Dante Spinotti: «Hollywood in crisi, anche i film con le star fanno fatica»

Il maestro friulano della fotografia racconta il momento difficile del cinema Usa, De Niro, Levinson e il documentario su Melania Trump

Gian Paolo Polesini
Dante Spinotti (Foto Paolo Jacob)
Dante Spinotti (Foto Paolo Jacob)

A sentire Dante Spinotti, che a Los Angeles sta di casa e guarda il mondo dall’osservatorio migliore per auscultare la salute del cinema statunitense, notizie buone non arrivano: «La crisi soffia forte oltre Oceano, spiega, e gli incassi traballano anche per le pellicole piene zeppe di star. E certi progetti spesso saltano per gli scarsi dollari a disposizione, pensi lei».Spinotti continua a illuminare il cinematografo e lo fa meravigliosamente bene da decenni.

L’occasione friulana per incontrare il direttore della fotografia tolmezzino (che ha vissuto l’infanzia a Muina di Ovaro) con due candidature all’Oscar (“L.A. Confidential” e “Insider-Dietro la verità”) e una sessantina di film in cascina — dal “Minestrone” di Sergio Citti in su — sarà domani, lunedì 12, al Sociale di Gemona con la proiezione dell’ultima pellicola di Barry Levinson, “The Alto Knights - I due volti del crimine”, con un doppio e straordinario Robert De Niro. Serata evento dalle 20.30.

Quindi, che sta succedendo a Hollywood?

«È più di una percezione la fragilità finanziaria della Mecca. Le racconto brevemente una storia. Mi chiama Nick Vallelonga, quello di “Green Book” per capirci, proponendomi “That’s Amore”, con John Travolta. Nulla da fare. Finanziamenti insufficienti e addio set. Una tragedia ha fatto il resto — è stato trovato morto il fratello del regista — e così ho accettato la proposta di Levinson: con lui è sempre un piacere lavorare. In quindici giorni sbrigo la preparazione e ritrovo De Niro, già frequentato in “Heat-La sfida” del 1995, con Al Pacino. A proposito: Pacino arrivava preparatissimo, mentre Bob aveva bisogno anche di cinque ciak per ingranare. Non è un tipo loquace, dico De Niro. Durante le riprese se ne sta in disparte nel suo angolo e non ama le chiacchiere. Ogni tanto spiaccica due parole con la sua segretaria e fine».

Restiamo nella storia di “The Alto Knights”: si racconta della famosa rivalità mafiosa tra Frank Costello e Vito Genovese, entrambi interpretati da Lui…

«Già. Costello brigava con la finanza e con i politici, mentre Genovese era un tipo violento che tirava volentieri il grilletto del revolver. I due andavano d’accordo finché Vito tentò di far fuori Frank. Abbiamo girato a Cincinnati facendo finta di stare a New York».

Ci sveli, Spinotti: come funziona quando un attore interpreta due personaggi che interagiscono fra loro?

«Esiste una macchina da presa su un carrello, gestita da un computer, che ripete esattamente gli stessi movimenti della camera. Un giorno toccava a De Niro-Costello e quello successivo a De Niro-Genovese. Va detto che in certe inquadrature particolari subentrava una controfigura, con tanto di protesi facciale. L’opera è costata relativamente poco — cinquantacinque milioni di dollari — ma gli incassi sono stati inadeguati, può darsi per la pochissima pubblicità decisa dalla Warner».

C’è un genere che funziona negli Usa?

«Certo, l’horror. Un film sta andando fortissimo: “I peccatori (Sinners)”.

Arriviamo al docu-film su Melania Trump con la sua luce e diretto da Brett Ratner, il regista di “The Family Man” e di “Red Dragon”.

«Brett è stato felice di ritornare sul set dopo le accuse di violenza da parte di una modella. Sa come funziona negli Usa, non è facile rimettersi in pista. Fatto sta che l’affare mi solletica e accetto di buon grado. La prima avverrà a New York o a Washington a fine gennaio. Il docu finirà nei cinema e, poi, sulla piattaforma Amazon».

Lei ha incontrato Trump?

«Certo, alla Casa Bianca dopo ore e ore di girato lo abbiamo aspettato fino alle due di mattina. L’attenzione del documentario è ovviamente tutta su Melania, sull’aspetto modaiolo della first lady, senza tralasciare gli incontri: dalla regina di Giordania alla madre di un deportato, per farvi capire l’ampio spettro dell’operazione. Ma il set principale è stato allestito a Mar-a-Lago, la loro lussuosa tenuta a Palm Beach, in Florida».

Spinotti, si narra della sua presenza sull’Air Force One?

«Eccome, no. Un’esperienza incredibile. I cieli sono presidenziali, come ben sapete, e chiunque, quando passa l’ufficio mobile del capo, si deve scansare. Siamo atterrati in Carolina, per una cerimonia con il governatore repubblicano, quindi abbiamo volato comodi fino a Los Angeles. Non ci sono obblighi particolari sull’aereo: stai un po’ dove ti pare». 

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