Campedelli e il Chievo, l’amore mai tradito

L’uomo del miracolo “Mussi volanti”: «E’ sempre sempre stato la mia stella polare: nel 2021 distrutti ingiustamente da Figc,Coni e politica»

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan

Luca Campedelli è nato a Verona il 24 ottobre 1968. È stato maggiore azionista della Paluani, nel settore dolciario, ed è proprietario di alcuni alberghi a Verona.

Ha ricoperto il ruolo di presidente del Chievo dal 1992 al 2022. Per diciassette anni, la squadra di un piccolo quartiere di Verona è stata grande protagonista in serie A conquistando, per la sua unicità e i prodigiosi risultati (tra cui due partecipazioni alla Coppa Uefa e un preliminare di Champions League disputato nel 2006) le pagine sportive dei giornali italiani e di quelli di mezza Europa.

Qualche mese fa è uscito il libro: «Chievo - Un delitto perfetto», scritto a quattro mani da Fabiana Della Valle e Raffaele Tomelleri, edito per People, in cui Campedelli racconta a cuore aperto gli anni della sua presidenza e l’amarissimo epilogo del fallimento.

Molte anche le testimonianze di ex calciatori, allenatori, dirigenti e giornalisti che spiegano un fenomeno forse irripetibile per il nostro calcio. 

Vivere di Chievo.

«Il calcio è stato la mia vita per cinquant’anni, dai quattro in su. Il Chievo la mia stella polare, la costante dell’esistenza».

Morire di Chievo.

«Non è esatto. Tentare il suicidio per troppo amore del Chievo. Ci ho provato con il gas di scarico, non mi vergogno a dirlo e capisco quelli che ci pensano. Io sono stato salvato da mia mamma e da Maddalena, la mia fidanzata».

Cosa accade in quei momenti?

«Io dal 3 agosto 2021 sono andato completamente fuori di testa. L’unico modo che avevo di espiare era sparire. E una volta rotta la barriera, esce l’istinto primordiale dell’uomo di infliggersi sofferenza».

Luca Campedelli, imprenditore, ex presidente del Chievo è ancora un uomo da scoprire. Non ha più la sua squadra, non ha più il palcoscenico di una volta, ma trasmette la passione viscerale di quando, dal martedì alla domenica, si occupava del club senza pause e senza confini: «Il Chievo è stato tutto: mio padre, la famiglia, lo scopo della mia realizzazione, un cumulo infinito di emozioni. Non c’è più, ma resta l’attrazione infinita per il calcio, la cosa più bella che esista. A volte mi chiedo: come potremmo fare senza?» .

Lo guarda ancora?

«Certo, niente professionisti, solo dilettanti dalla Promozione alla serie D».

Neanche un’eccezione?

«Qualche volta vado a vedere il Monza. Galliani, prima, e Baldissoni, poi, sono stati così carini da invitarmi, mi ha fatto piacere, sono andato volentieri. Per il resto solo i dilettanti».

Perché questa scelta?

«Intanto perché nei loro campi non c’è il Var che io detesto. E poi perché mi piace andare a vedere se c’è qualche allenatore che propone qualcosa di nuovo o qualche calciatore ancora capace di fare un dribbling».

È andato a vedere anche il Chievo attuale?

«No».

Cos’era il suo Chievo?

«Una società dove si faceva calcio per il calcio. A noi non è mai interessato fare un centro commerciale o costruire altro. Volevamo giocare, divertirci e divertire».

Come si può guarire il calcio italiano vittima della crisi della Nazionale e di quella dei club?

«Chiunque sarà il presidente federale riuscirà a far poco o nulla. Va cambiato il sistema. Una volta c’erano i grandi club che controllavano dieci-venti calciatori giovani o promettenti. Li prestavano a società più piccole, come il Chievo, che li facevano crescere. Se erano buoni per le big li riprendevano, altrimenti li cedevano. Così facendo, la crescita era assicurata ed omogenea. Guardi i nostri campioni del mondo del 2006. Solo tre erano cresciuti in grandi club: Totti, Del Piero e De Rossi. Gli altri avevano girato mezza Italia o mezza Europa facendo un passo alla volta. E anche noi del Chievo avevamo contribuito: Perrotta, Barzagli e Barone sono state nostre scoperte».

Oggi, invece.. .

«Oggi a quattordici anni hanno già il procuratore che a fine di ogni stagione li costringe a cambiar squadra con l’illusione del contratto e dei soldi. In questa maniera si crea dispersione, i ragazzi non sono più di nessuno e alla fine, il più delle volte, smettono anche se sono bravi».

Che cosa pensa delle proprietà straniere?

«Disastro. Quasi sempre stanno lontani dall’Italia, mettono un manager e lasciano fare a lui, ma così non si fa calcio».

Per non parlare dei fondi di investimento.

«Disastrissimo, se si potesse dire. Chi comanda e a chi appartiene il fondo? ».

Lei si vanta di essere stato il solo presidente a non avere votato per il Var.

«Verissimo, ero contro allora e, a maggior ragione, sono contro adesso. Ma ci accorgiamo o no che non esiste più un arbitro in grado di prendersi le proprie responsabilità? Io preferisco di gran lunga l’errore dell’arbitro in campo a quello del Var. E sa perché? Perché l’errore fa parte del gioco, errore dei calciatori ed errore dell’arbitro. E poi il Var toglie continuità alla partita».

Ma ha oggettivamente diminuito gli errori.

«Questo è falso. Si continua a sbagliare, solo che lo fanno davanti al monitor e non in campo. Ovvio che succeda: primo, perché anche i varisti sono uomini e decidono secondo la propria soggettività; secondo, se al Var metti arbitri dismessi o scarsi il risultato sarà sempre pessimo».

E il Var a chiamata?

«Per carità. Qualche volta mi sono imbattuto in partite della serie C dove, appunto, c’è il Var a chiamata. Un casino. C’è l’addetto all’arbitro con il tablet in mano per rivedere l’azione, l’allenatore che gli dice di chiedere la revisione all’arbitro e l’arbitro che, dopo un tempo infinito, decide. Risultato: tutti più incazzati di prima».

Chi ha voluto uccidere il Chievo?

«La Federcalcio, il Coni, la politica».

Perché?

«Perché non servivamo più e perché, tre giorni dopo la nostra cancellazione, tutto era finito. Nessuna protesta, nessuna pressione, nessun articolo sul giornale. Fine della favola, amen».

Un’ingiustizia?

«Sì, gravissima. Senza il Covid, il Chievo sarebbe vivo e vegeto perché noi non avevamo problemi economici, gli stipendi erano tutti pagati e avevamo anche un utile di cassa di 5 milioni. Purtroppo, nel 2021, nessuno mi ha dato una mano quando la normativa emergenziale Covid venne interpretata in maniera restrittiva solo per il Chievo. E neppure la nostra richiesta di revisione costituzionale venne presa in esame. Eppure eravamo l’unico caso in Italia».

Non le è mai venuta la tentazione di prendere un’altra squadra?

«Oggi non posso prendere un’altra società. Ho ancora delle rogne in piedi e rischierei di portarmele nel nuovo club. E poi io ho amato solo il Chievo, non posso tradire».

Neppure se da qualche parte la chiamassero?

“Se i me ciama, magari ne parliamo, ma non credo accadrà. Porterei un fascio di luce non gradito».

A parte guardare il calcio dilettantistico, cosa fa oggi Luca Campedelli?

«Scherma storica, tiro e insegno tre volte la settimana nell’associazione VTAA. È la mia unica valvola di sfogo, mi mette in bolla il cervello».

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