“La notte della ninna nanna” di Federica Angeli, quando il dolore spinge ad annullare la vita
Il delitto di Alessandro Venier, ucciso a Gemona nel luglio 2025 dalla madre insieme alla nuora, raccontato dalla giornalista nel nuovo libro in uscita venerdì 22 maggio

La prima narrazione ibrida, a metà fra romanzo e saggio, della giornalista Federica Angeli nasce dal figlicidio di Gemona. La notte del 25 luglio 2025 Lorena Venier uccide il figlio Alessandro, in concorso con la compagna Mailyn Castro Monsalvo. Le donne, di 62 e 31 anni, sono accusate, ree confesse, di omicidio volontario e rischiamo l’ergastolo.
Da venerdì 22 maggio in libreria La notte della ninna nanna (Baldini+Castoldi, pagg. 138, euro 18).
La cronista di nera e giudiziaria con radici friulane, dal 2013 sotto scorta a seguito delle inchieste sulla mafia di Ostia pubblicate da Repubblica, per la quale scrive dal 1998, non propone una ricostruzione dei fatti anche se il racconto li comprende.
Doppio il registro narrativo. Da una parte la cronaca del delitto, scandito da ore e minuti, nei corsivi desunti dagli atti delle indagini che aprono i capitoli. Dall’altra pensieri e ricordi di madre single, non amata né stimata dai genitori, da sola a crescere un figlio non desiderato, problematico e violento.
Una narrazione in prima persona, per una riflessione sul rapporto madre-figlio, per capire le cause di un gesto feroce, pianificato, maturato in un contesto di violenza domestica mai denunciata e per tracciare un nuovo modo di scrivere di nera in un periodo di crescita di crimini e femminicidi fra gli adolescenti e non solo.

Nella scrittura essenziale, esplicita, cruda, mai crudele, pervasa da umana pietas, il male è il punto in cui il dolore smette di essere sopportabile, non una scelta, ma una difesa. Un male raccontato con sospensione di giudizio. Nella nota iniziale, l’autrice invita il lettore a mantenere distinta la realtà dalla finzione, sono pagine ispirate da fatti reali, non loro rappresentazione. Avverte di passaggi espliciti e disturbanti alla cui lettura arrivare preparati, specie per i giovani. Federica Angeli porta il lettore alla ricerca delle cause in una struttura linguistica da reportage…
«Questo dovrebbe essere il lavoro della cronista, trovare le ragioni dei fatti sospendendo il giudizio. Lorena Venier, Isabella nella finzione, racconta la gravidanza senza amore per l’essere che sentiva dentro come un inquilino abusivo, un estraneo che occupava spazi non suoi, nato dopo l’abbandono del padre». Pagine equilibrate, ragionate anche nel racconto dell’esecuzione… I capitoli percorrono le 7 ore dell’omicidio, seguono i verbali giudiziari, intervallati dal ritorno al passato della protagonista. Parole incastrate in dialoghi spiegabili per preparare con pietas e dolore percepito il lettore alla spietatezza del crimine.
Che cosa le ha fatto desiderare di entrare nella storia e farla sua?
«La crudeltà, difficile da capire, di un figlicidio in età adulta. L’incredibile e inusuale unicità, in cui mi sono imbattuta da cronista, della complicità fra suocera e nuora, atavicamente contrapposte. Mentre scrivevo ho capito che la storia richiedeva un cambio di passo e ho deciso di entrare nei personaggi venendo in Friuli anche per passare del tempo dove sono le mie origini paterne. Oggi il nostro dovere è decodificare e fare un’analisi del male. È stata la possibilità di riflettere sull’essere madre, sul rapporto con i figli in particolare. Credo serva ragionare e capire il dolore che spinge ad annullare la vita».

Chi sono le protagoniste?
«Persone che hanno lasciato cadere le catene che tengono a bada il male in ognuno di noi che si manifesta per debolezza o sofferenza estrema. Siamo un mix di buono e cattivo. Frustrazioni, dolori e paure, possono fare prevalere il male anche in una donna, infermiera, che per tutta la vita si è presa cura con gentilezza e attenzione degli altri».
Questi tempi accentuano la zona grigia fra bene e male, dove sentimenti non crescono dritti, senza giustizia?
«Certamente, sempre più spesso i genitori credono di crescere adulti sereni giustificando, tollerando, proteggendo. In vero gli adolescenti che non sperimentano il fallimento non hanno strumenti per governare la rabbia, la delusione, il dolore».
Il male travolge la madre omicida?
«Ha tentato di combattere i demoni con il lavoro e un percorso psicologico. La decisione di uccidere il figlio è stata una scelta per fermare la violenza soprattutto verso la nuora e temendo la stessa brutalità verso la nipote di pochi mesi».
Che cosa scandisce la ninna nanna del titolo, quasi un coro greco?
«Il testo in friulano sottolinea l’antitesi fra dolcezza e sofferenza per una madre che vorrebbe amare il figlio. L’ho scritta ricordando le filastrocche ora tenere, ora spaventevoli, cantatemi da mio nonno Giuseppe, nato a Udine e poi per amore emigrato a Cuneo».
Da madre di tre figli come è stato scrivere questo lavoro a metà fra romanzo e saggio?
«Ho fatto prevalere la cronista verso chi ha scelto la morte per interrompere la catena del male».
L’abstract
26 luglio 2025, ore 7
È mattino, nel cortile dell’ospedale in cui lavoro da anni. Una sigaretta che brucia lenta tra le dita e un peso al centro della testa. Non è insonnia, non del tutto. È il corpo stanco, le mani che ancora tremano, gli occhi che si rifiutano di fermarsi. Ho passato la notte a finire qualcosa che non avrei mai pensato di poter cominciare, eppure l’ho fatto. Ho colpito con forza, strofinato, lavato, nascosto. Ho trascorso l’alba a cancellare tracce che nessuno dovrà mai vedere.
Le mani ancora mi bruciano, la pelle porta addosso l’odore del sangue anche se l’ho lavata cento volte. Eppure, sono qui. Vestita di bianco, le ciabatte antiscivolo comode e verdi ai piedi, come se nulla fosse. Ora non resta che il silenzio e il fumo che sale in verticale davanti a me. Pochi minuti ancora e inizio il turno in ambulatorio. Davanti a me, il braccio di una gru si accanisce sui giochi del cortile pediatrico. Altalene ferme da anni, uno scivolo crepato, cavallini a molla che non sorridono più ai bambini da tempo. Tutto viene smontato e ammassato in un angolo, ferro piegato e legno marcio che il camion porterà via. Chissà perché proprio oggi, penso. Proprio oggi che anch’io ho deciso di accartocciare ciò che non serviva più.
Il fumo della sigaretta mi graffia la gola. Guardo il cielo scolorito e so che quello che è accaduto resterà qui, dentro di me, come un segreto che marcisce piano.
«Isa le fa male fumare alle sette del mattino!».
«Ha ragione, dottore. Ben arrivato.»
Butto la sigaretta, la schiaccio con la punta dello zoccolo sanitario, raccolgo il mozzicone e lo getto nel posacenere del secchio. Penso per l’ultima volta alla gru, ai giochi per i bambini e al perché proprio oggi qualcuna aveva deciso che sparissero dal mondo.
PRO-PRIO OG-GI.
Me lo ripeto in maiuscolo e sillabando le due parole. Ci sono diverse cose che non si possono spiegare nella vita ma anche cose che non devono essere spiegate, soprattutto quando dare una spiegazione rischia di far perdere di vista l’essenziale. E l’essenziale adesso è altro. Come, ad esempio, che la mia casa non era più casa da anni. Ogni giorno appariva più buia di come la lasciavo la sera prima. Era una mia percezione o rispecchiava l’oscuro del mio inconscio? Odiavo la mia casa. Due piani di silenzio soffocato, le scale consumate che potevi lavare con qualsiasi prodotto ma restavano sempre opache, spente, la moquette lisa che nessuno aveva mai sostituito nelle camere da letto. Tende grigie che permettevano a qualche raggio di sole, sbiadito, scialbo, di attraversarle e pareti ingiallite dal fumo di troppe sigarette che raccontavano da sole le notti passate a discutere, a urlare, a tacere. Non era una casa, non più: era un contenitore di ombre.
Daniel ha sempre portato il mio cognome. Figlio di nessuno, dicevano. Eppure, un padre l’aveva avuto: Samir, un medico internista iracheno dell’ospedale di Padova. Io lo conobbi quando lavoravo come baby-sitter per un avvocato, in una casa elegante e asettica, dove mi ero trasferita perché la moglie del «Cav. Avv. Dott. Lombardi» che mi aveva assunta era incinta per la terza volta e io dovevo occuparmi degli altri due figli. Samir era solo, straniero, con una voce che raccontava di deserti e di guerre lontane, di operazioni a cuore aperto e del suo amore incondizionato per la medicina. Una notte si dilungò a parlarmi e io rimasi. Cominciò così, in un letto disfatto e col silenzio del mattino dopo.
La nostra relazione era fatta di poche cose essenziali, e la portavamo avanti negli orari strampalati a cui costringono i turni in ospedale. Capitava di far colazione all’ora di cena o pranzare alle quattro del mattino. «Solo una relazione tra due colleghi può durare», mi ripeteva spesso. Fu così che, trascinata dal suo entusiasmo, si riaccese anche la mia passione di ragazza e ripresi in mano i libri per diventare infermiera.
Ci siamo amati io e Samir, a modo nostro, lo avevo portato anche a casa dei miei genitori due volte, un paesino in provincia di Udine. Ma quando rimasi incinta di Daniel mi disse, col suo modo pragmatico e assertivo: «Non voglio un figlio. O lui o me». Lui tornò al suo reparto e alla sua carriera, io alla mia vita ai margini. Rimase soltanto quel seme che dentro di me divenne peso, nausea, vergogna.
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