Nicolato, ct della Lettonia: «Preferisco perdere, ma giocando bene»

L’ex allenatore della nazionale azzurra Under 21 a tutto campo su nuove esperienze e passato: «Mi considero un giochista, prediligo un gioco offensivo pur adattandomi ai giocatori. Al mondiale dico Spagna nonostante la partenza, l’Italia deve cambiare culturalmente»

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan

Paolo Nicolato, da tre anni ct della Lettonia, è stato tecnico federale in Italia per sette, guidando per quattro anni l'Under 21 azzurra.

«Innanzitutto diciamo che qui in Lettonia non faccio soltanto il commissario tecnico. Sono anche il responsabile tecnico di tutte le nazionali giovanili e mi divido tra la formazione ai tecnici e ai dirigenti di società, un bell’impegno».

Come è arrivato in Lettonia?

«Mi hanno chiamato loro, proponendomi un incarico di prospettiva. Ovvero far crescere il calcio in una nazione di un milione e ottocentomila abitanti, dove i campionati si giocano da marzo a novembre, l'inverno è lungo e basket e hockey la fanno da padroni tra le discipline più diffuse. L'obiettivo è costruire una progettualità a lungo termine. Di recente mi hanno prolungato il contratto fino alla fine del 2027, segno che il mio lavoro viene apprezzato».

Dove vive?

«Sto tutto l'anno a Riga, torno in Italia una volta al mese, ma per pochi giorni. Riga è una città bellissima, pulita, sicura e organizzata. Appena arrivi, si percepisce subito il rispetto per le persone, ma anche per le cose, il livello dei parchi naturali è altissimo».

Quale lingua parla?

«L'inglese lo sanno tutti, perciò il problema di capire e farsi capire non esiste, meno che mai con i calciatori. Da questo punto di vista, la popolazione è molto avanti. Altre lingue parlate sono il russo e il lettone».

Com'è il livello del calcio in Lettonia?

«Il campionato è di basso livello, si fanno due volte l'andata e due volte il ritorno».

Vale la nostra serie C?

«Un paio di squadre, le due migliori, sicuramente sì. Le altre sono semiprofessionistiche».

Calciatori che giocano all'estero?

«Sette-otto, ma nessuno nei primi dieci campionati d'Europa. Ne ho uno nella serie A svizzera, un paio in Norvegia e Danimarca, uno nella Bundesliga 2».

Posizione nel ranking Fifa?

«Tra il 135 e il 137, oscilliamo in questa fascia».

Immagino stia seguendo il Mondiale. Qual è la prima considerazione che le viene da fare?

«Intensità e organizzazione sono patrimonio ormai di tutte le squadre e per vincere devi fare fatica. Il dislivello tra nazionali forti e meno forti si sta assottigliando, il calcio è globale e le informazioni viaggiano ad una velocità incontrollata rispetto al passato. La conoscenza è sviluppata in tutti i continenti. Basta guardare nazionali come l'Australia e il Giappone».

L'Italia non c'è.

«La nostra società è cambiata, non tutti i ragazzi giocano a calcio, c'è un'offerta vasta di altre attività. E poi noi siamo sempre più in difficoltà anche dal punto di vista economico».

Lei ha allenato anche i nostri giovani migliori.

«Sì e dico che a livello culturale bisogna cominciare a cambiare. Primo, perché siamo un Paese per vecchi. Secondo, perché altrove, e in tutti i campi, a vent'anni non si è più giovani, ma pronti per altre esperienze. E poi nel calcio italiano abbiamo due grandi problemi: ci interessa molto l'oggi e poco o niente il domani. Perdoniamo meno l'errore di un giovane che quello di un esperto».

Tornando al Mondiale, la sua favorita è?

«Premesso che i pronostici li sbaglio sempre, penso che la Spagna, nonostante la prima partita sia stata deludente, abbia ormai trovato una continuità nella produzione dei calciatori che non ha paragoni. Poi dico Francia, spero nel Brasile del mio amico Carlo Ancelotti e non posso non citare l'Argentina».

Tra le sorprese?

«Il Marocco, che dopo le semifinali di quattro anni fa, non è più un outsider. Hanno quasi tutti ragazzi nati in Europa, sono in grande sviluppo e faranno molto bene».

Non posso non farle la domanda di moda: Nicolato è giochista o risultatista?

«A me piace vincere giocando bene. E, in linea di principio, preferisco una sconfitta, giocando un buon calcio, ad una vittoria che non sento mia».

Ha un sistema di gioco preferito?

«Non un sistema, ma principi di gioco che prediligono un calcio offensivo. In passato, difensivamente parlando, ho spesso attuato la linea a quattro, ma nelle Nazionali devi per forza di cose adattarti ai calciatori che ti ritrovi».

Nel suo futuro ci saranno altre esperienze all'estero?

«Già in passato mi era capitata la possibilità di lavorare fuori, ma non avevo potuto coglierla per ragioni familiari. Non escludo che in futuro possa risuccedere. Ma l'Italia è il mio Paese e, prima o poi, ritornerò».

Riproduzione riservata © il Nord Est