Cineprime, ecco i film in sala questa settimana: le nostre recensioni

“Hamnet – Nel nome del figlio” di Chloé Zhao: una storia obliqua al mito shakespeariano candidata a 8 Oscar. In sala anche la commedia diretta e interpretata da Antonio Albanese “Lavoreremo da grandi”. La storia del terrorismo basco nel film “L’infiltrata” di Arantxa Echevarría.

Marco Contino, Michele Gottardi
Una scena di "Lavoreremo da grandi" di Antonio Albanese
Una scena di "Lavoreremo da grandi" di Antonio Albanese

Chloé Zhao torna a posare il proprio sguardo contemplativo sulla natura e su una donna per raccontare la sofferenza di Agnes (una Jessie Buckley in formato Oscar), sposa di William Shakespeare, per la morte del figlio Hamnet che ispirerà il padre nella scrittura dell’“Amleto”. Un dolore che si fa stato dell’anima in un film coerente con la poetica della marginalità della regista cinese-americana.

La sesta regia di Antonio Albanese suona come un ritorno alle origini, ma “Lavoreremo da grandi” è una commedia troppo fragile per colpire nel segno. La storia da “Tutto in una notte” di quattro perdenti sulle rive di un lago è solo un fantasma della comicità ingenua e lunare degli esordi.

Con “L’infiltrata”, Arantxa Echevarría firma un documento importante a futura memoria di 50 anni di lotte e repressioni del terrorismo basco dell’ETA. Dramma storico ma anche personale di coloro (sia agenti che ricercati) che hanno vissuto la tragedia della clandestinità, perdendo un’identità e, di fatto, una vita, da una parte e dall’altra dei confini della legalità.

 

HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

Regia: Chloé Zhao

Cast: Jessie Buckley, Paul Mescal

Durata: 125’

Voto: 6,5

Dopo la maldestra incursione nell’universo Marvel (Eternals), Chloé Zhao torna a posare il proprio sguardo contemplativo sulla natura e su una donna, come ai tempi di “Nomadland” (3 Oscar - tra cui miglior film e regia - e un Leone d’oro a Venezia nel 2020). Per “Hamnet” la regista cinese-americana ha adattato per lo schermo l’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell (con cui firma la sceneggiatura del film) per raccontare una storia obliqua al mito shakespeariano, scegliendo di osservare non tanto il genio ma il dolore che lo ha ispirato. Ma, soprattutto, la sofferenza di una madre, Agnes (sposa di Shakespeare), donna tellurica, in profondo dialogo con la natura come una “strega del bosco”, travolta dalla morte del figlio undicenne Hamnet, ucciso dalla peste alla fine del 1500. Una pena che scava un solco enorme tra lei e il marito che ha abbandonato Stratford per scrivere le sue opere a Londra.

Zhao resta fedele alla propria poetica della marginalità: distante non solo dal racconto tradizionale ma, soprattutto, adesa a un personaggio femminile (una intensa Jessie Buckley) quasi sciamanico che trova sollievo negli anfratti di una terra che accoglie, nello stesso modo, la vita e la morte. È in questa costruzione dell’assenza (non solo la perdita del figlio ma la stessa lontananza del padre/marito) che il film trova il proprio centro emotivo (la morte di Hamnet è straziante, quasi un rovesciamento del mito di Orfeo e Euridice in quel “travaso” di vita e di respiro con la sorella gemella), traducendo il dolore in uno stato dell’essere (o del non essere: questa è la domanda) che segna in modo irreversibile l’equilibrio familiare. Se le radici del film sono forti, il legame con la genesi dell’“Amleto” e la stessa figura defilata di Shakespeare (Paul Mescal) sembrano appartenere a un altro film, più costruito e meno istintivo in cui la catarsi finale, in quella osmosi tra arte e vita, diventa un approdo quasi troppo tangibile laddove l’elaborazione del lutto era stata sino ad allora una esperienza più rarefatta e meditativa. Candidato a 8 Oscar, tra cui miglior film, regia e attrice (favoritissima per la vittoria dopo il trionfo ai Golden Globe). (Marco Contino)

 

LAVOREREMO DA GRANDI

Regia: Antonio Albanese

Cast: Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero

Durata: 91’

Voto: 5

Antonio Albanese torna alla sua “acqua dolce” con una commedia (molto) leggera ambientata sulle rive del Lago d’Orta. In “lavoreremo da grandi” (di cui è anche regista), interpreta Umberto: due matrimoni falliti, quasi sul lastrico e una passione per la musica dodecafonica. Insomma, un perdente. Come i suoi compagni di bevute. Beppe (Battiston), mammone e timorato di Dio (l’unico idraulico che non seduce le proprie clienti) e Gigi che si è sbronzato fino al collasso dopo che la ricca zia gli ha lasciato soltanto una collezione di parrucche. Al trio male in arnese si aggiunge il figlio di Umberto, Toni, appeno uscito di galera.

Accade tutto in una notte: i quattro, infatti, hanno un incidente in macchina: ne dovranno affrontare le conseguenze tra imprevisti, telefonate nel cuore della notte e personaggi strambi in attesa di un’alba che sembra non arrivare mai. La sesta regia di Albanese suona come un ritorno alle origini, a quei personaggi macchiettistici (Umberto ha un che di Epifanio e di Pacifico) che hanno preparato il terreno della sua maturità artistica e che, ogni tanto, il regista/attore ama rievocare come fantasmi. L’operazione, però, è fuori tempo massimo, aggravata da una zoppia drammaturgica evidente. Dei disarcionati di mazzacuratiana memoria, purtroppo, nemmeno l’ombra. E quella comicità ingenua e lunare degli esordi è appena accennata. Né amara né dolce. Solo insapore. (Marco Contino)

 

L’INFILTRATA

Regia: Arantxa Echevarría

Cast: Carolina Yuste, Luis Tosar, Iñigo Gastesi, Diego Anido

Durata: 118’

Voto: 6

La storia di Aranzazu Berradre Marín (Carolina Yuste), l'unica donna poliziotta spagnola a essere riuscita a infiltrarsi nell'organizzazione terroristica dell’ETA, sin da quando, appena ventenne, accetta di farsi passare per una simpatizzante della "izquierda abertzale" ("sinistra patriottica"), con lo pseudonimo di Arantxa Berradre Marín, per poter avvicinare l’ETA. Di fatto la ragazza entra a sua volta in una sorta di clandestinità con la famiglia d’origine, per otto lunghi anni, vivendo una doppia vita. La svolta della missione arriva quando l’ETA la contatta per usare il suo appartamento come base operativa. Deve infatti convivere con due membri del gruppo, Kepa Etxebarria (Iñigo Gastesi) e il più spietato Sergio Polo Cabases (Diego Anido). Ma la ragazza non si perde d’animo e riesce a trasmettere al suo superiore, Ángel (Luis Tosar), detto l’inumano per i suoi metodi un po’ … eccessivi, le informazioni necessarie: in questo modo l'agente contribuisce in modo decisivo allo smantellamento del commando Donosti, la cellula dell'ETA di San Sebastian, in basco appunto Donosti. Arantxa Echevarría costruisce un thriller che vuol dare un’altra visione degli anni bui del terrorismo indipendentista, oggi si spera finito, dopo che le ultime frange dell’ETA hanno deposto le armi nel 2011, sciogliendosi definitivamente nel 2018.

Per lei, come per molti altri cittadini dei paesi baschi, le rivendicazioni dell’autonomia non dovevano necessariamente andare di pari passo con le stragi terroristiche. E allo stesso modo Echevarría stigmatizza modi e metodi delle forze dell’ordine: ne deriva un film che a tratti è un po’ manicheo, soprattutto nel delineare un mondo macho ed egualmente maschilista, tra guerriglieri e polizia. La regista, infatti, traccia un parallelo tra la vicenda di Arantxa e quella di una collega agente, che fa parte della cellula di controllo, lasciata ai margini quando si scopre che è incinta. Ma più in generale, pur in una costruzione coerente, sia dal punto di vista della storia individuale che di quella politica, il film risente di una scrittura a tesi che lo limita dal punto di vista narrativo, anche se sfuma poi nei giudizi definitivi, troppo complesso e doloroso è stato quel periodo storico. La parte migliore del film, al di là di essere un documento importante a futura memoria di 50 anni di lotte e repressioni, è invece proprio la riflessione su chi vive il dramma della clandestinità, perdendo un’identità e, di fatto, una vita, da una parte e dall’altra dei confini della legalità. In questo, agenti e ricercati vivono la stessa tragedia, cercando di vivere in qualche modo senza tradirsi. L’infiltrata ha ottenuto il Goya 2025 (i nostri David di Donatello) come miglior film (ex aequo con “Bus 47”) e come miglior attrice per Carolina Yuste (Michele Gottardi).

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