Addio a David Riondino, giullare colto di fine Novecento

L’attore e cantautore si è spento a 73 anni. Il forte legame con Paolo Rossi 

Gian Paolo Polesini
David Riondino durante uno spettacolo a teatro
David Riondino durante uno spettacolo a teatro

Un artista difficilmente etichettabile, David Riondino: cantautore, autore teatrale, umorista, attore, figura irregolare dello spettacolo italiano, dotato di unicità preziose e di uno sguardo ironico capace di esplorare il mondo a modo suo.

Da tempo la sua voce non partecipava più al dialogo culturale di un’Italia spesso confusa e bisognosa di contributi lucidi per ritrovarsi attorno a un libro, a una chitarra o a un palcoscenico. David era malato. E ieri, nel silenzio di questa lunga sofferenza, ci ha lasciato a 73 anni.

Viveva a Roma da tempo, pur restando un fiorentino orgoglioso della sua Toscana, terra che lo accolse nel 1952, figlio di Luigi, maestro elementare. Il suo primo lavoro fu quello di bibliotecario.

C’era in lui qualcosa di imprevedibile. Una pausa fuori tempo, una battuta che sembrava sfuggire a ogni copione: il suo terreno di caccia non è mai stato uno solo, non soltanto la musica da cui era partito, ma anche cinema, teatro e televisione, esplorati con la libertà di chi pianta ovunque la propria bandiera. Un giullare colto di fine Novecento.

Qualcuno lo ricorderà al “Costanzo Show” - palestra fortunata per molti - mentre improvvisava una comicità personalissima insieme a Joel Mesquinho, il “suo” eccentrico cantautore brasiliano. E Costanzo, da esperto uomo di spettacolo qual era, seppe trattenerlo a lungo, finché Riondino non trovò gambe abbastanza robuste per camminare da solo.

Sua è la celebre “Maracaibo”, incisa da Lu Colombo nel 1981, brano destinato ad attraversare i decenni in molte versioni (indimenticabile quella di Billo-Calà in “Vacanze di Natale”). È il racconto di una fuga avventurosa e tragica: Zazà, ballerina a Cuba, legata al Barracuda, locale noto per il contrabbando.

Riondino firmò una decina di album, a partire da “Ultima spiaggia”, legato al debutto del 1979. Tra i titoli: “Boulevard”, dove emerge un’ironia narrativa dal tono colloquiale; “Tango dei miracoli”, che con cinismo leggero attraversa le dinamiche relazionali; e “Racconti picareschi”, popolato da figure stravaganti e anticonformiste.

Dall’esordio accanto a Fabrizio De André al successo televisivo, David scelse sempre la strada meno prevedibile. Superata la soglia dell’anonimato, la sua carriera si fece attraversamento continuo di linguaggi: una cultura mai ostentata e una leggerezza mai superficiale.

Lo ricordiamo con Daria Bignardi a “Tutto volume”, intento a raccontare la letteratura in modo innovativo. La poesia “a braccio” - antica forma d’improvvisazione modellata sull’“Orlando Furioso” - divenne una delle sue cifre più riconoscibili.

Incontra il cinema negli anni Ottanta, interpretando Beniamino nel film di Marco Tullio Giordana “Maledetti vi amerò”, accanto a Flavio Bucci e a Pino Daniele. E chi ha seguito il teatro di Gabriele Salvatores, dall’esplosivo “Comedians” con Rossi, Bisio, Catania e Orlando, ricorderà anche il film del 1987 “Kamikazen - Ultima notte a Milano”, cui partecipò Riondino. Negli anni Novanta la prosa diventa centrale: diretto da Giuseppe Bertolucci porta in scena “Patria mia” accanto a Sabina Guzzanti, compagna di molte avventure anche personali. Paolo Rossi fu per lui un amico fraterno di scena: “Chiamatemi Kowalski” e “La commedia da due lire” restano esempi di un teatro capace di rompere la tradizione con forza e identità.

“La scuola dei giullari” è stata la sua ultima invenzione: un modo per rinnovare la consuetudine, facendola dialogare con il presente secondo il suo stile bizzarro e inconfondibile. —

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