Una vita da scrittore: chi lo fa per lavoro e chi vive d’altro
Esce in sala il film “La mattina scrivo” di Donzelli tratto dal memoir di Courtès. Per Bugaro, Signorini e Franzoso uno spunto per raccontare le loro carriere

“La mattina scrivo” il film che Valérie Donzelli ha tratto dall’omonimo memoir di Franck Courtès (Playgroud edizioni), ruota attorno a due verbi, “scrivere” e “vivere”, osservati dalla prospettiva di chi ha scelto che per lui: scrivere è vivere.
La trama
Si racconta di quando Paul lascia il mestiere di fotografo per diventare scrittore a tempo pieno. Una scelta radicale, che da subito si scontra con una realtà concreta: per scrivere c’è bisogno di tempo, concentrazione, una stanza, cibo, vestiti. E per avere tutto questo servono soldi. In attesa di pubblicare il suo romanzo, l’uomo accetta impieghi saltuari (giardiniere, muratore, tuttofare) trovati attraverso una piattaforma digitale che mette in contatto domanda e offerte buon mercato, come un’app di incontri, nella quale al desiderio viene sostituito il bisogno.
La scrittura come lavoro
Ma cosa significa, oggi, rivendicare la scrittura come lavoro? Nel 1988, invitato a un convegno, Pier Vittorio Tondelli, che per un’incredibile casualità assomigliava anche fisicamente a Bastien Bouillon l’attore protagonista del film, denunciava con lucidità il tema del compenso: «Gli scrittori non amano parlare dei propri guadagni. Da sette anni cerco di vivere facendo questo mestiere e tento di far rispettare questa mia scelta a chi mi chiede interventi “in amicizia”. È difficile far accettare l’idea che, quando scrivi, stai lavorando e questo ti deve mettere in condizione di vivere».
Parole pronunciate alla fine degli anni Ottanta, quando lo scrittore emiliano aveva già pubblicato opere decisive e si apprestava a dare alle stampe Camere separate. Sarebbe morto di lì a poco, nel 1991, lasciando un segno e un vuoto profondo nella letteratura italiana. Tondelli non fu soltanto autore, ma anche talent scout: con il progetto under 25 offrì spazio e ascolto a giovani narratori, accompagnandoli nel percorso editoriale.
Tra loro il padovano Romolo Bugaro, avvocato e autore affermato, più volte finalista al Premio Campiello.

«A parte pochissime eccezioni, nessuno vive solo di libri», osserva Bugaro. «Di solito si affiancano altre attività: giornalismo, corsi, incontri. Come tanti, anch’io per un certo periodo ho sperato di poter vivere solo con i romanzi. Come tanti, anch’io ho capito abbastanza presto che non era possibile».
Una constatazione che smonta il cliché romantico dello scrittore maledetto che scrive di notte, in preda all’ispirazione. «Il film della Donzelli è un magnifico racconto sulla fatica quotidiana dell’essere scrittori. Il titolo colpisce perché fotografa esattamente una realtà diffusa: si scrive la mattina e il pomeriggio si svolge un altro lavoro, che è esattamente quello che faccio io. La scrittura è un lavoro che esige tempo e disciplina. Di solito rende poco in termini economici ed è difficile da conciliare con qualsiasi altra attività, perché tende a essere totalizzante, invadendo ogni attimo della vita».
Chi vive di scrittura

Chi ha trovato un modo per vivere di scrittura è Mattia Signorini autore di diversi romanzi e prossimamente in libreria con un nuovo lavoro. Signorini ha fondato la scuola di scrittura creativa Palomar e il festival Rovigoracconta.
«A ventisei anni, dopo anni di rifiuti, ho firmato il primo contratto con un editore importante, l’anticipo mi sarebbe bastato per più di un anno. Così mi sono licenziato dall’azienda in cui lavoravo: pensavo che avrei potuto stare mesi interi a scrivere tutto il giorno. Poi mi sono trasferito a Milano, dove passavo le mattine a leggere i dattiloscritti che arrivavano nello studio di Vicki Satlow, la mia agente. All’inizio era solo curiosità. Un anno dopo facevo scouting di esordienti. Tornato in Veneto, è stata Vicki a suggerirmi di aprire una scuola di scrittura. Ci credeva più lei di me. Rovigoracconta è nato perché volevo organizzare qualche incontro in libreria con amici scrittori: ne parlavo ovunque e non mi dava retta nessuno, tranne una ragazza conosciuta per caso, Sara Bacchiega. All’epoca lavorava in uno studio grafico. Mi ha detto: “Io ci credo. Dai che ti faccio il logo, poi pensiamo insieme al resto”».
«Scrivere resta fondamentale», spiega, «ma lo faccio quando trovo spazio, anche la sera e nei weekend. In aula dico sempre: continuate con il lavoro che avete, la scrittura deve rimanere il vostro posto speciale. Poi qualcuno di loro con la scrittura si è comprato anche una casa, ma è raro».
Cinema a scrittura
Come nel caso di Franck Courtès, nella carriera di uno scrittore può capitare di incrociare il cinema, un mondo spesso più ricco dell’editoria, capace di sostenere il percorso professionale rendendo più stabile la vita di chi ha scelto la scrittura come mestiere.

Ne sa qualcosa Marco Franzoso che, dopo aver visto il suo romanzo Il bambino indaco portato sullo schermo da Saverio Costanzo con il titolo Hungry Hearts, vede ora un altro libro trasformarsi in film: La lezione, diretto da Stefano Mordini.
In questi giorni, inoltre, a Padova sono in corso le riprese di Se domani non torno, tratto da Cara Giulia, scritto insieme a Gino Cecchettin.
«Per chi scrive, vedere una propria opera diventare un film rappresenta un traguardo e un riconoscimento per il lavoro svolto. Mi considero fortunato per aver incontrato anche questa dimensione. Oggi il rapporto con il cinema è positivo, ma è un mondo talmente complesso nei confronti dei quali non si può stabilire una vera e propria stabilità economica. Alcuni miei titoli sono stati opzionati per il grande schermo: si tratta di un interessamento da parte di un produttore che talvolta si concretizza, altre volte no. Anche questo fa parte del difficile percorso di chi scrive». —
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