Quando il cuore si fermò a Brema: 60 anni fa la tragedia che spazzò via il meglio del nuoto italiano
Il 28 gennaio 1966 l’aereo Lufthansa su cui viaggiava la delegazione precipitò all’aeroporto di Brema. Tra le 46 vittime c’erano sette italiani, tra cui il triestino Bruno Bianchi e il veneziano Amedeo Chimisso

Il 28 gennaio ricorrono i 60 anni dalla Tragedia di Brema, il più grave lutto che abbia colpito il nuoto italiano. Per commemorare questo anniversario, a Brema, in varie città italiane, tra cui Trieste, sono state programmate diverse iniziative. Alle 18.50 tutte le attività nelle piscine si fermeranno per un minuto di silenzio. Per ricordare Bruno Bianchi, 22enne capitano della Nazionale, il comitato regionale Fin, presieduto da Sergio Pasquali, insieme al direttore Franco Del Campo e a Laura Sterni, presidente della sezione di Trieste dell’Associazione Azzurri d’Italia, organizzano alle 10.30 una cerimonia al Centro Federale di Trieste, intitolato a Bianchi. Triestino. nuotava a Torino per la squadra della Fiat. Già azzurro alle Olimpiadi di Roma 1960 e Tokyo 1964.
Era il 28 gennaio 1966 quando l’’aereo della Lufthansa su cui viaggiava la delegazione, decollato da Francoforte, precipitò all’aeroporto di Brema. Tra le 46 vittime c’erano sette italiani: Bruno Bianchi, il veneziano Amedeo Chimisso, i romani Sergio De Gregorio e Luciana Massenzi, il torinese Dino Rora, la bolognese Carmen Longo e la genovese Daniela Samuele.

I ricordi sono importanti. Si aggirano dentro la memoria e costruiscono la nostra identità. Spesso si depositano tranquillamente, ma altrettanto spesso ci inseguono e non ci abbandonano mai.
I miei ricordi sulla tragedia di Brema emergono dall’incredulità per una notizia che sembrava impossibile in un mondo nel quale le informazioni non giravano ancora fulminee dentro i social. Una notizia che era arrivata in modo nebbioso, incerto, frammentario, come erano quei giorni d’inverno. Una notizia talmente enorme e terribile, alla quale nessuno voleva credere e che invece si sarebbe consolidata in un grumo di dolore che non si è sciolto mai più.
Il meeting di Brema, lassù, al nord, era un appuntamento importante e per questo era stato selezionato il meglio della nazionale italiana, in una stagione nella quale gli incontri internazionali erano piuttosto rari.

Il giorno della tragedia era brutto, scuro e nebbioso e alle 18.51 del 28 gennaio 1966, esattamente 60 anni fa, quel piccolo aereo della Lufthansa, un bimotore a elica, si era incendiato a Brema, in un atterraggio mal riuscito, con la morte di tutti i 46 passeggeri e della nostra straordinaria squadra azzurra di nuoto.
Il capitano della squadra era Bruno Bianchi, triestino, serio e taciturno, da pochi anni era andato a nuotare a Torino, un cervello in fuga - si direbbe oggi - studente di fisica e punta di diamante della nazionale italiana. Per chi nuotava in quegli anni a Trieste era un mito, raccontato tante volte dal suo ex allenatore, Carlo Carboni, veterano della campagna di Russia, che era ritornato odiando la guerra e chi lo aveva mandato a combattere. Era un grande “artigiano” del nuoto, che lo aveva lasciato andare per permettergli un futuro migliore di nuoto, studio e lavoro. Bruno Bianchi, così, l’ho conosciuto poco, ma mi ricordo che -durante qualche gara di nuoto- mi aveva intravisto e sorriso, perché sapeva che ero triestino.
Con lui, su quell’aereo maledetto, c’era il suo amico fraterno, il torinese Dino Rora, altrettanto silenzioso, primatista europeo nei 100 dorso; e poi Amedeo Chimisso, veneziano, che aveva imparato a nuotare nella Giudecca, dalla gioia e dalla forza esplosiva, anche lui mistista e dorsista di livello internazionale, che nuotava e parlava volentieri con me in dialetto; la ranista bolognese Carmen Longo; la delfinista genovese Daniela Samuele, la più giovane del gruppo, che nuotava all’Olona di Milano.
Tra i romani, la dorsista Luciana Massenzi e il “purosangue” Sergio De Gregorio, stileliberista di talento, allenato da Paolo Costoli, anche lui perito a Brema. Nico Sapio, il telecronista della Rai, tra i primi a raccontare in televisione le imprese dei nuotatori italiani, che a quei tempi erano tanto ricchi di talento quanto poveri di notorietà. Con Amedeo Chimisso eravamo più amici che avversari perché era un grande dorsista, che io inseguivo, ammiravo e spesso guardavo quelle sue braccia forti che roteavano furiose in un dorso fatto di potenza e che mi sembrava impossibile sconfiggere. Con Amedeo ci si allenava, ma soprattutto si scherzava e si giocava perché aveva una vitalità irrefrenabile.
“Non erano né ricchi né famosi” scriverà subito dopo la tragedia Dino Buzzati, che segnalò la distratta partecipazione di una Italia concentrata sul festival di Sanremo. «A guardare le loro foto – continua Buzzati, dicendo una verità che rimane intatta ancora oggi- fanno tenerezza e pietà. E poi l’Italia era a seguire Sanremo, una gara di nuoto in un paese che non sa stare a galla, non era così interessante».
L’Italia, poi, lentamente, si è riempita di piscine ed ha imparato a nuotare e, finalmente, anche a vincere nelle difficili discipline del nuoto.
Ricordo ancora il dolore dell’intera città quando il feretro di Bruno Bianchi, tra due ali di folla, fu portato dalla piscina coperta, che poi avrebbe preso il suo nome, dalle Rive fino alla chiesa di Sant’Antonio Nuovo. Per me fu il dolore di un’assenza e di un vuoto quasi impossibile da colmare. L’anno dopo, invece, fui convocato in nazionale proprio in occasione del Meeting di Brema. Bisognava andarci per ricordare i nostri caduti, ma andammo in treno, proprio su quel treno che un anno prima fu scartato per scegliere l’aereo in una difficile combinazione di ritardi, che alla fine fu fatale.
Il pensiero “corsaro” di Pier Paolo Pasolini disse subito: “Quei visi dimostrano un completo abbandono alla vita. Come forza, come gioventù. Io mi chiedo quale disegno ci sia in questa orrenda disgrazia successa a Brema. Che cosa hanno voluto dire questi giovani a noi che sopravviviamo a loro”.
Non poteva esserci alcun “disegno” nella loro morte, ma ci hanno lasciato la loro voglia di vivere. La loro eredità è l’esempio che voleva coniugare l’impegno nello sport con quello nello studio e nella vita. Per anni mi sono portato dentro un vago senso di colpa per aver preso il posto di atleti che consideravo irraggiungibili. Ma la vita – come sempre - è andata avanti. Per me sono arrivati i titoli e i record italiani e le due finali nei 100 e 200 dorso alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, ma ho sempre sentito quei “compagni di squadra” come stimolo e modello. Un modello che il tempo non può cancellare dalla memoria.
Da oggi, forse, anche i giovani e meno giovani, hanno l’occasione di conoscere e ricordare il loro esempio prezioso.
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