Fabio Capello compie 80 anni: «Un professore di calcio»
Il calciatore e il tecnico di Pieris raccontato da tre compagni di viaggio. Zoff: «Io e Fabio legati per sempre dalla vittoria di Wembley nel 1973». Reja: «Quanto era forte di testa». Galliani: «In lui pragmatismo tutto friulano»

Fabio Capello compie giovedì 18 giugno ottant’anni. Li abbiamo raccontati attraverso le parole di tre suoi compagni di viaggio che hanno scandito le tappe della sua vita. Gli inizi alla Spal con quello che poi è diventato l’amico di una vita, Edy Reja; le vittorie da calciatore con il compagno di club e di Nazionale Dino Zoff e la straordinaria e vincente parentesi da allenatore cominciata con il Milan nel quale l’uomo guida era Adriano Galliani.
La Spal e la pesca subacquea
«Piacere Fabio». Piacere Edy». Si sono presentati così Reja e Capello appena sedicenni alla Spal. «Lui era appena rientrato dal ritiro estivo con la prima squadra» racconta Reja «era già considerato e lo volevano valutare con i più grandi. Siamo entrati subito in sintonia e abbiamo diviso l’appartamento e la camera del ritiro per quattro anni».
Entrambi centrocampisti: «Io cursore, lui uomo d’ordine, le nostre caratteristiche si integravano bene. Fabio è ricordato per le sue qualità tecniche, aveva un bel piedino, ma era anche uno che segnava parecchio e di testa era fortissimo».
A Ferrara il loro è stato un cammino parallelo: «Abbiamo fatto l’esordio in prima squadra lo stesso anno con due gare a testa, l’anno dopo abbiamo fatto lo stesso numero di presenze: sedici. Ci fece esordire Petagna, il nonno dell’attuale attaccante del Monza». Quell’amicizia nata 64 anni fa non è stata scalfita dal tempo.
«Avevamo vent’anni che andavamo a pesca di capelunghe sulla foce dell’Isonzo. Fabio aveva una barca chiamata Sessa, lui si metteva la tuta da sub e andava anche in profondità, io lo aspettavo in superficie». A Ferrara hanno anche conosciuto quelle che poi sono diventate le compagne di una vita: «Mia moglie me l’ha presentata Fabio».
Reja si sofferma sulla persona. «Un uomo di grande cultura» lo descrive «amante dell’arte astratta, un grande viaggiatore, molto curioso, intelligente. Gli auguro il meglio per i suoi ottant’anni, io li ho già fatti ed è l’unica ... classifica nella quale non può superarmi, in tutte le altre mi è davanti».
La notte inglese
Le strade professionali di Reja e Capello si separarono quando Fabio andò alla Roma dove incrociò i sui destini con quelli di Helenio Herrera. Fu la tappa che precedette il suo approdo alla Juve dove arrivò nel 1970. Due anni dopo, da Napoli, lo raggiunse Dino Zoff: «A Torino» racconta l’ex portiere «non c’era bisogno di tanti convenevoli e di farsi introdurre da qualcuno nell’ambiente, le regole erano scritte nell’aria».
Quattro anni assieme alla Juve, altrettanti in Nazionale tra gioie e dolori. A Torino gli scudetti, in azzurro la vittoria in trasferta contro l’Inghilterra ma anche l’eliminazione prematura a Germania ’74. «Il primo pensiero che mi lega a Fabio è proprio il successo a Wembley con il suo gol», dice Zoff.
Fabio segnò il suo gol più famoso degli otto in azzurro (in 32 presenze) a 3’ dal 90’, ma ricorda sempre che il migliore in campo quella sera fu Zoff: «Beh, feci qualche buona parata», si schernisce con la solita umiltà Dino che sulla delusione al Mondiale tedesco dice: «Potevamo fare meglio ma pareggiammo con l’Argentina e perdemmo con la Polonia, non due squadre qualsiasi».
Oggi Zoff segue l’amico Capello nelle vesti di commentatore tv: «È un piacere ascoltarlo, del resto conosce molto bene la materia». Assieme alla Juve hanno vinto due scudetti, poi Capello passò al Milan in cambio di Benetti. Sul campo l’affare lo fece la Juve, in prospettiva, vista poi la carriera fatta da Fabio in panchina, il Diavolo nel tempo si rifece con gli interessi.
La Coppa e i vini bianchi
Quattro anni al Milan dove vinse lo scudetto della prima stella e il ritiro nel 1980. Poco dopo l’inizio della carriera da tecnico nel settore giovanile rossonero fino alla svolta con l’arrivo di Silvio Berlusconi. Il racconto, ovviamente, è di Adriano Galliani, braccio destro dell’ex nº uno del Milan.
«Quando prendemmo Sacchi, il presidente Berlusconi aveva già un piano su Fabio: gli diede la responsabilità della polisportiva Milan (pallavolo, rugby, hockey e baseball), gli fece fare le telecronache a Tele Capodistria di cui curavamo la pubblicità e lo fece studiare management di impresa».
C’era una vera e propria pianificazione su Capello del quale Berlusconi aveva intuito le grandi doti: «Quando Sacchi decise di lasciare» continua Galliani «avevamo già pronto il sostituto in casa. Al tempo fummo criticatissimi per la scelta, Fabio veniva etichettato come il cocco del presidente, ci dicevano come potevamo affidare il Milan a un tecnico che non si era mai seduto su una panchina di serie se non per lo spareggio Uefa di qualche anno prima contro la Sampdoria, poi tutti si sono dovuti ricredere».
Forse anche Sacchi che considerava quella squadra alla fine di un ciclo e che invece vinse quattro scudetti in cinque anni e andando tre volte in finale di Champions vincendo quella di Atene ’94. Galliani racconta un aneddoto su quel post partita: «Io e Fabio ci fermammo a tavola fino alle 5 del mattino sorseggiando qualche bicchiere di vino e quando salimmo in camera ci dimenticammo la Coppa. Quando tornammo giù scoprimmo che la donna delle pulizie l’aveva messa in un sacco nero dell’immondizia».
Quella non era una Champions qualunque: «Era l’originale che oggi è nella sede del Milan. Di solito ne fai una copia, puoi tenere l’originale se la vince due volte di fila o alla quinta della storia. E quella era la quinta del Milan».
I ricordi si accavallano: «Capello è stato l’unico allenatore con il quale la domenica sera andavamo a cena con le mogli e si pasteggiava regolarmente con un bianco delle sue parti. La sua migliore qualità come tecnico? Il pragmatismo tutto friulano, lui è un professore» dice Galliani che poi conclude: «Il più grande dirigente italiano, Franco Carraro mi diceva sempre che fino a trent’anni si vive di speranze, poi di curriculum. Ecco, quello di Capello parla da solo. Auguri Fabiuccio, sei ancora un giovanotto».
Riproduzione riservata © il Nord Est








