Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dall’8 gennaio
È già il film più potente e clamoroso di questo 2026: “Sirât” di Oliver Laxe. Il thriller sexy con Sidney Sweeney, “Una di famiglia”. Dal Friuli Matteo Oleotto con “Ultimo schiaffo”

“Sirât”, del galiziano Oliver Laxe, è destinato a rimanere impigliato negli occhi e nelle orecchie per i prossimi anni. La ricerca di una figlia tra i partecipanti ad un rave nel deserto del Marocco diventa una riflessione spietata sulla finitezza del mondo, dell’uomo stesso. Con due sequenze sconvolgenti, per quanto sono inaspettate e feroci. Imperdibile.
Paul Feig dirige un thriller molto anni ’90, con qualche sortita nel pruriginoso grazie alla presenza di Sidney Sweeney, ormai reginetta di questo genere di film. Ma “Una di famiglia” si prende troppo sul serio, senza mai davvero decollare e nemmeno osare nella sua dimensione apertamente kitsch.
Ispirandosi a “Fargo” dei fratelli Cohen, Matteo Oleotto, con “Ultimo schiaffo”, si affida ai canoni della commedia, di cui sviscera i diversi toni (dal noir alla tragedia, non senza ironia) a dodici anni di distanza da “Zoran, il mio nipote scemo”. Un omaggio a una certa periferia esistenziale.
Sirât
Regia: Oliver Laxe.
Cast: Sergi López, Bruno Núñez, Stefania Gadda
Durata: 120’
È già uno dei film più potenti e clamorosi di questo 2026. Presentato lo scorso anno a Cannes (dove ha vinto il Premio della giuria), “Sirât”, diretto dal regista di origini galiziane Oliver Laxe, mutua il titolo dal nome del ponte che, nella religione islamica, collega l’inferno e il paradiso: «chi lo attraversa – recita la didascalia iniziale del film – deve sapere che il suo passaggio è più stretto di una ciocca di capelli e più affilato di una spada».
Un padre raggiunge, insieme al figlio più piccolo, il deserto di Agafay in Marocco per cercare, tra i partecipanti di un rave, la primogenita scomparsa. Non trovandola, i due si uniscono ad una piccola carovana di raver in partenza per un altro raduno in una regione remota più a sud.
Laxe coglie tutta la finitezza del mondo in questa umanità che trova rifugio in un luogo di abbacinante quanto crudele bellezza. Sono donne e uomini che cercano lo stordimento nella musica techno, nella droga, nel calore di un sole spietato, come per fuggire da una realtà “in stato di guerra”.
Si avverte un senso di perdita, di mutilazione (letteralmente) pronto ad esplodere da un momento all’altro. La ricerca (di qualcuno o di qualcosa) si fa miraggio, campo minato di certezze; scivola in un rituale tribale ipnotico in cui il sudore e la sabbia si impastano in una messa in scena materica e metafisica allo stesso tempo. Ma soprattutto, libera. Anche di abbandonarsi a due sequenze sconvolgenti, tanto sono inaspettate e feroci.
Ma non è solo per questi momenti che il film rimane impigliato, per giorni, negli occhi e nelle orecchie: è un cinema che divampa restituendo, infine, con una grammatica personalissima, la sensazione abissale di un’imminente apocalisse dei corpi e dell’anima, mentre, intorno, tutto resta immobile.
Le rocce, il deserto, le enormi casse che, come monoliti dotati di vita propria, si stagliano sopra la sabbia e riproducono la contraddizione di un ritmo eterno per un mondo che sta per finire. (Marco Contino)
Voto: 9,5
***
Una di famiglia
Regia: Paul Feig
Cast: Sidney Sweeney, Amanda Seyfried, Brandon Sklenar, Elisabeth Perkins
Durata: 131’

Sidney Sweeney è, ormai, la reginetta del thriller sexy (con scivolamenti nell’horror) che andava forte negli anni ’90. E Paul Feig sembra ispirarsi a quel côté cinematografico, con un’anima molto kitsch, nel firmare la regia di “Una di famiglia”, senza, però, osare mai e, quel che è peggio, prendendosi un po’ troppo sul serio.
Millie (Sweeney, che, in realtà, sa fare altro: vedere per credere la serie “Euphoria” ma anche “Eden” di Ron Howard) è una ragazza in libertà vigilata che cerca casa e impiego. Li trova entrambi accettando di diventare la governante della ricca famiglia Winchester che abita in una villa sfarzosa nel New Jersey. Ma qualcosa non torna.
Nina (Amanda Seyfried), la padrona di casa, sembra affetta da turbe psicotiche tanto improvvise quanto violente. Il suo bellissimo marito Andrew (Brandon Sklenar), nonostante tutto, le è devoto e si occupa della loro figlia in modo premuroso. E poi c’è la soffitta dove si è sistemata Millie, un luogo che nasconde molti segreti … Ci sarebbero le premesse per uno spettacolo godibile, un “revenge movie” polarizzato sugli antagonismi femminili, carnale al punto giusto e con una vena di humor a dissacrare il tutto.
Ma Paul Feig non sembra in grado di dosare gli ingredienti, sbaglia spesso i tempi, anestetizza parti del film (per esempio gli “spiegoni” con voce fuori campo a metà film) che sarebbero dovute esplodere e, anzi, anticipa twist che avrebbe fatto meglio a coltivare con più pazienza.
Il risultato è un film squilibrato, sorretto quasi esclusivamente dal piglio psicotico della Seyfried (brava a stare al gioco, confermando una vena da “invasata” che ritroveremo presto anche nel biografico “Il testamento di Ann Lee”), mentre tutti gli altri (Sweeney compresa, nonostante gli abiti succinti) passano quasi inosservati.
“Alcune porte non dovrebbero mai essere aperte” recita una delle didascalie del manifesto: sicuramente la chiave di Feig non è quella giusta. (Marco Contino)
Voto: 5
***
Ultimo schiaffo
Regia: Matteo Oleotto
Cast; Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Giuseppe Battiston, Giovanni Ludeno
Durata: 101'

C’è un Natale fatto di lustrini, babbi natale in costume, regali e cene e ce n’è un altro, marginale, perdente, freddo, negli affetti e nelle temperature meteo: è quello di Petra e Jure, due fratelli che vivono uno sperduto paese del Friuli, Cave del Predil, paese di minatori sperso nella montagna di Tarvisio dove è ambientato “Ultimo schiaffo” di Matteo Oleotto. Senza un lavoro specifico, i due tuttofare cercano di arrabattarsi, per recuperare i soldi necessari alla retta del Rsa dove vive la mamma malata di Alzheimer.
Così tra consegne impervie e scommesse clandestine, a schiaffoni (il Power slap, che consiste nel dare e ricevere schiaffi a mano aperta sul volto), il problema della vita (o della fuga) nel paesino più sfigato del mondo diventa una questione esistenziale, «tra il calduccio rassicurante delle feste e la tristezza siberiana dei personaggi», come dice il regista, tornato al cinema dodici anni dopo “Zoran, il mio nipote scemo” e dopo varie frequentazioni televisive (come “Volevo fare la rockstar” per Rai Due).
Oleotto mette in scena una storia che molto deve, per diretta ammissione del regista, a “Fargo” dei fratelli Cohen: al di là dell’intrigo surreale, il riferimento comune è proprio il paesaggio, vero protagonista del film, come accadeva per la montagna americana del Minnesota e del Dakota.
Costretti in un gelo meteorologico che è anche sentimentale, i due ragazzi cercano di sfruttare un’occasione che si presenta in modo del tutto casuale, la provvidenziale scomparsa del cane Marlowe, con relativa garanzia di “lauta ricompensa”, che pare promettere meglio dei tanti espedienti quotidiani.
Oleotto si affida ai canoni della commedia, di cui sviscera i diversi toni, dal noir alla tragedia, non senza ironia. I due ragazzi, soprattutto la più rocciosa Petra rispetto al più ingenuo Jure, sono due non riconciliati, marginali e non per scelta, periferici come il mondo che Oleotto porta alla luce dello schermo, quasi un omaggio a una periferia esistenziale prima ancora che anagrafica.
I caratteri genuini dei personaggi e l’attenzione verso il paesaggio connotano positivamente il lavoro del regista e ne confermano l’abilità descrittiva e introspettiva. (Michele Gottardi)
Voto: 7
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