Addio a Osvaldo Bagnoli, il “mago della provincia”: Paolo Condò racconta l'eroe dello scudetto del Verona

L'ex calciatore di Udinese e Milan si è spento a 91 anni. Il ricordo del giornalista Sky: «Unico, timido e lontano dai cliché di oggi. Dietro le quinte anche con la Carrà, ma in campo batté Maradona»

Giovanni ArmaniniGiovanni Armanini
Osvaldo Bagnoli (nato il 3 luglio 1935), ex calciatore di Milan e Udinese
Osvaldo Bagnoli (nato il 3 luglio 1935), ex calciatore di Milan e Udinese

Se ne è andato all’età di 91 anni Osvaldo Bagnoli (nato il 3 luglio 1935), ex calciatore di Milan e Udinese (in Friuli nel ’60-’61, 11 presenze e un gol), ma soprattutto allenatore che sarà sempre ricordato per lo scudetto col Verona nel ’84-’85: una squadra che sorprese tutti, ma riuscì a condurre il campionato di Serie A in testa dalla prima all’ultima giornata, raggiunto solo per una domenica dall’Inter. Per ricordarlo abbiamo parlato con Paolo Condò, giornalista Sky e autore lo scorso anno del libro Lo scudetto del Verona, che ha ripercorso con noi quell’impresa e non solo.

Condò, qual’è il primo pensiero che la notizia della morte di Osvaldo Bagnoli riporta alla mente?

«Scrivendo di quel Verona sono andato a rileggere tutte le cronache dell’epoca ed a rivedere le sintesi di Novantesimo minuto di quella stagione e mi ha colpito il contrasto di personalità tra lui e Giampiero Galeazzi che se ne stava a fianco della panchina e aggrediva il tecnico campione d’Italia nella giornata del trionfo è qualcosa che sottolinea secondo me bene il contrasto tra l’incontenibile entusiasmo circostanze e la timidezza di Bagnoli, il suo essere distante da tutti i cliché. E poi c’è un aneddoto curioso: dopo la partita con la Lazio Fanna e Tricella si fermarono con lui a Pronto Raffaella, ma mentre i giocatori andarono in scena lui rimase dietro le quinte perché gli mancò il coraggio di sedersi sul divano con la Carrà. Lui era lontanissimo dai demiurghi e pensatori di adesso, era un tecnico di grandissimo valore ma tutt’altro rispetto al calcio d’oggi».

Quindi non potrebbe esistere oggi un Bagnoli?

«Se ne facciamo una questione di personalità e umiltà oggi non arrivano più alla ribalta allenatori timidi, è un fatto. Sono tutti in qualche modo personaggi. Forse solo Maurizio Sarri ha una comunicazione semplice e lineare simile la sua».

E sul piano dell’idea di calcio invece?

«Dico Gasperini, ma non è farina del mio sacco: è una risposta di quasi tutti i suoi giocatori. Ho fatto sette interviste per il libro e a tutti ho chiesto di indicarmi una figura. In sei hanno detto Gasperini, per varie ragioni: dalla scelta del modulo di gioco fino al fatto di essere uno che ha avuto successo in provincia. C’è anche chi ha detto Ancelotti, soprattutto per capacità di mettere a proprio agio i giocatori».

A Gasp lo accomuna anche il passaggio poco felice all’Inter.

«Vero, anche se Bagnoli ebbe più tempo ma lasciò anche ottimi ricordi. Chi ne parla benissimo è Beppe Bergomi, che cita spesso una delle sue massime “sono gli attaccanti a far giocare bene la squadra”. Deriva dal fatto che Bagnoli chiedeva come prima cosa a Tricella, il libero, in fase di impostazione, di guardare gli attaccanti e lanciare. Non a caso loro vincono con il danese Elkjaer che era bravissimo a dettare la risalita rapidissima della palla».

In che modo Bagnoli fu l’artefice di quel trionfo?

«C’era lui dietro la scelta di molti calciatori, e la cosa più notevole di quel Verona fu aver raccolto giocatori di qualità che in prima battuta o avevano fatto meno delle attese (Galderisi alla Juve, Di Gennario vice Antognoni a Firenze) o non avevano avuto opportunità concrete, come Tricella che veniva dal settore giovanile dell’Inter. Oggi, per una banale questione di ingaggi, gente passata dalle grandi piazze non potrebbe fare il passo inverso, ne prenderesti uno al massimo».

Fu lui l’ingrediente imprescindibile di quello scudetto?

«Assolutamente si. Un allenatore di vertice oggi ha 10 o più collaboratori. Lui aveva solo Lonardi e si faceva fare dal prof. Sguazzero con alcune schede di preparazione atletica. Poi faceva tutto in prima persona.

Qual’è stata la sua partita più rappresentativa?

«Penso a Verona - Napoli, prima giornata del campionato 84-85: tutti aspettiamo la prima partita di Maradona in Italia e invece lì comincia la storia dello scudetto del Verona. Con la marcatura di Briegel su Maradona e quattro parole chiare tra lui e il tedesco: «Tu, domani, Maradona», «Si». L’intuizione fu quella di capire che non ci sarebbe stata contromarcatura sul difensore, infatti Briegel segna di testa da angolo del tutto incustodito dagli avversari. Ma devo anche dire che i suoi giocatori citano spesso il 5-3 del 10 febbraio ’85 a Udine quando sotto di 3-0 si vedono annullare il 4-0 e vengono rimontati fino al 3-3. Tricella urla “stiamo buttando via il campionato” e poi finisce 5-3. Quella squadra aveva il suo carattere».

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