Aveva diretto Mangano e Vitti, ma l’orgoglio di Tinto Brass erano Caprioglio, Koll e Grandi

Il racconto di tre giorni di intervista fiume, sedici anni fa, in Locanda Cipriani. Le “sue” donne, grandi interpreti o attrici emergenti. L’erotismo? «Consente di rompere le regole del vivere borghese. Nulla a che fare con la pornografia»

Giovanna Pastega
Tinto Brass
Tinto Brass

Anarchico, ironico, provocatore, sicuramente fuori dagli schemi: potrei definire così Tinto Brass, il regista di origini goriziane, nato a Milano, ma assolutamente veneziano per il suo profondo legame con la città della sua infanzia e gioventù, scomparso due giorni fa all’età di 93 anni.

Lo chiamai in occasione dei suoi 80 anni: era felice di essere stato finalmente accolto alla Mostra del Cinema di Venezia, dopo anni di polemiche e moralistici rifiuti, con un documentario “Istintobrass” a lui dedicato. Un lavoro che si proponeva di sollevare il velo di un’ingiustificata censura, tutta italiana, sull’opera del regista, confinata ai limiti del pornografico. «Pensa – mi spiegò – che in Giappone, in Corea e in Francia realizzano da anni rassegne dedicate ai miei film che sono amatissimi».

Che il rapporto con la “censura” fosse il nodo che da sempre aveva portato alla ribalta e al contempo marginalizzato i suoi film, Tinto Brass lo sapeva bene. Era stato uno dei punti chiave della lunga intervista che ebbi modo di fargli nel 2010 per la realizzazione di un programma televisivo, che avevo ideato, dal titolo “Tutte le donne di Brass”, una sorta di omaggio serio ma anche scherzoso e ammiccante, come a lui piaceva, a tutta la sua carriera cinematografica attraverso le “donne” che aveva scelto come protagoniste dei suoi film.

Ad aiutarmi in questa impresa un noto docente veneziano, Pietro Bortoluzzi, che conosceva bene tutta la sua filmografia e tutta la rete di amicizie veneziane che avevano costellato il suo cinema, poiché il padre, Piero, amico di gioventù del regista, aveva recitato la parte dell’antiquario nel film “La Chiave”, insieme all’operatore Rai Marino Varagnolo nel ruolo di suo figlio.

Ci accordammo per realizzare un’intervista fiume, durata quasi tre giorni, nella Locanda Cipriani di Torcello, gestita all’epoca dal figlio del regista e dell’amatissima moglie Carla Cipriani. Un racconto in prima persona, in cui Brass attraversò tutti i punti chiave della sua carriera, raccontando i suoi film e parlando del vivace rapporto sul set con le sue attrici.

Una filmografia vasta quella di Tinto Brass, che in realtà, a dispetto della sua fama di regista erotico, aveva attraversato tutti i generi, dal comico al drammatico, dal western al giallo fino al film storico e al documentario. Così in quei giorni a Torcello fu un fiume in piena, ore e ore di racconti, di aneddoti, sempre con il sigaro in bocca e la sua risata inconfondibile.

Avendo lavorato da giovane negli archivi della Cinématèque Francaise, Brass aveva sempre rifiutato, in virtù di una raffinata quanto enciclopedica cultura cinematografica, etichette e definizioni, limitandosi a sottolineare come avesse cercato in tutti i suoi film di affrontare le sue ossessioni e di offrire, esorcizzandole, una visione del mondo e dell’uomo libera dagli schemi e dagli inganni del potere, utilizzando di volta in volta chiavi di lettura diverse: dalla fuga “anarchica” a quella onirica, dalla follia che rende liberi all’erotismo che rende felici.

Ecco allora emergere il racconto del suo cinema come un mosaico di impressioni “di viaggio”, di battute salaci, che mi affidò senza troppi filtri anche in virtù della conoscenza di gioventù con mia madre, di cui era stato compagno di scuola al Liceo Marco Polo insieme al suo amico di sempre Gianni Scarabello, poi docente di Storia Veneta a Ca’ Foscari: dalla formazione a Parigi al fianco di registi come Roberto Rossellini, Henri Langlois e Joris Ivens, all’incontro con la Nouvelle Vague accanto a Bresson, Godard, Truffaut, fino al Brass “regista di strada” autore di film dalla forte carica istintiva tutti girati in esterna. Un racconto in prima persona fatto senza mai risparmiarsi, neppure la battuta al termine delle riprese «sei l’unica che è riuscita a sequestrarmi per tre giorni!».

Fil rouge di tutta l’intervista il suo rapporto con le donne scelte per interpretare i suoi film: da Silvana Mangano a Monica Vitti, da Vanessa Redgrave ed Helen Mirren, da Anna Galiena a Stefania Sandrelli, grandi interpreti, tutte diverse, tutte caratterizzate da una spiccata bravura e una forte sensualità. Brass era poi particolarmente orgoglioso delle tante attrici che aveva lanciato: Serena Grandi, Klaudia Koll, Debora Caprioglio e tante altre.

Accanto a loro, sempre grandi attori: dall’istrionico Alberto Sordi con ben 4 ruoli interpretati nel film “Il disco volante” girato interamente ad Asolo, a Gigi Proietti in veste anarchica e anticonformista nella commedia “L’Urlo”, il cui soggetto Brass preferì al copione di “Arancia Meccanica” che gli era stato offerto prima di Kubrick. E ancora Malcolm McDowell, Peter O’Toole, Helmut Berger, Giancarlo Giannini e tanti altri.

Tra gli aneddoti più irriverenti quello sul suo maestro Roberto Rossellini. «A Parigi – mi raccontò – stavo montando per lui un documentario sull’India, da dove lui era tornato con un sacco di materiale e una “fidanzata” indiana. Se ne stava nell’appartamento di Cartier-Bresson per sfuggire ai paparazzi. La sera proiettava le immagini e mi dava qualche indicazione. La notte io mi dedicavo al montaggio dell’India e lui dell’indiana… La mattina se era andata bene io ero un genio, se era andata male ero uno stronzo, un incapace e dovevo rifare tutto. Da lui ho imparato il gusto della vita».

Tra i ricordi più intesi sicuramente quelli legati alla moglie, con cui condivise tutte le sue sfide cinematografiche a partire dalla prima “Chi lavora è perduto”, il cui titolo si deve all’intervento della censura che gli aveva bocciato “Fino alla fine del mondo”.

Ricordando i tanti film girati prima che la vena erotica prendesse il sopravvento, mi venne da chiedergli che ne pensasse dello snobismo intellettuale di tanta critica: «Non mi sono mai preoccupato molto delle critiche – mi disse – non le leggo nemmeno, le metto da parte e faccio subito un altro film. Stessa cosa per i premi, i pochi che ho, li ho messi nel cesso».

Alla domanda d’obbligo cosa fosse l’erotismo per lui rispose: «È come il culo, è una chiave di lettura, un modo di interpretare la vita, un deragliatore ideologico, che consente in qualche modo di rompere le regole del vivere borghese, del moralismo che impera, è una fuga dalle imposizioni e in questo è molto diverso dalla pornografia: l’erotismo ti dà delle emozioni la pornografia ti dà solo delle erezioni, che sono altrettanto legittime e importanti, ma la differenza è un fatto culturale! ».

 

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