L’addio al tennis giocato di Bonadio, racchetta d'oro del Friuli: «Ho palleggiato con Federer e affrontato Alcaraz»
L'ultima danza a Cordenons e la scelta di ritirarsi a 31 anni: il racconto senza filtri del tennista di Azzano Decimo

È stato il miglior tennista friulano degli ultimi decenni. Un successo costruito anche grazie a una miccia che ha fatto divampare la passione – quasi un’ossessione martellante – per il tennis. Una chiave che ha aperto a Riccardo Bonadio, tennista di Azzano Decimo, la porta delle qualificazioni slam e del suo miglior ranking, il numero 164 del mondo raggiunto nel 2023. Una scalata lenta, conquistata punto dopo punto («all’inizio ero abbastanza indietro rispetto agli altri ragazzini») con l’umiltà che lo ha sempre contraddistinto, andando presto a vivere lontano da casa. Poi, poco dopo l’apice, ad appena 31 anni, Bonadio, classe 1993, ha deciso di smettere, volutamente. Per l’ultima danza tra i professionisti, nel 2024, non a caso, ha scelto il torneo internazionale di Cordenons, proprio lì dove tutto era iniziato.
Che significato ha avuto per te Cordenons?
«È sempre stato uno stimolo e un’emozione. È il torneo internazionale in cui ho giocato il mio primo main draw grazie a una wild card datami da Edi Raffin. I professionisti che lo giocavano erano degli idoli per me. Appena ho potuto, ho fatto loro da sparring, nel 2009 invece sono sceso in campo per la prima volta alle qualificazioni.
All’Eurosporting ero di casa: quando ho deciso di fare sul serio, alla fine degli under 16, ho cominciato ad allenarmi a 360º proprio lì, con Mosè Navarra».
Con dei sacrifici non indifferenti
«Facevo lo scientifico, ma prima della quarta ho raddoppiato gli allenamenti, con sessioni sia mattutine sia pomeridiane, ho dovuto frequentare un istituto privato. Per me il tennis era già come un lavoro, pur non retribuito: l’obiettivo era vivere di questo sport».
Obiettivo raggiunto completamente qualche anno fa. Come mai hai deciso di smettere proprio all’apice, nel 2024?
«È la prima volta che lo voglio raccontare. Mi sentivo appagato, ero consapevole di aver risolto i miei problemi: alle medie mi sentivo fortemente giudicato, bullizzato dai miei coetanei perché in sovrappeso e figlio di un professore. Per me il tennis è stato una riscossa, una strada per riuscire in qualcosa di molto complesso. La passione si è trasformata in missione».
Con che conseguenze?
«Nel momento in cui sono arrivato all’apice le mie energie nervose mi avevano consumato: non ho vissuto nel modo giusto la competizione, soffrivo molto i pre partita, non ero spensierato. Volevo il controllo su tutto. Eppure i miei genitori, Marco e Renza, pur trasmettendomi l’etica del lavoro, non mi hanno mai spinto a giocare, ero libero di smettere».
La tua passione per il tennis è scoccata però anche per imitare tuo padre, istruttore di tennis
«Sì, a 3 o 4 anni lo vedevo tornare a casa con le racchette : ero curioso, giochicchiavo con la pallina a casa. Poi ho iniziato a frequentare i corsi proprio con papà a Fiume Veneto, per gioco. A 12 anni ho vinto i regionali, la passione è salita».
E poi?
«Dopo Cordenons, a 19 anni mi sono trasferito per poco ad Este, poi a Milano e a Pavia, allenandomi prima con Uros Vico, poi con Mattia Livraghi. C’è stata anche una collaborazione tra i due, a cui devo molto, mi sono sentito capito».
Che cambiamento è stato?
«25-30 settimane all’anno in giro per l’Europa per i tornei. I miei genitori e mia sorella Laura li vedevo al massimo 20 giorni all’anno, non mi potevano seguire: a livello economico i guadagni arrivano solo con le qualificazioni degli Slam».
Qualificazioni che hai raggiunto quattro anni fa
«Otto volte di fila. La prima è stata al Roland Garros, nel 2022, tutta la mia famiglia è venuta a vedermi. Ho perso, dando tutto, al terzo set contro Kubler, un giocatore da tabelloni principali. Ricordo le emozioni che avevo addosso, facevo anche fatica a respirare, volevo godermi ogni istante: sognavo quel momento fin da bambino, la terra rossa è sempre stata la superficie in cui ho reso di più».
E a quel bambino cosa vorresti dire?
«Di credere di più in se stesso. di non vivere il tennis come una missione e di godersi il momento più spesso, perché non dura per sempre purtroppo. Anche se quel bimbo non avrebbe mai pensato di arrivare alle qualificazioni slam, ci è riuscito proprio per la missione che sentiva dentro, per l’etica del lavoro e anche un po’ per l’ignoranza dell’ambiente: non sapeva quanto sarebbe stato difficile».
E puoi dire che Alcaraz ha vinto il suo primo challenger, nel 2020 a Trieste, proprio contro di te
«Ricordo la forte mentalità di Carlos, già evidente, e il suo desiderio costante di migliorare. Mi sono poi allenato con Sinner sette volte nel 2022: anche lui cercava ogni spunto per crescere. A Montecarlo ho fatto invece da sparring a Federer, uno dei miei idoli, è stato speciale».
Ora come è avere più tempo a disposizione?
«Ho una tranquillità diversa. Posso condividere più momenti con la mia ragazza Lucrezia e tornare in Friuli meno raramente. Vivo a San Benedetto, gioco la serie A a Pavia e sto iniziando un nuovo capitolo da allenatore a Teramo: vorrei costruire una realtà dal basso, puntando sui più piccoli».
Alleneresti in Friuli?
«Ora mi concentro su un bel progetto che ho sposato, è la mia priorità. Tornerei volentieri in Friuli, ma ci vogliono strutture pronte a ospitare un’accademia e persone che credano in un progetto, pronte a investire. Sono legato al Friuli: se chiudo gli occhi mi rivedo da piccolo in campo con mio padre a Fiume Veneto e poi a Cordenons, nel mio ultimo match da tennista professionista: avevo un sorriso stampato in faccia e intorno le persone che mi vogliono bene».
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