Alberto Savi in semilibertà: la Banda della Uno Bianca e un passato che non smette di riemergere
L’ex poliziotto, condannato all’ergastolo, lavora in una cooperativa sociale padovana. È solo l’ultima novità dopo l’apertura della nuova inchiesta, dopo la morte di Gugliotta e l’intervista di Roberto a «Belve Crime»

Alberto Savi, il più giovane dei tre fratelli della banda della Uno bianca, è in semilibertà da qualche tempo. Detenuto a Padova al 'Due Palazzi', il suo reinserimento è intrapreso da tempo e dal 2017 gode di permessi, che avevano scatenato la rabbia dei parenti delle vittime. Lo scrive il Resto del Carlino.
Anche Alberto è stato condannato all'ergastolo, ma il suo percorso successivo è differente da quello dei due fratelli Fabio e Roberto, i leader del gruppo, che invece sono in carcere ininterrottamente dal 1994, quando ci furono gli arresti.
Secondo quanto si apprende, l’ex poliziotto cesenate, oggi 61enne, lavora in una cooperativa sociale padovana, «All'opera», nata da due ex detenuti che sono diventati imprenditori. Esce dal carcere per andare al lavoro, in un ufficio, e rientra la sera, è stimato dai colleghi per come svolge le proprie mansioni.
Qualche mese fa era stato trovato positivo, non è chiaro se all’alcol o agli stupefacenti e per questo la semilibertà era stata sospesa. Poi però lo stesso Savi avrebbe dimostrato che gli esami a cui era stato sottoposto erano sbagliati. Motivo per cui è stato riammesso al beneficio.

La decisione della magistratura di sorveglianza arriva al termine di un lungo percorso rieducativo e di revisione critica, ritenuto sufficiente per concedere il beneficio. Già da anni Savi usufruiva di permessi premio, misura che in passato aveva suscitato forti polemiche e il dolore dei familiari delle vittime.
Il nuovo capitolo sulla posizione di Alberto Savi si inserisce in una fase di rinnovata attenzione investigativa sul caso. La Procura di Bologna sta infatti approfondendo eventuali zone d’ombra ancora irrisolte, tra possibili complici, mandanti e misteri rimasti sospesi. Un contesto che continua a riaprire ferite profonde tra i familiari delle vittime e nell’opinione pubblica.
La banda della Uno Bianca
La banda della Uno Bianca, composta principalmente dai fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, terrorizzò Emilia-Romagna e Marche tra il 1987 e il 1994, lasciando dietro di sé 23 morti, oltre cento feriti e 103 azioni criminali tra rapine, omicidi e assalti armati. Alla struttura partecipavano anche altri agenti: Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli.
La banda è protagonista di un doloroso capitolo della storia criminale italiana, scritto tra il 1987 e il 1994. Uno degli episodi più vivi nella memoria collettiva: la strage del Pilastro a Bologna, l’eccidio di tre carabinieri in pattuglia poco più che ventenni nell’omonimo quartiere durante il quale morirono, il 4 gennaio 1991, Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta.
La nuova inchiesta
Indizi non considerati all'epoca, testimonianze trattate con superficialità, fogli di servizio spariti e identikit lasciati cadere nel vuoto. Sono tanti gli elementi che la Procura di Bologna sta analizzando a più di 30 anni di distanza per far emergere la verità sulla banda della Uno Bianca, perché i magistrati sono convinti che, oltre al gruppo di poliziotti con a capo Roberto Savi, siano anche altri i responsabili di quei delitti.
L'eccidio di Castel Maggiore (20 aprile 1988), così come la strage del Pilastro (4 gennaio 1991) e la rapina all'armeria di via Volturno (2 maggio 1991), sono i filoni su cui si stanno concentrando gli sforzi degli investigatori. E diversi, come segnalato nell'esposto dei familiari che ha fatto riaprire le indagini, sono anche i punti rimasti oscuri, che fanno pensare alla complicità di persone rimaste ignote.

Per Castel Maggiore, in cui furono ammazzati i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi, sono stati condannati Roberto Savi e il fratello Fabio. Eppure, diversi testimoni oculari parlarono di una terza persona, seduta sul sedile posteriore della Uno. Non solo. I punti in cui i militari e la loro auto sono stati colpiti farebbero pensare a tre 'bocche di fuoco' diverse.
Gli stessi Savi avevano spiegato che ai sopralluoghi aveva partecipato Marino Occhipinti, che quella sera, però, non c'era. L'identikit dell'uomo alla guida della Uno non assomiglia a nessuno dei due fratelli e il documento sparì, come gli ordini di servizio delle vittime. Sullo sfondo del delitto, simile ad un agguato, campeggia la figura del brigadiere Domenico Macauda, condannato per calunnia per via di due depistaggi. Macauda si autoaccusò di aver posizionato un secondo bossolo rinvenuto nella Uno bianca.
Invece quel proiettile lo sostituì dopo aver limato il cane della sua pistola, perché, è una ipotesi, aveva saputo che era stata ordinata una perizia balistica sulle armi in uso ai militari del suo nucleo. Roberto Savi, a «Belve Crime», ha detto di non conoscerlo, stessa cosa ribadita da Macauda a La Stampa: «Su di me sono state scritte tante sciocchezze»
Zone d'ombra aleggiano pure sul Pilastro: i morti sono i carabinieri Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. I condannati sono i tre fratelli Savi. Ma i familiari, incrociando testimonianze e perizie balistiche, documentano la presenza di almeno un quarto soggetto mai identificato. La sera della strage, inoltre, dal Pilastro erano state allontanate le 'volanti' a presidio del territorio, lasciando la zona scoperta.
Il 2 maggio 1991, invece, nell'armeria di via Volturno, vengono uccisi Licia Ansaloni e l'ex carabiniere Pietro Capolungo. Per i testimoni che aiutarono gli investigatori a stilare i due identikit, l'uomo entrato nell'armeria con Roberto Savi non somigliava a Fabio. E poi c'è il mistero del bianchetto su nomi nel registro dell'armeria che alimenta i sospetti. Savi, a Belve Crime, ha ammesso che l'obiettivo era Capolungo, in quanto ex dei Servizi, gli stessi che gli avrebbero "commissionato" il delitto.
La morte di Gugliotta
Proprio nei giorni scorsi è arrivata la notizia che Pietro Gugliotta, ex agente di polizia e gregario della banda della Uno bianca, abitava a Colle, piccola frazione del Comune di Arba, in provincia di Pordenone, dove è stato trovato morto a gennaio, probabilmente suicida. La Procura di Bologna, che ha aperto un’indagine sui crimini della banda della Uno bianca, farà ulteriori accertamenti sulla vicenda. Aveva 65 anni.
Arrestato il 25 novembre 1994, quando era in servizio alla centrale operativa della questura di Bologna, venne condannato per rapine nel Riminese e per il supporto logistico ai fratelli Savi, ma non per gli omicidi. Dopo aver scontato 14 anni di carcere, ne era uscito nel 2008.
Da qualche anno viveva nel pordenonese, ad Arba. Aveva scelto la frazione di Colle, un borgo affacciato sul torrente Meduna abitato da circa 200 persone. Una vita fatta di piccoli gesti: la cura della casa dove viveva con la seconda moglie, le passeggiate, il lavoro in una cooperativa e, recentemente, il pensionamento. Pur vivendo in una casa confinante con altre abitazioni – che aveva ristrutturato con cura, dando attenzione anche all’esterno – a ridosso della piazza della frazione, pochissimi lo conoscevano.
Roberto Savi a «Belve Crime»
A riaccendere il caso ha contribuito anche l’intervista concessa da Roberto Savi a Francesca Fagnani nel programma Belve Crime, andata in onda la settimana scorsa su Rai 2. Tra i momenti salienti della conversazione, quello in cui la giornalista ha domandato all’ospite se qualcuno avesse chiesto a lui e al fratello Fabio di eliminare il carabiniere Pietro Capolungo.
Savi non ha detto sì, ma ha annuito e dal suo sguardo la risposta sembrava affermativa. Prima lo stesso Savi aveva detto che Capolungo, che morì insieme alla titolare del negozio, Licia Ansaloni, andava ucciso perché «era un ex dei servizi segreti dei carabinieri». Lasciando intendere che la banda della Uno bianca si muoveva su input di «uffici particolari che hanno un apparato»: «Noi eravamo di quelli che, delle volte, appunto, abbiamo fatto quel lavoro lì».
Il killer, ex poliziotto, condannato all'ergastolo, 72 anni tra pochi giorni, gli ultimi 32 in carcere senza mai un beneficio, era uno dei capi del gruppo di cui faceva parte anche il terzo fratello, Alberto. È detenuto nel carcere di Bollate. In un passaggio Fagnani ha chiesto conto di parole pronunciate in tribunale a Pesaro, a metà degli anni '90. «Ad un certo punto della storia si sono inseriti dei personaggi che non sono dei delinquenti, i quali ci hanno garantito la copertura della rete investigativa. Lo ha detto lei».
«Mi ricordo di averlo detto», risponde Savi.
«È vero?»
«Sì».
«Ogni tanto venivamo chiamati: facciamo così, e facevamo così», racconta. E ancora: «Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma», dice in un altro passaggio. «Con chi parlava?", chiede Fagnani. "Eh, con chi parlavo...», risponde Savi e prosegue «andavo giù per parlare con loro». "Loro chi? I Servizi?», chiede la giornalista. «Ma sì (...) Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».
Parole e concetti di una persona che ha dato nel corso degli anni diverse versioni, alcune già riscontrate, da leggere anche alla luce della nuova inchiesta aperta a Bologna a seguito di un esposto dei familiari delle vittime, con l'obiettivo di scoprire eventuali complici e coperture. L'assalto di via Volturno è uno degli episodi su si chiede attenzione agli inquirenti.
«Se Roberto Savi - ha detto Alberto Capolungo, figlio proprio di Pietro e presidente dell'associazione delle vittime - ha cose simili da dire ha sbagliato palcoscenico. Ci sono i magistrati, che hanno ancora indagini in corso. È un'operazione molto spiacevole, disgustosa, sospetta". Per Capolungo Savi «sembra dire cose che ha letto a sua volta nei giornali, più che novità interessanti. Dice cose che non stanno in piedi». Tra tutte, che il padre defunto, carabiniere in pensione quando fu ucciso, fosse nei Servizi: «È assolutamente falso».
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