La badante killer: «Ho rubato i gioielli, ero in difficoltà economica. I farmaci? Nessun mix letale»

La donna vicentina sarà in aula a primavera per raccontare la sua verità, durante l’interrogatorio ha puntato il dito contro assistiti e familiari. Le parti civili: «Ci aspettiamo che questo processo faccia chiarezza»

Sabrina Tomè
I corposi faldoni dell’indagine a carico della badante vicentina
I corposi faldoni dell’indagine a carico della badante vicentina

Ha ammesso di aver rubato i gioielli, ma ha escluso di aver somministrato farmaci agli assistiti per nuocere loro. Ha spiegato di far uso di benzodiazepine da quando aveva 16 anni, contro gli attacchi di panico. Nell’interrogatorio di fine novembre scorso, davanti al pm Maria Elena Pinna, titolare delle indagini, Paola Pettinà ha raccontato la sua verità sugli omicidi che le vengono attribuiti.

Ma cosa sia successo esattamente nelle case degli anziani morti o intossicati con le benzodiazepine e in quella del convivente che ha rischiato a sua volta di morire, la donna potrà spiegarlo diffusamente alla Corte d’Assise la prossima primavera.

Sia la difesa che l’accusa, infatti, ne hanno chiesto la deposizione. Sarà una lunga ricostruzione visto che il suo legale, l’avvocato Roberto Busa, ha previsto almeno tre ore di tempo. D’altra parte i fatti contestati sono numerosi, e gravi. Ma lei respinge tutte le accuse.

Anziani dipendenti da psicofarmaci, familiari che ne chiedevano la somministrazione e medici impreparati («i medici sono talvolta molto superficiali», ha detto a proposito delle dimissioni di un’assistita): questo il quadro dipinto dalla badante secondo la quale le responsabilità sono tutte di altri.

«Tutti i farmaci che ho somministrato erano nella terapia e i miei pazienti assistiti li avevano in casa», ha assicurato agli investigatori. Attribuendo ad alcuni figli dei pensionati la richiesta di aggiungere benzodiazepine.

E quando non erano i familiari, ha raccontato ancora, lo facevano direttamente gli assistititi. A proposito di una delle anziane: «Era solita assumere benzodiazepine e in casa ce n’erano grandi quantità. Era lei che mi chiedeva dei farmaci in aggiunta a quelli che già assumeva e io glieli davo, ma non sempre. Poi vedevo che la signora non era più in sè, dormiva e non reagiva. Avevo detto alla figlia di controllare la madre e di contattare le farmacie per impedire di consegnare farmaci».

Sui due omicidi contestati, quelli di Alessandra Balestra di Vicenza e di Amalia Gastelli di Sandrigo, la memoria sembra cancellata, i «non ricordo» si succedono. Così come non ricorda quanti soldi le abbia prestato il fidanzato padovano Giovanni Domenico Moletta, figlio di Alessandra Balestra, con il quale ha convissuto a San Pietro in Gu.

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Per la Procura ha cercato di avvelenare anche lui, ma Pettinà ha spiegato che si è trattato di uno scambio di bicchieri contenente lo Xanax destinato a lei. Ha invece ammesso di aver rubato i gioielli a Luisa Gasparotto: «Li ho presi in un momento di difficoltà economica, lei lo sapeva. E io mi sono pentita».

Pentimento a cui ha fatto seguito la restituzione degli ori? Non proprio: ha invece detto alla figlia di portare via tutti i gioielli per evitare di cadere in tentazioni. E se il furto ha un movente ben preciso, ancora non chiaro appare quello degli avvelenamenti. Per questo saranno importanti le prossime udienze in Assise, per definire i contorni di un caso su cui ci sono molte ombre.

Intanto ieri gli avvocati di parte civile si sono opposti, insieme alla Procura, alla concessione del rito abbreviato. «Mi aspetto da questo processo che venga chiarito quanto accaduto, nell’interesse delle persone danneggiate», ha spiegato l’avvocato Alessandra Carrarini che rappresenta i familiari di Luisa Gasparotto. E l’avvocato Roberta Resenterra, per conto dei Moletta: «Va accertata la verità, non ci devono essere altre vittime».

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