La musica prodotta dalla Ai, un fast food sonoro che sforna brani consolatori
Il successo planetario di un brano blues creato dagli algoritmi (Eddie Dalton) solleva molte questioni, dal diritto d’autore all’operazione di marketing dichiarato. Ma questa musica offre il sottofondo musicale, non la colonna sonora della nostra società

Negli ultimi giorni il successo nelle classifiche digitali americane del cantante Eddy Dalton sta interessando l’opinione pubblica e l’industria musicale, anche in Italia. Pare, infatti, che si tratti di un progetto interamente generato dalla intelligenza artificiale: voce e immagine dell’artista nonché la canzone Another day. La notizia non mi sorprende. Da compositore e produttore ho vissuto tutti i cambiamenti: dal vinile e musicassette al cd, dal sistema di download a pagamento (iTunes) alle piattaforme di streaming (Spotify) fino all’ingresso dell’AI nel processo creativo e produttivo della musica.
La gente sembra, quindi, apprezzare e questo è un dato non trascurabile. Bisognerebbe chiedersi perché. Ascoltando la canzone in questione ho avuto due conferme: è un prodotto curato e credibile e, contemporaneamente, è perfettamente in linea con la funzione sempre più consolatoria della musica pop mainstream, già da tempo ampiamente supportata dalla AI, spesso in modo non dichiarato. Nel caso di Dalton, in quanto dichiarato, è invece un elemento centrale del marketing e la gente, consapevole di questa circostanza, sceglie di ascoltarlo.
Non vedo alcuna questione, se non quella legata al diritto d’autore e ai diritti connessi per l’interprete, aspetti che l’industria e le società di collecting stanno già affrontando e che in questa sede tralascio perché, pur decisivi, sono troppo complessi.
Mi sembra qui più interessante analizzare il fenomeno dal punto di vista del pubblico. Anche ascoltando Eddy Dalton ho avuto la sensazione che mi danno in generale i brani generati dalla AI: la consolazione del già sentito. La musica da sempre riflette una società. La nostra ha come comune denominatore, ad ogni latitudine, una disumana velocità, la follia delle guerre, una dilagante solitudine. Le canzoni quindi – è un discorso generale: ci sono meravigliose eccezioni, anche oggi - non rispecchiano più un cambiamento, una trasgressione, una rottura col passato.
Quelle generate esclusivamente dall’AI rielaborano, per definizione, proprio ed esclusivamente clichè del passato per restituire alla gente, con suoni aggiornati, un temporaneo rifugio, qualcosa che non muova troppo le emozioni, che non deve disturbare nessuno. Un po’ come quando abbiamo fretta e abbiamo fame.
Cosa facciamo?
Entriamo nel fast food e quando in tre minuti stiamo già addentando il nostro cheese-burger vorremmo benedirne l’inventore perché appunto in tre minuti ci ha sfamato e ci consente di continuare a correre verso un altro impegno. Poi succede che dopo circa mezz’ora magari la bocca è impastata e il nostro cervello pensa che se in quel sandwich ci fosse stato il pane o appena sfornato e la carne di chianina, unita a cipolla caramellata e una fetta di camembert, non ci sentiremmo così appesantiti e il godimento sarebbe stato ben diverso. Avremmo pagato almeno il triplo e non avremmo mangiato dopo 3 minuti.
Ecco, l’algoritmo fa esattamente il mestiere del fast food sonoro. Offrire il sottofondo musicale, non la colonna sonora della nostra società. Non più Dylan, Cohen e Joan Baez, non più i Beatles o i Rolling Stones, i Pink Floyd, i Led Zeppelin o i Radiohead.
Vuoi un brano con voce black, in american english e alla maniera di Marvin Gaye? Eccolo. La gente lo consuma come sottofondo, e vive l’illusione sonora della novità perché da qualche parte della memoria ricorda What’s going on, ma gli sembra nuova.
Accade anche nel porno, con le ragazze AI: la gente consuma immagini di sesso senza più attori e attrici in carne ed ossa. La gente lo sa, la gente sceglie. La stessa televisione da un po’ di anni propone cantanti di oggi, travestiti da cantanti di ieri, a volte passati a miglior vita, che interpretano canzoni di 40, 50 anni fa. È il rifugio nel passato, quello sì generato solo dagli esseri umani.
Propongo un esperimento. Andate a riascoltare Voglio Anna o Emozioni o Mi ritorni in mente di Battisti-Mogol, nelle versioni originali di Lucio Battisti. Provate a chiedere al software di AI generativa Suno di comporvi un brano nello stile di queste canzoni e di quel cantante. Mai avrete né proverete nulla di simile. Proprio le imperfezioni della voce di Battisti, la lunghissima rullata di batteria di Di Cioccio, gli archi di Reverberi, le chitarre di Radius o di Mussida, rendono uniche, quindi eterne, quelle canzoni: ogni parola e ogni nota sono il frutto della imprevedibilità che solo gli autori in carne ed ossa, attraverso il loro vissuto reale, sanno mettere nella cose che realizzano.
Vi uscirà fuori una cosa che vi sembrerà bella e familiare perché vi ricorderà il passato. Ma che userete come un cleenex. Nulla di quello che ascolterete resterà nel tempo, davvero, nel vostro cuore e nella vostra vita.
Una ultima riflessione sul tema dell’identità degli autori di una canzone generata dalla AI. Tema sacrosanto. Quando a Sanremo leggete 6 se non 8 autori sotto il titolo di una canzone pensate che davvero il pezzo lo abbiano scritto loro? Il diritto morale d’autore è, come noto, inalienabile e sarebbe, peraltro, corretto che un brano lo firmasse chi davvero ha contribuito a scrivere la musica o i versi di una canzone.
Sono, all’evidenza, ripartizioni interne che oltre ai reali autori riguardano manager, produttori e - non raramente - gli stessi interpreti, figure che spesso non hanno scritto una parola o una nota della canzone. Come vedete, il tema dell’identità degli autori di un’opera musicale al giorno d’oggi è complesso e non riguarda solo quelle create dalla AI. —
L’autore

Nato a Pordenone nel 1976 da genitori napoletani, Remo Anzovino compone musica dall’età di undici anni. Il suo stile compositivo è una sintesi tra tradizione e sperimentazione. Con oltre 40 milioni di streams sulle principali piattaforme, è uno dei compositori di punta della scena Classical Contemporary. È autore di musiche di scena, installazioni sonore, nonché di molte colonne sonore, tra cui quelle dei più importanti titoli della serie La Grande Arte al Cinema che gli sono valsi nel 2019 il Nastro d’Argento – menzione speciale “Musica dell’Arte”. Ha recentemente firmato anche la colonna sonora del film 150 Anni di Corriere della Sera.
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