Suor Bernardetta decapitata in Burundi, la svolta dopo 12 anni: «Uccidetele nel peggior modo possibile»

A 12 anni dalla strage delle tre missionarie saveriane in Burundi, l’inchiesta italiana accelera: un arresto, nuove testimonianze e un programma di protezione per i testimoni. Tra le ipotesi sul movente anche quella di un sacrificio rituale legato alla corsa alla presidenza del generale Nshimirimana

Silvia Bergamin
Una foto di Bernadetta Boggian di Ospedaletto Euganeo, una delle tre missionarie saveriane uccise in Burundi 2014
Una foto di Bernadetta Boggian di Ospedaletto Euganeo, una delle tre missionarie saveriane uccise in Burundi 2014

«Uccidetele nel peggior modo possibile»: questo fu l’ordine della Documentation, il servizio segreto del Burundi. E tra il 7 e l’8 settembre 2014 furono trucidate a Bujumbura suor Bernardetta Boggian, 79 anni, originaria di Ospedaletto Euganeo, e suor Olga Raschietti, 83 anni, di Montecchio Maggiore. Perse la vita anche Lucia Pulici, 75 anni di Desio. Olga e Lucia furono uccise con delle pietre e sgozzate, la padovana fu decapitata. Un delitto consumato nella missione burundese delle saveriane della congregazione di Maria.

Indagini in corso

La svolta nell’indagine porta la data del 26 febbraio scorso, quando i carabinieri hanno arrestato a Parma uno dei presunti basisti della strage, Guillaume Harushimana, cinquantenne che nella città ducale si era costruito una vita, impegnato nel volontariato. Da quel momento le indagini hanno accelerato sensibilmente, portando all’acquisizione di due testimonianze fondamentali: un operaio e una catechista, ascoltati a inizio luglio con incidente probatorio per mettere al sicuro le loro dichiarazioni in vista di un eventuale processo. Conclusi questi interrogatori, per i testimoni e i loro familiari è scattato un programma di protezione.

Il contesto omertoso

Tra gli atti figura anche il racconto, raccolto lo scorso inverno, di un uomo che durante il raid avrebbe fatto da vedetta: una deposizione decisiva, ottenuta in cambio dell’immunità, dopo la quale l’uomo ha lasciato l’Italia perché, come spiega il procuratore capo di Parma Alfonso D’Avino, non poteva «tornare in Burundi, troppo pericoloso».

Nei prossimi giorni altre persone giunte dal Burundi verranno sentite in Italia: convincerle a parlare non è stato semplice, e un contributo importante è arrivato da religiosi italiani che da anni non hanno mai smesso di porre domande scomode, cercando verità sulla fine delle tre missionarie che si erano sempre dedicate senza mai risparmiarsi agli ultimi tra Sudamerica e Africa.

Il terrore

Sul fronte burundese, del resto, non si è mai arrivati a un’indagine reale perché, come sottolinea D’Avino, «i magistrati erano terrorizzati» dalla polizia segreta, tanto che i due procedimenti aperti in Italia nel 2014 e nel 2018 finirono archiviati per mancanza di sponde istituzionali locali.

A rimettere in moto tutto è stato il libro Nel cuore dei misteri della giornalista Giusy Baioni: aveva iniziato a indagare dopo aver scoperto che nel 2015 un’emittente libera burundese aveva diffuso le confessioni di due presunti killer, forse spinti dal pentimento, forse dalla rabbia per non essere stati pagati, forse dal terrore di aver perso la protezione del loro referente, il generale Nshimirimana, morto dopo il delitto. Uno dei due confessori venne ucciso poco dopo quella trasmissione, mentre la radio fu distrutta.

Il movente: un sacrificio

Resta il nodo del movente: perché il capo della Documentation avrebbe voluto, pianificandolo per mesi, questo triplice omicidio? Le ipotesi sul tavolo sono tre. La prima riguarda il rifiuto delle religiose di garantire assistenza sanitaria alle milizie burundesi impegnate in Congo. La seconda chiama in causa presunte irregolarità nella gestione di un centro giovanile a cui le suore si sarebbero opposte.

La terza, ritenuta la più probabile, indicherebbe che il generale avesse richiesto un sacrificio rituale legato alla propria candidatura alla presidenza della Repubblica.

 

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