
Unabomber, 30 anni fa l’esplosione in spiaggia a Lignano: fu l’inizio del panico estivo
Il 4 agosto 1996 il tubo-bomba nascosto nella sabbia ferì Roberto Curcio, inaugurando la stagione della paura sui litorali. Un "cold case" chiuso definitivamente dopo il fallimento degli ultimi test del Dna: il responsabile è ancora una persona senza volto e nome
Trent'anni fa esatti, sul litorale di Lignano Sabbiadoro, Unabomber, l’uomo rimasto tutt’ora senza volto e senza nome, cambiava strategia. Un nuovo modo di spaventare, forse anche con l’intenzione di uccidere davvero, destinato a segnare per sempre la memoria collettiva del Nordest e della cronaca italiana. Era il 4 agosto 1996 quando l'esplosione di un tubo-bomba adagiato sulla sabbia feriva gravemente il trentatreenne Roberto Curcio.
L’Italia di 30 anni fa era un’altra, sicuramente. Andare in spiaggia, giocare con la sabbia, magari piantare un ombrellone nell’arenile libero era la vacanza italiana. E fu per questo motivo che l’attentato di Lignano ha inaugurato una lunga e drammatica stagione di paura nei luoghi di ritrovo estivo.
Con l'episodio di Lignano del 4 agosto 1996, la strategia alzò la posta puntando al panico di massa durante le vacanze estive. Soltanto pochi giorni dopo il primo scoppio sul litorale friulano, sulla spiaggia della vicina Bibione venne rinvenuto un altro tubo-bomba che si limitò a produrre una fiammata, evitando per un soffio ulteriori feriti. Seguirono quattro anni di silenzio apparente, prima che il terrore sulle coste ritornasse il 6 luglio 2000: sempre a Lignano, un carabiniere in pensione notò un cilindro metallico che gli esplose tra le mani, causandogli gravissime lesioni al volto.
L'escalation nei supermercati, nelle chiese e l'accanimento sui bambini
Ma riavvolgiamo il nastro della memoria. La scia di attentati firmati da Unabomber era iniziata due anni prima, il 21 agosto 1994, con lo scoppio di un tubo-bomba riempito di polvere da sparo e biglie di acciaio alla Sagra degli Osei di Sacile, provocando tre feriti. Nei mesi successivi l'attentatore aveva colpito davanti al supermercato Standa di Pordenone, sul sagrato della chiesa di Aviano, ad Azzano Decimo e nuovamente nel capoluogo pordenonese.
Dall'autunno del 2000 Unabomber cambiò nuovamente tattica, mimetizzando micro-ordigni all'interno di oggetti di uso quotidiano. Tra il 2000 e il 2001 vennero prese di mira confezioni di uova, tubetti di pomodoro e maionese al supermercato Continente di Portogruaro, fino alla bomba nascosta in un lumino nel cimitero di Motta di Livenza che ferì gravemente una donna di 63 anni.

Negli anni successivi la crudeltà degli attacchi finì per travolgere direttamente i più piccoli. Nel 2002 scoppiarono un barattolo di Nutella a Pordenone e un tubetto di bolle di sapone tra le mani di un bambino; a Natale dello stesso anno venne colpito il Duomo di Cordenons e nel marzo 2003 lo sciacquone di un bagno del Tribunale di Pordenone. Il 25 aprile 2003 si verificò uno degli episodi più drammatici: sul greto del fiume Piave, una bambina di 9 anni trovò un evidenziatore giallo che esplose al suo tocco, causandole la perdita della vista da un occhio e la mutilazione di tre dita.

Le trappole proseguirono tra il 2004 e il 2006 con inneschi nascosti sotto gli inginocchiatoi nelle chiese (a Portogruaro), candele elettriche (a Motta di Livenza), scatole di cibo inviate fino in Romania, congegni sotto le selle delle biciclette e bottiglie esplosive ripescate dai fiumi, come avvenne nell'ultimo fatto accertato a Caorle nel maggio 2006.
La parentesi giudiziaria: il verdetto dello scorso ottobre e un enigma senza risposte
Mentre oggi si ricorda il trentennale da quell'evento che sconvolse i litorali dell'Alto Adriatico, il percorso giudiziario legato a Unabomber ha già scritto la sua parola fine. Nel mese di ottobre dello scorso anno si è infatti conclusa formalmente la seconda grande inchiesta condotta dalla Procura di Trieste. Gli esami genetici di ultima generazione condotti dai periti del GIP sui dieci reperti storici (formazioni pilifere, nastri isolanti e ordigni inesplosi) hanno dato esito negativo, escludendo qualsiasi corrispondenza con i profili degli undici indagati, tra cui l'ingegnere Elvo Zornitta.
I risultati hanno decretato il definitivo fallimento della pista biologica. Con quasi tutti i reati caduti in prescrizione e la formale archiviazione sancita a fine anno, a trent'anni dal primo attentato in spiaggia la parabola di Unabomber rimane un mistero insoluto, senza che la giustizia sia mai riuscita a dare un nome e un volto all'autore di oltre un decennio di terrore.
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