Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 4 giugno

Josh O’Connor, cowboy polveroso in “Rebuilding” di Max Walker-Silverman. “Smart Working”: la commedia un po’ «frenata» di Svevo Moltrasio con Maccio Capatonda e Sara Lazzaro. Meglio una gallina al cinema oggi che un uovo domani: il curioso caso di “Hen”

Marco Contino, Michele Gottardi
Un fotogramma del film "Hen – Storia di una gallina"
Un fotogramma del film "Hen – Storia di una gallina"

Attraverso una storia di sconfitte e resilienze, il regista Max Walker-Silverman narra con “Rebuilding” l’antico e selvaggio West: un’America marginale e spesso sconfitta dalla vita, attraverso il volto malinconico di Josh O'Connor. Crepuscolare.

Svevo Moltrasio (filmaker celebre sul web) gioca con i luoghi comuni del lavoro da remoto nella commedia “Smart Working”. Ma con un materiale così e un comico come Maccio Capatonda era lecito attendersi un film meno compassato, dai toni più caustici e problematici su questa moderna realtà lavorativa, oasi felice per qualcuno, incubo per altri. Qualche risata scappa, ma prevale la sensazione di una occasione persa.

Il regista ungherese György Pálfi dirige “Hen - Storia di una gallina” che racconta come un pulcino nero, poi divenuta la gallina adulta del titolo, riesca a sfuggire a una sequenza di disavventure, sopravvivendo ai suoi stessi proprietari. Metafora di un mondo ormai senza più regole e controlli e, infine, sguardo sociologico sull’Europa.

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Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco

Regia: Max Walker-Silverman

Cast: Josh O'Connor, Meghann Fahy, Amy Madigan, Lily LaTorre

Durata: 95’

Un fotogramma del film "Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco"
Un fotogramma del film "Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco"

Nel più profondo del Colorado, l’antico e sempre attuale selvaggio West, un incendio distruttivo rade al suolo alcuni ranch, tra cui quello di Dusty, soprannome... polveroso di Thomas, ultimo erede di una lunga, quasi secolare, dinastia di cow-boy.

Abbarbicato a una realtà spazzata via in poche ore, fatta di allevamento, pascoli e coltivazioni, Dusty fa fatica a relazionarsi con gli umani e soprattutto non ha i mezzi per bonificare e ricostruire la fattoria, cento ettari sperduti tra praterie e colline un tempo boschive, tutte compromesse per almeno dieci anni dall’incendio.

Attraverso una storia di sconfitte e resilienze (Dusty finisce in una sorta di campo profughi allestito dalla protezione civile con altre vittime di tragedie quotidiane) il regista Max Walker-Silverman narra un’America marginale e spesso sconfitta dalla vita, attraverso il volto malinconico di Josh O'Connor.

Ma è tutto il film a essere crepuscolare e serotino, in attesa di un’alba che fa fatica a spuntare. Perché non ci sono solo i cataclismi naturali, così comuni in America, ma anche quelli affettivi, che per Dusty si incarnano in una figlia, Callie-Rose (la brava Lily La Torre, australiana a dispetto del cognome), una bambina ancora con molti sogni e speranze, l’ex compagna e la suocera, un piccolo universo di sensazioni e sentimenti, cui pian piano si aggiungono quelli della comunità del campo di sfollati. Anche qui, come in famiglia, la tragedia costringe Dusty a rimettersi in gioco, ricreando rapporti umani, al momento più compromessi di quanto l’incendio abbia inciso nell’ambiente.

Ma in questo caso, la natura umana mostra una possibilità di rinascita più veloce di quella geografica, grazie soprattutto alle figure femminili di contorno che spingono Dusty a prendere coscienza di sé e della propria dimensione, anche di padre, e ad andare avanti.

Walker-Silverman torna alla grandezza del dramma rurale dopo l’esordio del 2022 (A love song) e anche questa volta usa toni discreti, dialoghi rarefatti, molta musica country e sguardi sospesi verso un orizzonte lontano, non solo geograficamente. Gli spazi del film, il Colorado arido e inospitale, sono metafora di un disagio esistenziale del protagonista e dei comprimari, che vivono tutti una desertificazione affettiva, solo in parte sorretta dalle istituzioni.

Eppure, proprio quando sembra essersi convinto di non aver più alcun legame con la terra, e aver preso la decisione di abbandonare fisicamente e sentimentalmente il suo vecchio mondo, Dusty coglie il valore di quei nuovi o rinnovati legami affettivi, che sono la base del «rebuilding», della sua ricostruzione morale e, forse, economica. (Michele Gottardi)

Voto: 6

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Smart working

Regia: Svevo Moltrasio

Cast: Maccio Capatonda, Sara Lazzaro, Maurizio Nichetti, Alessandro Tiberi

Durata: 111’

Un fotogramma del film "Smart working"
Un fotogramma del film "Smart working"

Giuliano (Maccio Capatonda) vive a Torino ed è uno smart-worker modello: proprio grazie al lavoro da remoto, riesce anche a dedicare più tempo alla moglie Laura (la padovana Sara Lazzaro), in attesa di un secondo figlio, e a coltivare le sue passioni. Insieme stanno per comprare una casa più grande e acquisire un altro immobile da adibire a spazio culturale.

Ma il privilegio dello smart working è a rischio perché i colleghi di Giuliano non sono altrettanto performanti e l’azienda minaccia di far rientrare tutti a Milano. Per molti di loro il tele-lavoro si è rivelato un boomerang, tra disorganizzazione, solitudini e perdita del senso di collettività.

 

La casa di Giuliano (dalla pazienza sconfinata) finisce, così, quasi per caso, per accoglierli tutti ma l’improvvisato ufficio (con tanto di distributore di caffè) è fonte di continui guai, innescando reazioni a catena che travolgono la vita dei due coniugi.

Svevo Moltrasio firma, con “Smart Working”, una commedia che gioca con i luoghi comuni di questa modalità di lavoro “esplosa” con il Covid anche in modi incontrollati. Già un po’ fuori tempo massimo, non è il difetto di tempismo il problema principale del film. Semmai è il registro troppo compassato a depotenziare un materiale che avrebbe potuto scegliere una strada più caustica e feroce in grado di sorridere del fenomeno ma anche di problematizzarlo.

A maggior ragione considerata la presenza di un comico come Maccio Capatonda che qui si limita a interpretare un personaggio mite e rassegnato, con qualche rigurgito di rabbia, ma senza quella vena surreale e scorretta che lo hanno reso famoso. Sara Lazzaro si conferma spigliata attrice brillante, anche lei un po’ sacrificata da una storia che procede per accumulo, cercando qualche variazione con la macchietta del collega ignorante e ingombrante (interpretato dallo stesso regista) e del pensionato (Maurizio Nichetti) che fa il “Filini” della situazione.

Trascurabile e un po’ inutile la sottotrama degli amici editori della coppia con una riflessione all’acqua di rose sul furto di identità autoriale. Qualche risata scappa (e, almeno, il film non scade mai nella volgarità), ma da una realtà ormai così diffusa (con grandi potenzialità drammaturgiche) era lecito attendersi una commedia più coraggiosa. (Marco Contino)

Voto: 5

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Hen – Storia di una gallina

Regia: György Pálfi

Cast: Yannis Kokiasmenos, Maria Diakopanayotou, Argyris Pandazaras, Antonis Kafetzopoulos

Durata: 96’

Un fotogramma di "Hen – Storia di una gallina"
Un fotogramma di "Hen – Storia di una gallina"

Regista ungherese, cast e produzione greci, protagonista… bipede. Curioso film, quello di Pálfi, che racconta come un pulcino nero, poi divenuta la gallina adulta del titolo, riesca a sfuggire a una sequenza di disavventure, riuscendo a sopravvivere ai suoi stessi proprietari.

Evidente metafora di un mondo ormai senza più regole e controlli, Hen ha per protagonista una vera gallina (in realtà una serie di otto bipedi neri), che scappa dall’allevamento e dalla prossima pentola del brodo per incorrere in pericoli ben più gravi, dalla volpe che l’aspetta fuori dell’allevamento, dalle auto che cercano di stirarla, al cane che la raccoglie e la porta al suo padrone, che vive nel sito abbandonato di un ristorante sul mare, tra clandestini e microcriminalità, in un ambiente fatto di soprusi, gerarchie e lotte di potere, sia tra umani che tra polli.

La storia di Hen sfuoca quella degli uomini, li mette in secondo piano e, anche se non parla e non proferisce parole, il suo sguardo appare ben più critico e saggio di quello degli uomini sullo sfondo.

Un po’ thriller e molto commedia, la storia del pulcino piccolo e nero che diventa adulto si fa, senza volerlo essere sino in fondo, anche sguardo sociologico sull’Europa di oggi e sulle sue contraddizioni, sempre da un punto di vista, a volte anche attraverso la soggettiva critica di una gallina, alto 70 centimetri da terra. (Michele Gottardi)

Voto: 6

 

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