Arrigo Sacchi, gli 80 anni del visionario che insegnò agli italiani il calcio totale e collettivo
I trionfi col Milan e quel Mondiale sfiorato con la Nazionale: un genio come pochi altri, che ha cambiato tattica, etica e linguaggio, intuendo il futuro della zona pressing

Ho conosciuto Arrigo Sacchi – ottant'anni il 1° aprile - nei primi giorni di novembre del 1991. L'ho visto allenare sotto la pioggia ghiaccia di Glasgow e nell'afa narcotizzante delle colline del New Jersey, durante la rovente e infinita estate del Mondiale 1994. Dal giorno in cui è stato nominato commissario tecnico, il 18 ottobre 1991 e fino alle sue dimissioni dalla nazionale (il 2 dicembre del 96) per tornare al Milan, ho assistito a tutte le partite ufficiali, a quelle di qualificazione mondiale e europea, alle sgroppate di semplice preparazione, alle amichevoli più o meno significative.
C'ero a Coverciano, il pomeriggio del 6 aprile 1994, quando l'Italia fu battuta dal Pontedera, e c'ero a Los Angeles, il 17 luglio, nella finale persa ai rigori con il Brasile. C'ero la notte in cui si vinse a Oporto e la notte in cui si perse a Berna. C'ero a Palermo quando l'Italia finì subissata di fischi per la sconfitta con la Croazia che rischiò di compromettere la partecipazione all'Europeo di Inghilterra, dove fummo estromessi nel girone pur avendo battuto la Russia e dominato, ma per un misero pareggio, con la Germania. So molto di Sacchi. Ho raccolto le sue confidenze e i suoi sfoghi, le gioie rare e rapide. Pubblicamente ha sempre detto quel che poteva, mai quello che non voleva.
Nella sua storia ci sono due paradossi; la Nazionale l'ha fatto conoscere al mondo, non apprezzare come invece accadde nel Milan. Il suo calcio, ancor oggi studiato e preso a modello, ha diviso più che unito.
Molti hanno detto che vinceva nel Milan perché aveva gli olandesi, dimenticando che, nella prima stagione, quella dello scudetto, l'unico olandese giocante fu Gullit. L'infortunato Van Basten rimase fuori fino alla penultima gara con il Napoli.

Altri ancor oggi sostengono che fu Baggio a miracolarne il Mondiale e non il contrario. Peccato che Baggio, nelle prime tre partite, fosse un ectoplasma e solo l'insistenza di Sacchi nello schierarlo titolare lo portarono a sbocciare miracolosamente, a tre minuti dalla fine, della gara con la Nigeria. E peccato pure che, quando Sacchi lo chiamò in azzurro, quello che diventò il Divin Codino facesse fatica a trovare spazio nella Juventus che, peraltro l'aveva pagato, a peso d'oro. Fu il ct a schierarlo seconda punta, venendone ripagato meno di quanto il calciatore potesse e valesse.
Ma non c'è dubbio che Sacchi è stato innovativo e divisivo soprattutto per come ha rivoluzionato il calcio, intuendo che la zona pressing potesse essere il futuro. Ha mandato in soffitta la marcatura a uomo e il libero, ha allargato la grandezza del campo, compattato le linee e reso spettacolare perfino il fuorigioco. Ha reso vincente il Milan che, l'anno precedente con Liedholm, era arrivato solo in zona Uefa e grazie ad uno spareggio (in panchina ci andò Capello). Ha vinto più Coppe europee e mondiali perché il suo è stato un calcio di caratura internazionale e, soprattutto, di provenienza olandese.
Un giorno mi disse: «L'Olanda ha lasciato un segno indelebile nel calcio, ma difensivamente quelle squadre erano molto approssimative». Le sue no. Giovanni Galli, portiere di quel Milan, mi ha confermato che la difesa era un organizzatissimo presidio, piazzato venti metri più alta rispetto agli altri. Un blocco unito che si muoveva come una falange di opliti. Riconquistare palla era più facile, come più velocemente si poteva arrivare alla porta.
Sacchi ha cambiato la tattica, l'etica e il linguaggio. Con la zona si è imposto un nuovo concetto di gioco: collettivo, prima di tutto, eclettico, in secondo luogo. Oggi scrivere che il calciatore migliore è quello che pensa per gli altri e che gioca di squadra, è la normalità. Trent'anni fa, dire che “individualismo ed egoismo non sono positivi nel gioco di squadra”, muoveva a qualche sorriso di compatimento.
Ma la vera svolta fu il lessico: congedati libero e stopper, spuntavano centrali ed esterni, in luogo dei terzini. La diagonale prendeva il posto del raddoppio, la ripartenza quella del contropiede. La mancanza del marcatore a uomo faceva impazzire Gianni Brera. Che infatti bollò il gioco di Sacchi come “eretismo podistico”. Il massimo del disprezzo.
Le commissioni tecniche di Fifa e Uefa la pensano al contrario: il calcio di Sacchi è stato premiato come il migliore del secolo scorso. Ma tutti lo giocano ancora.
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