Bruno Pizzul al suo ritorno come telecronista per La7 in tribuna allo stadio Dall'Ara, Bologna, 5 giugno 2005. ANSA / GIORGIO BENVENUTI
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Un anno senza Bruno Pizzul

Massimo Meroi

Il 5 marzo 2025 ci lasciava il "Professore" di Cormòns. Bartoletti racconta l'amico: «Riusciva a riunire tutti sotto la stessa bandiera. Era il vero maestro, io solo il suo direttore»

Un anno senza Bruno Pizzul. Il 5 marzo del 2025 ci lasciava il più grande giornalista sportivo friulano, un mix quasi perfetto di cultura, professionalità ma anche umanità. Bruno Pizzul era un po’ tutto di questo. Sapeva stare ovunque, comportarsi nel modo più corretto in qualunque situazione lavorativa e non. Proprio per questo aveva saputo farsi voler bene da tutti.

«In un mondo divisivo come il calcio, Bruno riusciva sempre a riunire tutti sotto la stessa bandiera: un’impresa», disse di lui Marino Bartoletti il giorno del suo funerale. Ed è proprio al collega e amico di una vita, che ci siamo rivolti per rendere omaggio – lui da lassù magari farà un sobbalzo, ma poi siamo certi che ci comprenderà – al professor Bruno Pizzul da Cormòns.

Bartoletti, se lo ricorda il primo incontro con Bruno Pizzul?

«A Milano nel 1971, io ero appena arrivato al Guerin Sportivo lui era già un affermato telecronista. C’è stato subito un grande feeling tra noi, siamo diventati amici. Quando nacque la mia secondogenita Caterina, Bruno e la moglie Maria furono i primi che arrivarono in ospedale. Ho tanti ricordi che si mescolano tra di loro».

E che riguardano altre persone, magari che arrivavano dalle sue parti.

«Sì, certo. Per esempio Zoff. Un giorno venne a Milano e io e Bruno lo invitammo a pranzo al circolo della stampa. Quando andammo a pagare scoprimmo di essere senza contanti e toccò a Dino pagare il conto. Non bene dire...».

Quanti anni avete trascorso assieme in Rai?

«Io ci arrivai dopo l’esperienza al Giorno. La cosa più strana, e che ancora oggi mi fa sorridere, è che una dozzina di anni dopo mi ritrovai a fare il direttore di Bruno, ma anche di Poltronieri, De Zan che erano stati i miei miti».

A “Quelli che il calcio” non avete mai fatto coppia?

«No, io ci ho lavorato dal 1993 al 2001 con Sassi. Carlo andò in pensione e io me ne andai per incompatibilità con Simona Ventura e al nostro posto arrivarono Bruno e Caputi. Ci siamo ritrovati in qualche occasione a fare coppia alle Olimpiadi di Atlanta, dove avevo il qualità di direttore presentavo il telecronista che stava per commentare l’avvenimento».

La sua arte oratoria era accattivante e faceva intendere che aveva fatto gli studi classici. Concorda?

«Assolutamente sì anche se ogni tanto si permetteva qualche concessione un po’ vintage».

Pizzul era uno dei pochi telecronisti che non aveva bisogno della seconda voce.

«Anche questo è vero. Ricordo che all’Europeo del 1996 ci fu il primo esperimento con due telecronisti. A fine partita mi telefonò dicendomi: “Se mi vuoi bene lasciami da solo”. E siccome gli volevo bene...».

Tutti ricordano Carlo Sassi come il moviolista per eccellenza, ma nella storica puntata della Domenica Sportiva quando l’arbitro Lo Bello ammise l’errore in un Juventus-Milan il moviolista era Pizzul.

«Vero. Il primo a farla fu lui, poi per quelli che potremmo chiamare equilibri redazionali cominciarono ad alternarsi lui e Sassi».

Ci indica una grande qualità del Bruno Pizzul giornalista?

«Quella di adeguarsi all’evento. Diciamo che era uno imparato, poteva esserci l’occasione in cui doveva improvvisare, ma nessuno davanti alla televisione se ne accorgeva. Oggi i giovani telecronisti non hanno il suo background, arrivano documentati, snocciolano numeri e statistiche che possono risultare noiosi, Bruno aveva la cultura dalla sua che lo faceva sempre stare avanti».

Una vita a Milano, poi nel momento della pensione il ritorno della sua Cormòns. Lui alle sue radici non ha mai rinunciato.

«Più volte all’anno lui e la signora Maria tornavano in Friuli e questo dice molto dell’uomo. Ma ce lo aveva sempre detto. Anche negli anni milanesi non rinunciò alla vita di provincia: aveva il suo bar come riferimento, gli amici per la partita a carte. Abitava a 300 metri dalla Rai e, mentre i colleghi perdevano tempo a trovare parcheggio, la sua unica preoccupazione era quella di chiudere il lucchetto della bicicletta. Ci dicevamo sempre che lo status di provinciali era un privilegio perché ci faceva restare attaccati alle origini e a essere attrezzati ad andare ma anche a tornare».

Sul Messaggero Veneto Pizzul ha scritto per anni una rubrica “Area di rigore” per commentare le gesta dell’Udinese. Ma è vero che la sua prima squadra era il Torino?

«Essendo un classe ’38 aveva sicuramente grandi ricordi del Grande Torino scomparso nel ’49 nella tragedia di Superga, ma per quanto ne so io la sua squadra del cuore era l’Udinese».

È vero che quando era al seguito della Nazionale e incontrava Bearzot e Zoff si mettevano a parlare tra loro in friulano?

«Assolutamente sì e tutti quelli che erano attorno a loro non capivano nulla. Bruno dei tre era sicuramente quello che lo parlava meglio e faceva un po’ da trascinatore. Al Mondiale del ’78 in Argentina Bruno era ospite fisso dei Fogolars Furlans e spesso mi trascinava con sè come ospite».

Negli anni della pensione nelle occasioni in cui veniva invitato a qualche iniziativa colpiva la sua grande capacità di relazionarsi con i giovani. Qual era il segreto?

«Semplicemente era il retaggio del suo trascorso da docente che non ha mai rinnegato. L’ho detto prima: io ero il suo direttore, ma il vero professore era Pizzul».

Parliamo un attimo della tragedia dell’Hysel. Trentotto tifosi della Juve morti nel pre-partita e Pizzul al microfono per due ore prima di poter cominciare a raccontare una partita che si giocò solo per motivi di ordine pubblico. Bruno non amava che si dicesse questo di lui, ma quella sera diede una lezione di giornalismo...

«Lui era incatenato davanti al microfono e le notizie gli arrivavano frammentarie. Io ero a Bruxelles per il Guerin Sportivo e non avevo la necessità impellente di scrivere il pezzo. Vidi i morti all’esterno dello stadio, assieme a Marco Bernardini di Tuttosport arrivammo anche allo spogliatoio della Juve. I giocatori sono stati eccessivamente attaccati per il comportamento che ebbero poi in campo: loro avevano visto arrivare in spogliatoio solo i tifosi feriti, chi con un braccio rotto, chi con una escoriazione. Quella sera per fortuna che al microfono c’era lui: fu lucido nella narrazione. Certo, dal suo tono di voce traspariva la sofferenza, poteva dire e non dire, ma non sbagliò una virgola».

La sua ultima telecronaca fu ad agosto 2002 Italia-Slovenia al Rocco di Trieste con gara sospesa per i fumogeni lanciati in campo. Meritava un finale migliore, non trova?

«Eh sì, ma la Nazionale gli ha procurato qualche dolore. Gli è mancata la conquista di un titolo, anche se non può essere quello a renderlo “immortale”. Si è rifatto commentando qualche vittoria in Coppa dei Campioni».

Però, diciamolo, il Mondiale di Italia ’90 rimane il suo grande rammarico, decisamente superiore a Usa ’94.

«Probabilmente sì, anche perché Bruno aveva un grande rapporto con Azeglio Vicini. Ma Bruno credo sia stato il confidente di Bearzot per le critiche che ricevette prima del Mondiale ad Argentina ’78 e soprattutto a Spagna ’82. Non ce l’ha mai confessato, ma sono abbastanza convinto che il ct lo chiamasse per sfogarsi per tutto quello che veniva detto sul suo conto».

Nel 2021, in occasione della finale dell’Europeo tra Inghilterra e Italia, a Pizzul fu chiesto di fare la telecronaca nella sua Cormòns. Lui che non amava le esibizioni poteva dire di sì solo alla sua gente, non trova?

«Rispondo in maniera molto sintetica: beato chi l’ha ascoltata quella telecronaca».

Bartoletti ci permetta la domanda un po’ spigolosa: ma Pizzul come avrebbe commentato la pessima telecronaca del direttore di Rai Sport in occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi?

«Non avrebbe detto nulla pubblicamente, perché Bruno era lontano dai giochi di potere, dalla vanità e dalla superbia che hanno portato qualcuno a prendersi il diritto di andare a fare qualcosa per cui non sei portato. Per Pizzul lo sport aveva una sacralità per cui non ai può mettere alla direzione di Rai Sport considerandola un bidone dell’immondizia il primo che passa di lì e che di sport non sa assolutamente nulla. Al sottoscritto o a Pizzul se avessero proposto la direzione del Sole 24 Ore avremmo detto no grazie, non ne siamo degni».

Un’ultima domanda: se ora lo avesse davanti cosa gli direbbe?

«Mi scuserei per essere stato astemio, cosa che solo l’amicizia gli ha consentito di perdonarmi, gli dire che mi dispiace aver declinato tutti gli inviti che mi aveva fatto per venire a trovarlo nella sua Cormòns ma gli ricorderei che il giorno del suo funerale sono arrivato prestissimo per stare il più a lungo possibile con lui. Glielo dovevo. E ce lo dovevamo».

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