Dalle foto di piazza Unità alle pagine del Padrino: i settant’anni del Caffè Trieste a San Francisco
Gianni Giotta, profugo rovignese, aprì lo storico locale nel 1956: vi passeranno ore Kerouac e Ferlinghetti. E su uno di quei tavolini Coppola scrisse il suo capolavoro

San Francisco oggi, ma in un luogo senza tempo. All’angolo fra Vallejo Street e Grant Avenue, nel cuore di North Beach (detta anche Old City, la città vecchia, culla della Beat Generation) c’è il Caffè Trieste.
Entrando, il turista triestino che si è appena lasciato alle spalle i grattacieli a specchio di Downtown e un traffico punteggiato dai taxi “driverless” (auto senza pilota guidate dall’AI), può essere colto da un senso di vertigine. L’interno del Caffè Trieste, infatti, ricorda in tutto gli arredi e l’atmosfera di quelli che potrebbero essere un caffè o un’osteria sopravvissuti nella nostra Città Vecchia, con sedie e infissi di legno consumato, i tavolini di marmo scheggiati e avventori di tutti i tipi, residenti, studenti, intellettuali.
Ma al Caffè Trieste ci sono poi, alle pareti scolorite, tante foto ingiallite di artisti, musicisti e poeti (un paio, con dedica autografa, sono di Lawrence Ferlinghetti, il poeta ed editore del vicinissimo e leggendario City Lights Bookstore). E allora il pensiero corre anche alle librerie triestine dell’usato in Ghetto, che sono come una volta, o proprio alla storica libreria Saba, che casualmente in questi giorni espone in vetrina “Cos’è la poesia” di Ferlinghetti.
Ma questo pezzo della vecchia Trieste clonato dall’altra parte del mondo, questo luogo struggente in apparenza senza tempo, un’età invece ce l’ha, e una bella storia pure. Era il 1956 (70 anni tondi, quindi) quando il Caffè Trieste veniva fondato da Giovanni Giotta (detto papà Gianni, 1920-2016), profugo rovignese che poi, stufo di lavorare nei cantieri a Monfalcone, un giorno disse alla moglie: “N’demo, coragio, n’demo in America!”.
Dopo aver rilevato nel 1956 il locale, che si chiamava Piccolo Caffè, papà Gianni l’ha prima dedicato a Trieste (città simbolo delle sue terre in quegli anni), poi ha fatto dipingere sul fondo un murales a tema marino, e via via ha introdotto il primo espresso della West Coast, ha preservato l’atmosfera chiacchierando con tutti i clienti, illustri o no, l’ha vitalizzato con la sua esuberante cordialità fino alla scomparsa nel 2016.
Il risultato è che ieri come oggi (la famiglia di papà Gianni mantiene ancora la proprietà), pure chi non è triestino o non abita a North Beach, ma è anche solo un po’ artista o poeta, al Caffè Trieste di San Francisco si sente a casa.
Naturalmente i primi a sentirsi a casa, in quei mitici anni ‘50 e ’60, erano gli antieroi della Beat Generation che facevano capo al City Lights Bookstore di Ferlinghetti lì accanto, e che come punto d’incontro alternavano al Caffè di papà Gianni l’analogo partenopeo Caffè Vesuvio. Tutti luoghi oggi preservati come una volta, “macchine del tempo”, meeting point più che caffè, concentrati in un fazzoletto di quello che è lo storico quartiere italiano.
Si dice che Allen Ginsberg al Caffè Trieste sedesse la mattina accanto all’ingresso e alla vetrata più luminosa, con un dolce, un cappuccino e una copia del “San Francisco Chronicle”. E che, poco dopo, arrivasse Gregory Corso a chiedergli dei soldi. Ma anche l’autore-feticcio di “On the Road”, Jack Kerouac, era un habitué.
Intanto oggi sulla strada, ai tavoli esterni, suonano musicisti forse dilettanti, forse no, e c’è un via vai di clienti chiaramente abituali. Perché il locale (come tutta l’area) sembra non conoscere il turismo culturale e non ha nulla di plastificato. Dentro, i residenti chiacchierano del più e del meno col personale al bancone, e ai tavolini di marmo siedono studenti e creativi col codino o i capelli bianchi.
Tutti sembrano disporre di tempi rilassati, scrivono sul pc ma con intorno tanti fogli di carta stampati (un saggio? un romanzo? una raccolta di poesie?). Nulla qui sembra far intuire la vicinanza delle Big Tech della Silicon Valley, e tutto fa ricordare qualche caffè triestino.
Prima dicevamo di un senso di vertigine che può cogliere il visitatore entrando in questo luogo dal tempo sospeso. Del resto il Caffè Trieste esisteva già quando Hitchcock alla fine del 1957 girava a San Francisco, in più punti non lontani da qui, le riprese di “Vertigo” (“La donna che visse due volte”).
In Sutter Street, al numero 940, c’è ancora l’albergo dove James Stewart costringe Judy (Kim Novak) a ridiventare Madeleine (sempre Novak) indossando gli stessi abiti, in quella che è la sequenza di (falso) slittamento temporale più emozionante della storia del cinema. E San Francisco sembra divertirsi a congelare il passato, perché la stanza 501 della sequenza è rimasta in parte arredata come nel film, a beneficio dei fan.
Ma anche il Caffè Trieste ha ispirato un capolavoro del cinema, perché nel 1971 il giovane Francis Ford Coppola decise di scrivere qui, in un ambiente che trasuda Italia, la sceneggiatura de “Il Padrino”. E nel locale ci sono ancora le vecchie foto che lo ritraggono seduto sotto il murales, con il tavolo coperto di fogli.
Poi nel 2009 è stato il cineclub triestino La Cappella Underground a voler celebrare questa lontana appendice poetica della città. Su un’idea dell’attore Lorenzo Acquaviva, laureatosi sulla Beat Generation con la consulenza di Fernanda Pivano, venne girato lì un bel documentario prodotto dalla Cappella e Pilgrim Film, diretto da Andrea Magnani e Raffaele Rago, scritto da Acquaviva con Chiara Barbo. Tra i rumori delle tazzine, anche le voci di poeti e frequentatori Jack Hirschman e Neeli Cherkowsky, oltre a quelle dello stesso papà Gianni e Ferlinghetti.
Adesso anche il sindaco di San Francisco, Daniel Lurie, è sceso in Vallejo Street per consegnare una targa e indire un “Caffè Trieste Day” per i 70 anni del glorioso locale. Quasi nessuno degli avventori però, probabilmente, saprebbe riconoscere i luoghi – piazza Unità e il Canal Grande – ritratti nei quadri lassù sulla parete a sinistra. Una fortuna riservata solo al visitatore triestino, che scopre in questa parte lontana del mondo che la sua città vive due volte.
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