Cinema al cento per 100, le nostre recensioni dei film in sala dal 2 aprile
Zendaya e Robert Pattinson sposi nel film “The Drama – Un segreto è per sempre”. François Ozon adatta Camus (Lo straniero). Pif alle prese con la fede in “… che Dio perdona tutti”. Bradley Cooper si conferma un buon regista in “È l’ultima battuta?”

Kristoffer Borgli dirige le star Zendaya e Robert Pattinson in un film sull’identità e sulla dirompenza di un segreto che diventa ossessione e nutre dubbi laceranti. Il regista norvegese conferma di avere le idee chiare per il suo cinema disturbante, con un sottotesto decisamente politico.
François Ozon adatta per il grande schermo un classico come “Lo straniero” di Albert Camus, nutrito della filosofia novecentesca sull’inutilità e la vacuità dell’esistenza. A dare volto, corpo e refrattarietà assurta a modello di vita, è Benjamin Voisin, in un film estremamente estetizzante nella scelta di Ozon di un bianco e nero fulgido, luminoso quanto contrastato, che sembra voler dar spazio ai violenti confronti della vita, cui il protagonista cerca di sottrarsi.
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, firma la sua quarta regia con “… che Dio perdona tutti”, un po’ commedia romantica, un po’ satira sulla fede, tratta dal suo omonimo romanzo del 2018, ispirato ad un incontro con Papa Francesco. Il film vive di picchi glicemici ma anche di qualche mal di pancia. Si esce con la voglia di abbuffarsi di dolci siciliani.
Bradley Cooper dirige “È l’ultima battuta” (riservandosi una piccola parte) che, ispirandosi alla vera storia del comico inglese John Bishop, si immerge negli scantinati della stand-up comedy per esplorare con delicatezza e autenticità il modo in cui due persone possono dividersi senza smettere di crescere insieme come famiglia.
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The Drama – Un segreto è per sempre
Regia: Kristoffer Borgli
Cast: Zendaya, Robert Pattinson, Alana Haim
Durata: 108’
Charlie (Robert Pattinson) è un curatore di un museo che rimane folgorato da una ragazza seduta al bar, sprofondata nelle pagine di un libro (intitolato “Il danno”: non sarà l’unico riferimento a Louis Malle nel film) che finge di aver letto per catturare la sua attenzione. Si chiama Emma (Zendaya) ed è sorda da un orecchio.
Si conoscono, si piacciono, diventano una coppia e decidono di sposarsi. Durante i preparativi per il matrimonio, nel corso di una serata un po’ alcolica con un'altra coppia, si innesca un gioco pericoloso: a turno sono chiamati a confessare la cosa peggiore che abbiano mai fatto nella vita.
La rivelazione di Emma è dirompente e monta come una ossessione nella testa di Charlie.
Il terzo lungometraggio del norvegese Kristoffer Borgli (“The Drama”, con l’immancabile arredo italiano “Un segreto è per sempre”) è un film stratificato e intelligente sull’identità (conosciamo davvero la persona che ci sta accanto?), con un sottotesto politico e sociale molto più evidente di quanto si possa pensare.
Pur muovendosi in un reticolato di citazioni (anche esplicite) e di stili che ricordano molto cinema nordico (a partire, ovviamente, da Bergman per poi fare proprie le suggestioni di Ruben Östlund – Forza maggiore -, Thomas Vinterberg - Festen - e Lars Von Trier - Melancholia), passando per Malle (con quel ritratto proprio sul tema dell’identità che è “Cognome e nome: Lacombe Lucien”) e perfino per “Confidenza” (il libro di Domenico Starnone adattato per il cinema da Daniele Luchetti in cui, però, il segreto non viene mai rivelato), Borgli riesce a costruire una atmosfera disturbante, suggerendo qualcosa di marcescente sotto la superficie.
Meno programmatico del suo precedente saggio dissacrante e feroce sul narcisismo e sulla menzogna (Sick of Myself) e meno surreale di “Dream Scenario” (che pure affrontava temi strettamente connessi a quello dell’identità), “The Drama” è anche una storia d’amore e un viaggio nella mente di Charlie che, alla rivelazione del segreto di Emma (che è bene non rivelare ma che tocca i nervi scoperti della società americana e non solo e, per questo, diventa anche molto “politico”), spalanca visioni parallele di morte e dubbi laceranti. Il finale, forse, poteva osare di più, ma “The Drama” conferma che Borgli ha una propria cifra e un’identità (almeno quella cinematografia) già riconoscibile. (Marco Contino)
Voto: 7
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Lo straniero
Regia: François Ozon
Cast: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant
Durata: 120’

L’esordio dello “Straniero” di Albert Camus era ed è già una dichiarazione sul personaggio di Meursault: «oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so». Una sintesi dell’assoluta refrattarietà alle emozioni da parte del protagonista, un tranquillo e modesto impiegato sulla trentina, nella Algeri francese del 1938.
Il romanzo di Camus, che nonostante l’autore si sia sempre dichiarato estraneo all’esistenzialismo, ricalca in pieno le tematiche della filosofia novecentesca sull’inutilità e la vacuità dell’esistenza, è uno dei tre libri francesi più tradotti nel mondo, dopo “Il Piccolo Principe” e “Ventimila leghe sotto i mari”.
Il caso, l’assurdo, l’assenza di sentimenti, l’indolenza della vita quotidiana, ora trovano anche una rappresentazione visiva nel film che François Ozon ha presentato in concorso a Venezia 82, che segue di quasi 60 anni il precedente di un Luchino Visconti più decadente di sempre (1967).
Un film di corpi e di sguardi, estremamente estetizzante nella scelta di Ozon di un bianco e nero fulgido, luminoso quanto contrastato, che sembra voler dar spazio ai violenti confronti della vita, cui Meursault cerca di sottrarsi. Dopo aver sepolto la mamma, morta nella casa di riposo dove viveva negli ultimi anni, il giorno dopo il giovane inizia una relazione con Marie, che non lo riesce comunque a distrarre dalla solita routine.
La sua vita quotidiana è sconvolta invece dal vicino, Raymond Sintès, che lo irretisce fino a fargli uccidere un arabo, ben oltre la legittima difesa. Processato per questo, Meursault rischia la condanna capitale, ma per tutto il processo la sua espressione, tra l’annoiato e il perplesso, non muta.
Ozon sceglie il volto di Benjamin Voisin, per rendere questa vacuità esistenziale. Il suo Meursault è persino disturbante nell’assenza di reazioni nella fase processuale, davanti alle sceneggiate del pubblico ministero e dei testimoni.
Qui Ozon sceglie di rappresentare il processo in una chiave estrema, quasi farsesca, forse per mostrare la distanza dal distacco dell’imputato che, lungi da essere una sicurezza, in realtà ne evidenzia la sua assoluta vulnerabilità, convinto che restar fuori, lontano dagli altri, lo protegga. Invece, alla fine, questa insensibilità sarà proprio la sua colpa, accusato di essere perverso perché non si è commosso al funerale della madre. (Michele Gottardi)
Voto: 7
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… Che Dio perdona tutti
Regia: Pif
Cast: Pif, Giusy Buscemi, Francesco Scianna
Durata: 113’

Arturo (Pif) è un agente immobiliare innamorato dei dolci siciliani: sciù, cassatine, cannoli, iris. Ai battiti del cuore preferisce i picchi glicemici. Almeno fino a quando incontra Flora (Giusy Buscemi), la donna perfetta. Perché, oltre ad essere affascinante, è una pasticcera che nutre la stessa devozione di Arturo per creme, impasti e zucchero. Ma è anche una fervente cattolica e, per non perdere il suo amore, Arturo si finge altrettanto credente.
La bugia dura poco: serve una strategia per riconquistarla. Complice una indigestione di sciù, l’amante menzognero comincia ad avere delle visioni di Papa Francesco che diventa il suo personale consulente spirituale. Ma le regole del buon cristiano, applicate acriticamente senza il filtro dell’amore, portano Arturo a radicalizzare la propria fede, allontanandosi ancora di più da Flora.
“… che Dio perdona a tutti” è la quarta regia di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, ed è basata sul suo omonimo romanzo del 2018, ispirato proprio ad un incontro con Papa Francesco (nel finale se ne può vedere un frammento).
Un po’ commedia romantica, un po’ satira (anche se molto guardinga), il film di Pif vive, proprio come il suo protagonista, di piccoli piaceri (soprattutto nella prima parte grazie alla sua comicità lunare), ma anche di mal di pancia (i siparietti con il Papa sono molto programmatici e il regista non osa mai davvero avventurarsi nelle contraddizioni di un Paese e della sua matrice cattolica, rinunciando a sviluppare qualsiasi spunto dissacrante). “… che Dio perdona a tutti” finisce, così, per crogiolarsi un po’ troppo in questa discontinuità, anche se il finale ha il suo, anche emozionante, picco glicemico. (Marco Contino)
Voto: 6
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È l’ultima battuta?
Regia: Bradley Cooper
Cast: Laura Derm, Will Arnett, Bradley Cooper
Durata: 124’

Ispirato alla vera storia del comico inglese John Bishop, il film racconta la storia di Alex Novak (Will Arnett) e Tess (Laura Dern), una coppia sposata da vent’anni che decide consensualmente di chiudere il matrimonio, in modo amichevole, mantenendo buoni rapporti tra loro e soprattutto con i figli quasi adolescenti.
Alex è il classico 45-50enne alle prese con la crisi di mezza età: prova a reinventarsi nel mondo della stand-up comedy newyorkese, alla ricerca di un nuovo scopo e di un’identità personale al di fuori del ruolo di marito e padre.
Tess, invece, un’ex atleta di rilevo nazionale come pallavolista, riflette sui sacrifici fatti per la famiglia e sul senso di sé, costretta a ridefinire le proprie priorità e a confrontarsi con le sfide della vita da single. I due in realtà hanno una reciproca infelicità che addossano al matrimonio, ma che di fatto è interiore e che ripensandosi profondamente può portare invece a una soluzione positiva, riscoprendo il concetto stesso di amore, che può trasformarsi e assumere forme inaspettate anche oltre il matrimonio.
Tra riflessioni intime, momenti di umorismo e crescita personale, il film esplora con delicatezza e autenticità il modo in cui due persone possono dividersi senza smettere di crescere insieme come famiglia. O senza separarsi mai definitivamente.
Bradley Cooper mostra di saper fare cinema al di là del blockbuster alla “A star is born”: questo “È l’ultima battuta?” è infatti un film molto newyorkese, fatto di luci notturne, di riflessi illuminati, bagnati, contrastati, propri della vita di un off Broadway come sono i protagonisti delle stand-up comedy, quindi particolarmente dialogato, verboso, persino logorroico, senza raggiungere la violenza e la volgarità di altri esempi alla “Lenny” (Lenny Bruce cui nel 1974 Dustin Hoffman prestò volto e parte nel film di Bob Fosse). Un modello artistico che si riversa anche nella vita degli amici, una sorta di borghesia alternativa piena di problemi e in perenne crisi di identità.
“È l’ultima battuta?” ha un suo happy ending, o forse è un happy neverending story: il prendere atto della realtà, spesso immutabile agli occhi degli umani, mostra già, da parte di chi lo fa, di possedere grandi doti di adattabilità, e magari anche di amore. (Michele Gottardi)
Voto: 6,5
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