Le pieghe d'arte di Saytour. Tagli, bruciature e strappi danno nuova vita alla materia
La mostra “Le pli et le temps” apre da sabato 18 aprile a Palazzo Vendramin Grimani alla Fondazione dell’Albero d’Oro. Il dialogo con i capolavori di Pietro Manzoni

C’è un filo sottile che lega l’espressione artistica di Patrick Saytour con quella di Pietro Manzoni; anzi, più che un filo è una piega, che contiene al suo interno un universo di significati. La piega nasconde ma anche svela, si chiude e si riapre, è metafora della molteplicità dell’essere, della complessità del mondo. Sul valore estetico ed etico della piega e del tempo si gioca l’allestimento della nuova mostra (dal 18 aprile al 22 novembre) che Daniela Ferretti ha curato per la Fondazione dell’Albero d’Oro. Una mostra fatta di scommesse: la prima era quella di inserire in un contesto carico di storia come quello dei saloni di Palazzo Vendramin Grimani, affacciati sul Canal Grande, la modernità dirompente di Saytour. E la scommessa ci pare più che vinta. C’era poi la sfida di innescare un dialogo intenso, concettuale, tra la sessantina di opere dell’artista francese e sette capolavori di Pietro Manzoni (Achrome, Linee e alcune opere su carta) che si rivelano lungo il percorso espositivo come un’epifania, una scoperta inattesa, e che rendono questa rassegna particolarmente pregevole, luogo ideale di confronto tra due visioni opposte del rinnovamento nell’arte eppure, in qualche modo, complementari.

La prima mostra in Italia dedicata all’artista francese
“Patrick Saytour. Le pli e le temps/La piega e il tempo” è la prima mostra dedicata in Italia all’artista francese; occasione unica per conoscere uno dei protagonisti dell’ultima avanguardia francese, tra i fondatori del gruppo Supports/Surfaces, un movimento nato in maniera quasi spontanea tra la fine degli anni’60 e gli anni’70, nel Sud della Francia, di cui fanno parte Vincento Bioules, Claude Viallat, Daniel Dezeuze, André Valensi, Toni Grand e Noël Dolla. Li contraddistingue la volontà di togliere sacralità alla pittura decostruendo il quadro tradizionale nei suoi elementi costitutivi – tela, supporto, cornice, vetro – e facendo emergere la materia. Patrick Saytour (1935-2023) ha declinato questa poetica con una costante ironia di fondo, utilizzando qualsiasi mezzo – dal più semplice foglio di carta alla tovaglia di plastica più kitsch – per dare nuova vita artistica alla materia attraverso pieghe, tagli, bruciature, strappi, solarizzazioni, cuciture.
La mostra come percorso di scoperta
Stanza dopo stanza si apre una visione, un’espressione della sua ricerca concettuale ed estetica. A noi che guardiamo è lasciata la totale libertà di approcciarsi alle opere secondo la sensibilità di ciascuno: per questo la mostra si rivela per certi versi gioiosa, un percorso di scoperta che ha per terzo elemento anche Venezia, la città liquida che si manifesta dalle finestre del grande salone di Palazzo Vendramin Grimani e attraversa con la propria immagine i dischi di legno traforati, su cui Saytour ha inserito ritagli geometrici di vari materiali, quasi composizioni futuriste. Gioca con l’ironia anche sui titoli delle opere: chiama Gloire dei ritagli di pelliccia sintetica cuciti assieme, Monument una serie di quadri che ha dipinto anche sul vetro, oltrepassando così la linea concettuale dei singoli componenti. I teli colorati, piegati e dispiegati, si aprono come archivi del tempo (come le lenzuola che l’artista piegava da bambino assieme alla nonna); i tessuti bruciati, incisi in maniera chirurgica dalla fiamma, sembrano grandi ricami geometrici. Un’accurata selezione di coloratissime opere su carta diventa quasi il manuale dei motivi e dei pattern che riproduce poi su altri materiali.

Tra teatro e pittura
Da sempre diviso tra il teatro e la pittura, Patrick Saytour riversa le sue capacità registiche anche nell’atto creativo, lasciando agire la materia ma sempre sotto il controllo dell’artista. Lavora così anche sui grandi teli imbibiti di colore, piegati e esposti al sole e agli agenti atmosferici: quando li dispiega e ne osserva il risultato naturale, interviene poi enfatizzandone a mano alcuni punti, rivendicando così il proprio ruolo di deus ex machina.
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