Disfatta azzurra, Zoff: «Fatto poco anche in undici, in Italia non si gioca al ritmo europeo»
L’analisi del capitano azzurro Campione del Mondo a Spagna ’82: «Nella nostra Serie A troppi fischi e troppi interventi da parte del Var»

«Abbiamo fatto poco anche quando eravamo in undici contro undici». L’analisi di Dino Zoff sulla mancata qualificazione dell’Italia ai campionati del Mondo per la terza volta di fila parte dal primo tempo della gara tra Bosnia Erzegovina e Italia.
Il portiere che alzò la Coppa del Mondo a Spagna ’82 preferisce parlare di calcio più che di politica calcistica («non mi compete») evidenziando quelli che sono i limiti attuali del nostro movimento. «Nella nostra Serie A si gioca un calcio lento, con tanti fischi arbitrali, il Var interviene come se piovesse e ne risente lo spettacolo e il ritmo del gioco. In Europa vanno a un’altra velocità».
Zoff, ha visto la partita. Che idea si è fatto?
«Sicuramente la gara è stata condizionata dall’episodio dell’espulsione di Bastoni, ma non è che in parità numerica avessimo fatto molto. La Bosnia ci ha regalato il primo gol, poi è riuscita a pareggiare ed è finita com’è finita, cioè malissimo».
Oggi si parla di Apocalisse, ma se avessimo sfruttato una delle tre occasioni per raddoppiare magari leggeremmo dei dieci eroi di Zenica.
«Lasciamo perdere gli eroi e l’Apocalisse. Diciamo che la verità sta nel mezzo: una Nazionale dalla grande tradizione come la nostra se salta tre edizioni consecutive del Mondiale è una cosa seria».
Da uomo di sport, la prima riforma che farebbe per cambiare questa tendenza quale sarebbe?
«Non voglio entrare nel merito della politica calcistica. Lascio prendere queste decisioni a chi di dovere. Mi limito a sottolineare che quello che si gioca in Italia è un calcio particolare, in una partita ci sono mille fischi, il Var interviene come se piovesse, i ritmi sono blandi e ne risente lo spettacolo. Nel resto d’Europa non è così».
Il presidente Gravina non ha rassegnato le dimissioni come per altro già non fece nel 2022. Allora, però, aveva il salvagente della vittoria dell’Europeo.
«Non entro nel merito. Mi limito a ricordare che noi quando tornammo da un mondiale perso in finale venimmo accolti malissimo. Mi riferisco a Messico ’70».
In Sudamerica si qualificano sei su dieci al Mondiale, in Europa la percentuale è molto più bassa. Eppure al prossimo torneo ci saranno 48 squadre, esattamente il doppio rispetto a Spagna ’82. Le piace questa formula? Oppure si gioca troppo?
«Il mondo è più grande a livello calcistico e quindi ci sta che ci siano più nazioni presenti. Poi sulla qualità delle partecipanti si può discutere all’infinito. Ai miei tempi l’Urss e la Jugoslavia erano due squadroni, oggi sono divise in tante repubbliche che sono comunque discretamente competitive».
I calciatori di oggi sono delle singole aziende, sono viziati da subito. Concorda con questa analisi?
«No, il problema, come ho detto prima è un altro: appena uno viene toccato si rotola a terra come se fosse stato colpito da una scarica elettrica. È una questione di cultura sportiva da ritrovare. Non dobbiamo dire che uno è stato furbo perché si è guadagnato un rigore».
Si parla tanto delle riforme. Ma ci vorranno almeno dieci anni per cominciare a vedere qualche frutto.
«Mi chiedo quali siano queste riforme. La verità è che una volta rincorrevi un pallone tutto il giorno in strada, oggi un bambino per giocare deve andare in una scuola calcio dove trascorre un’ora al massimo due». —
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