Inclusione vuol dire che io che prima ti ho escluso dal novero dei cittadini di serie A cerco di re includerti in qualche modo. Non è male ma non supera lo stereotipo di normali e diversi. Il linguaggio ampio invece considera le persone nella loro naturale varietà e cerca di superare quest’idea che ci siano alcuni che includono e alcuni che vengono inclusi. Si lavora piuttosto sul concetto di convivenza. In particolare, di convivenza delle differenze che è la soluzione che adotta ad esempio Fabrizio Acanfora per non parlare di inclusione lui parla di convivenza. Lui parla di linguaggio delle convivenze e io parlo di linguaggio ampio che non giudica la differenza».
Come ci difendiamo dalle false notizie?
«Eh, leggendole meglio. Nel senso che un certo grado di manipolazione linguistica a livello dei mezzi di comunicazione di massa ci sarà sempre. Ovviamente ci sono giornalisti e giornaliste più scrupolosi e altri che lo sono molto meno e poi bisogna considerare che i singoli giornalisti sono all’interno di un sistema in cui conta tantissimo l’attrattiva della notizia e quindi c’è magari il desiderio di infarcire le notizie di un’aggettivazione che non è più neutra ma crea narrazioni ben precise. Questo sarà sempre fatto a livello dei media il modo per difenderci è quello di acquisire maggiore consapevolezza in modo che difronte a queste manipolazioni linguistiche noi rimaniamo in grado di rendercene conto».
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