Dieci anni senza David Bowie, il genio mandato sulla terra per stravolgere il mondo

Il Duca Bianco, all’anagrafe David Robert Jones, è morto il 10 gennaio 2016 a Manhattan: una data che, per molti, rappresenta l’epilogo dell’età dell’oro di rock e pop

Marco ZatterinMarco Zatterin
Fiori e candele davanti al murale dedicato a David Bowie in una strada di Londra
Fiori e candele davanti al murale dedicato a David Bowie in una strada di Londra

Due settimane dopo il terribile annuncio, nel gennaio del 2016, Steven Wilson confessò che con David Bowie aveva smesso di pulsare anche il cuore della musica moderna. «È stato scioccante - disse l’artista e produttore britannico in un buio camerino dell’Ancienne Belgique, a Bruxelles –: è l’epilogo definitivo dell’età dell’oro di rock e pop».

Niente sarà più come è stato, argomentò con fredda sicurezza, «non c’è nulla di nuovo e tutto finirà per stagnare senza la spinta dell’innovazione anche tecnologica».

Sparito l’uomo caduto sulla terra per essere Ziggy Stardust, genio onnivoro e impudente, disposto a tutto pur di innovare e stupire, non restava insomma che rassegnarsi a pronunciare l’ultimo saluto all’arte dei suoni che abbiamo conosciuto, ormai destinata solo a ricordarsi e a riprodursi senza poter più sperare di crescere. «Il re è morto», sorrideva algido Wilson, dunque «viva il re!».

Del resto, se un essere umano o no volesse capire il senso di ciò che è passato nelle nostre orecchie nel dopoguerra, potrebbe cavarsela con una sola discografia, quella di Bowie, nato David Robert Jones l’8 gennaio 1947 al numero 40 di Stansfield Road, Brixton, Londra. È un’opera complessa, vorace di avanguardia, articolata in 26 album da studio, oltre 400 brani registrati, una marea di dischi dal vivo, una trentina di film e svariate apparizioni teatrali. L’ha modellata violando limiti e regole, reinventando la sua persona con Major Tom in Space Oddity, Ziggy Stardust sul pianeta glam, il Duca Bianco post orwelliano, il Profeta Cieco al calare del sipario della sua modernità. Lettore avido e curioso, pittore visionario, maniacale nell’assorbire, copiare e rimodellare, conversatore lucido e bugiardo, manipolatore votato a spiazzare pubblico e critici a costo di ammettere «più invecchio, meno comprendo ciò che faccio». Il che, ovviamente, non poteva essere vero.

Se riavvolgiamo il nastro, troviamo a metà dei Sessanta un biondino strabico coi denti storti che impasta beat e rhythm & blues, partecipa a film alternativi, scimmiotta gli Who e i Pretty Things. Successo, zero. Con i capelli ricci rosso preraffaellita lo incontriamo a fine decennio ispirato dallo sbarco sulla luna che scodella la magnifica Space Oddity.

eguono colpi da maestro come Starman e Life on Mars, trionfi spaziali che santificano la leggenda di Ziggy Stardust sino al punto in cui lui, sempre senza tregua, lo uccide nel luglio 1973, prende baracca e burattini e avvia la stagione americana a base di soul, cocaina e amicizie altolocate, incluso John Lennon. Nel frattempo ha salvato Lou Reed e farà lo stesso con Iggy Pop. Un tipo generoso, non c’è che dire.

Nel 1976 cambia continente e stile. Si sposta a Berlino dove realizza la rivoluzionaria trilogia del muro, il rock elettrico diventa elettronico con Brian Eno e Robert Fripp. Low, Heroes e Lodger sono pietre miliari che cambiano la vita di una generazione di gruppi, dai Joy Division ai Simple Minds. Il tour 1978 è una parata indimenticabile. Ma a lui non basta. Riscopre il pop e vola sulla vetta delle classifiche con Let’s Dance (1983), un disco pensato per ballare. Duetta coi Queen (Under Pressure) e Jagger (Dancing in the Street), è ovunque, si sente onnipotente. Mette insieme due lavori raccogliticci, tradisce il business fondando i tostissimi Tin Machine, quindi torna nel 1990 con un Greatest Hits Tour che sconfesserà con la concettualità brutalista di 1.Outside (1995), un capolavoro industriale che trasuda techno, trip hop ed echi di Twin Peaks.

Nei successivi vent’anni cambia come il vento quando si diverte. Earthling lo riporta in scena e a Sanremo con Little Wonder. Hours e Heathen sono manufatti cesellati e profondi, sintesi proiettate nel futuro. Il lungo Reality Tour che segue si interrompe a Praga il 23 giugno 2004 per un malore. È il cuore che colpisce costringendolo, di lì in poi, a poche apparizioni sporadiche.

«Il tempo può cambiarmi, io non posso cambiare il tempo», recita il testo di Changes. Bowie è stato tutto quello che voleva e il suo contrario. Ha detto di essere omosessuale e poi lo ha negato. Ha lodato Hitler, salvo scusarsi e passare anni a urlare contro il fascismo. Giurava di non volersi sposare, ma le nozze con Imam gli sono parse tanto fantastiche da immaginarle nel duomo di Firenze. È stato buddista, cristiano, spiritualista e nulla di tutto ciò visto che «penso che non ci sia alcun Dio» e noi «cominciamo a sentirci più a nostro agio con l’idea che la vita è un caos senza schema».

Trova l’ordine a New York, dove vive sereno con la sposa e la piccola Lexi nata nel 2000. «Sono stato graziato, potrei rendere lode a Dio se sapessi quale», ammette.

Così sorprende tutti nel 2013 con il fresco The Next Day in cui riavvampa l’umore berlinese. L’8 gennaio 2016, giorno del 69esimo compleanno esce Black Star, una meraviglia in cui parla di aldilà e delle occasioni della vita.

Il 10 gennaio arriva la notizia. David Bowie è morto a Manhattan. La storia di come è andata è in Lazarus e nel suo video, davanti al quale, nessuna persona capace di emozioni, può evitare la pelle d’oca. Nel toccante canto funebre c’è il cancro al fegato diagnosticatogli fin dal 2014 e la sentenza trasformata in un disco di rock, nu jazz, drums & bass, hip hop e uno spruzzo di acid. L’anima trascende e l’ex Ziggy esulta: «Sono libero, non ti pare da me?».

Certo che sì. Ceneri alla ceneri (disperse a Bali). Ashes to ashes. E funk al funky, per non interrompere la canzone.

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