Nel calcio moderno i brasiliani hanno meno soprannomi
Da Pelé, Garrincha e Zico fino alla nazionale di Carlo Ancelotti: ecco perché i soprannomi storici dei calciatori brasiliani stanno scomparendo

Didì, Vavà, Pelè era quasi uno scioglilingua. I primi due si portavano dietro l’abbreviazione del loro nome quando erano bambini, O’Rey invece veniva chiamato Pelè per come lui pronunciava, storpiandolo, il nome del portiere Bilè.
In principio il calcio brasiliano era così: i giocatori per lo più erano identificati coi loro soprannomi. Il grande Zico si vide affibiato questo nomignolo perché la sorella non pronunciava bene il suo nome Arthur, affettuosamente trasformato in Arthurzinho e diceva “Zico”.
Ma le storie si sprecano: quando José Altafini arrivò in Italia era noto nel suo paese come “Mazzola” proprio in onore al grande Valentino a cui si diceva somigliasse anche fisicamente. E poi c’erano “Garrincha”, l’uccellino a cui lo paragonava la sorella, “Dunga”, cioè Cucciolo dei sette nani della Disney, “Viola”, dalla marca delle scarpette che portava da giovanissimo, “Müller”, da una storpiatura di mulo, pronunciato miller, e poi adattato alla grafia tedesca.
Le esagerazioni? Non potevano mancare, come nel caso di Diego Tardelli Martins, classe 1985, noto semplicemente come Tardelli, che in realtà non era parte del suo cognome me il secondo nome scelto dal padre grande tifoso di Marco Tardelli. Per non parlare di Credence Clearwater Couto, un attaccante nato nel 1979, anch’egli non soprannominato ma chiamato così dai genitori grandi fans del Credence Clearwater Revival.
Nella rosa brasiliana convocata negli States da Carlo Ancelotti dei soprannomi restano poche tracce. Il collettivo “Calcio da dietro” - gruppo di appassionati che sul web analizza il calcio con una angolatura intellettuale sempre stimolante - ha individuato due principali cause. La prima è la mggiore burocratizzazione del calcio professionistico: oggi i giocatori vengono registrati fin da piccoli con nome e cognome anagrafici, che diventano anche il riferimento ufficiale sulle magliette e nei documenti.
Per questo i soprannomi tradizionali trovano meno spazio. La seconda è la globalizzazione del mercato calcistico: i giovani talenti brasiliani si trasferiscono sempre più presto in Europa e non solo e hanno bisogno di costruire un'identità facilmente riconoscibile a livello internazionale. Utilizzare il proprio nome reale aiuta agenti, club e sponsor a identificarli senza equivoci.
Tuttavia, nel campionato brasiliano resistono ancora alcuni esempi come Yago Pikachu, Wellington Rato o Everton Cebolinha, anche se spesso il nomignolo è affiancato dal nome o dal cognome.
E questa in qualche modo è la prova del nove: chi non emigra rimane legato ad una tradizione calcistica in patria in cui il soprannome è una vera e propria istituzione.
In sostanza il soprannome nel calcio brasiliano non è sparito, ma si è trasformato: da elemento spontaneo e popolare è diventato un'eccezione. Miracoli del calcio moderno.
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