Il sosia di Federer e la nostra mania di clonare le emozioni
Un fantasma si aggira per i campi da tennis di mezza Europa e ha le sembianze di un ragazzo di diciannove anni, che gioca pure bene: si chiama Henri Bernet. Vi ricorda qualcuno?

Un fantasma si aggira per i campi da tennis di mezza Europa e ha le sembianze di un ragazzo di diciannove anni, che gioca pure bene. Si chiama Henri Bernet. È svizzero, anzi, di più, è nato a Basilea, e sfodera un rovescio a una mano con una grazia geometrica che sembrava estinta o comunque rara. Vi ricorda qualcuno?
La suggestione è chiara: stessa città e stesse movenze... agli appassionati orfani di Roger Federer è bastato questo per far scattare il riflesso condizionato. «Abbiamo trovato il clone».
Ma la realtà è meno poetica. Il ragazzo sta faticando nel circuito dei grandi, collezionando nel 2026 una striscia di sconfitte. E la colpa non è sua: lui si rifarà e potrà dimostrare la sua bravura, esteticamente è già un piacere guardarlo. La colpa più profonda è nostra, della nostra perversione. Ma come? Ci piace tanto dire che un atleta è unico e speciale, e poi cerchiamo dei sosia?
Cerchiamo il surrogato. Le uova di lompo del caviale-Federer. Il farmaco generico delle antiche emozioni. Decine di presunti nuovi Maradona stroncati dal peso del paragone, e magari facciamo lo stesso con i musicisti. Non cerchiamo il talento di domani; cerchiamo una macchina del tempo che ci riporti all’altro ieri. Nel cinema funzionano i cosiddetti reboot: la stessa storia, appena un po’ modernizzata, giusto per assecondare le nostalgie. Tradiamo l’idea che il passato sia irripetibile, cercando dei replicanti. Che non esistono.
Lasciamo in pace Henri, tifiamolo senza accostamenti. Ha un talento suo, che peraltro sembra molto molto interessante.
Federer è stato un miracolo e i miracoli non hanno repliche in catalogo. Guardiamo un gesto sportivo o artistico per quello che è, e non per il fantasma che evoca. E mettiamoci in testa, una buona volta, di elaborare il lutto per la bellezza finita. La bellezza è speciale anche perché finisce.
(post scriptum: ha pure la racchetta Wilson ♂️)
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