Rivoluzione Ncaa nel basket italiano: quanti giovani talenti in fuga verso gli Usa
Sono ben 64 i giocatori eleggibili per i campionati collegiali americani. Via Marangon e Torresani: svaligiata l’Under 20 campione d’Europa 2025

C’era una volta il sogno americano. La chiamata di una high school o di un college statunitense per una esperienza all’estero era un miraggio per un liceale italiano, ancor più per chi praticava la pallacanestro. Gli esempi del friulano Giacomo Galanda (due anni alla Pocahontas High School nell’Iowa dal 1991 al 1993) e del trevigiano Ivan Gatto (cinque anni complessivi tra liceo a Myrtle Beach e università suddivisa tra Kansas, Texas e due anni nello Utah a Weber State) erano pure rarità per i giovani cestisti del Nordest.
Da allora tutto è cambiato e l’apertura sempre maggiore degli atenei a stelle e strisce verso quello che è definito l’universo international rischia di condizionare lo sviluppo della pallacanestro in diversi campionati nazionali. L’Italia ad esempio si appresta a salutare per un periodo da due a cinque anni ben sessantaquattro giovani atleti.
Tra questi, il nucleo portante della Nazionale che soltanto un anno fa vinse a Heraklion il titolo continentale Under20. Di tutto il quintetto base degli azzurri, soltanto Francesco Ferrari giocherà l’anno prossimo in Italia: dopo aver lasciato Cividale in A2 lo scorso gennaio, il figlio d’arte ha firmato un pluriennale con la Virtus Bologna dichiarandosi al contempo eleggibile per il prossimo Draft NBA. Diversa la scelta dei suoi compagni di squadra in azzurro.
Leonardo Marangon, swingman nato a Vigodarzere e cresciuto da coach Stefano Pillastrini a Cividale, lascerà il Friuli in direzione Providence dove giocherà per i Friars. Dopo le incertezze dell’estate 2025 anche David Torresani, play maturato nel settore giovanile di Treviso Basket, ha optato per la NCAA firmando con San Diego State. Elisee Assui, nell’ultimo biennio a Varese, ha optato per i Florida State Seminoles mentre il centro Andrew Osasuyi è stato il primo ad attraversare l’Atlantico trasferendosi a St. Bonaventure.
Il nome più pesante del panorama italiano nel college basketball resta quello dell’opitergino Dame Sarr: svezzato a Bassano del Grappa, acquistato dal Barcellona, Sarr ha mollato i Blaugrana nella primavera 2025 ed è stato preso da Duke con cui quest’anno, da debuttante, ha giocato sempre in quintetto fermandosi a un passo dalla Final Four NCAA. In rampa di lancio c’è un altro figlio del Nordest dei canestri, l’ala classe 2007 Francesco Corato che lascerà Venezia per migrare ai Portland State Vikings. Senza dimenticare Saliou Niang e Quinn Ellis, diamanti grezzi che Trento ha valorizzato negli scorsi anni e che ora potrebbero lasciare rispettivamente la Virtus Bologna e l’Olimpia Milano per cambiare prospettive oltre oceano.
Questa improvvisa voglia d’America è basata sui nuovi sistemi alimentati dal NIL, un espediente che aggira il precedente divieto di ingaggio monetario dei giocatori da parte dei college inserendo i contributi esterni di sponsor o investitori. «Ne prendo atto – ha dichiarato al nostro giornale pochi giorni fa Ettore Messina –. Girano un sacco di soldi, più che in passato. I club non possono opporsi, i giovani hanno diritto di sognare. Però manca un sistema di indennizzi».
La questione economica è appunto la nota dolente dell’intera vicenda. Perché se la chiamata dei talenti italiani conferma le parole di coach Pillastrini della scorsa estate («La qualità del nostro movimento è cresciuta, le Nazionali giovanili dispongono di materiale umano di altissimo livello»), a pagare il conto della migrazione sono i club. Perdere 64 giovani in un colpo solo significa causare un problema al movimento. La maggior parte di questi ragazzi aveva già trovato spazio in LBA o in A2, motivo per cui le società dovranno cercare dei rimpiazzi scandagliando un mercato per nulla ricco.
Le regole di protezione – 5+5 e 6+6 in LBA; otto italiani obbligatori in A2 – fanno crescere le valutazioni economiche dei cestisti autoctoni che quindi possono chiedere aumenti salariali indipendenti dalla qualità fornita. Per la gioia degli agenti e per la disperazione dei club che tutto vogliono fuorché perdere talenti da un lato e svenarsi dall’altro per ingaggiare dei rimpiazzi provenienti dal sommerso.
Se gli accordi internazionali permettono comunque un minimo di tutela, visto che i ragazzi con contratto pro che scelgono la NCAA al ritorno avranno bisogno di un nullaosta della propria società di provenienza, il vero pomo della discordia poggia proprio sulle regole della prossima stagione. I club LBA hanno già avanzato una richiesta alla Federazione per rivedere i criteri delle formule, passando dal 6+6 a un assetto con sette stranieri e cinque italiani. L’opposizione politica all’interno della FIP, spalleggiata dal sindacato Giba, è già viva e presente ma non è detto che la partita sia chiusa.
Potrebbe nascere una nuova battaglia legale, come quella che tra il dicembre del 2000 e il marzo del 2001 portò all’abbattimento delle barriere tra atleti italiani, europei ed extracomunitari. Jeff Sheppard, guardia ex Benetton Treviso, era il nome e il volto di quel contenzioso e da allora lo sport non fu più lo stesso costringendo Federazioni e società a concertare di volta in volta nuove regole. Fino alla prossima novità che sconvolga nuovamente le consuetudini.
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