Moggi il garantista: «Rocchi? Agiva a fin di bene»
Il grande accusato di Calciopoli parla del “caso Rocchi” ricordando il 2006: «Senza carte non si può dire niente, ma sembra che i club non c’entrino»

Più perplesso che scettico, più attendista che aggressivo. A meno che, è ovvio, non si torni a parlare di Calciopoli. Perché in questo caso, Luciano Moggi ne ha per tutti. Da Franco Carraro, allora presidente federale ad Adriano Galliani, che era contemporaneamente presidente di Lega Calcio e amministratore delegato del Milan, da Paolo Bergamo – uno dei due designatori arbitrali, l’altro era Pierluigi Pairetto – al pubblico ministero Pino Narducci. Moggi conosce ormai a memoria quelle 170 mila intercettazioni («Che hanno pagato sia gli indagati che i contribuenti»), cita frasi, minacce e insulti tra virgolette, a dimostrazione che sa quel che dice, chi lo dice e perché.
Tuttavia davanti all’ultimo, assai presunto, scandalo arbitrale usa la prudenza. «Per parlare con cognizione di causa bisognerebbe conoscere i documenti, anche se l’esperienza mi dice che prima ti infangano e poi ti assolvono».
Sensazioni?
«L’unico imputato vero mi sembra Rocchi, una persona perbene, una persona seria. Dicono che bussava alla vetrata del Var di Lissone per correggere gli errori arbitrali? Mi domando: perché non avrebbe dovuto farlo?».
C’è un protocollo che lo vieta.
«Scusi, io dico: ma chi ha una grande responsabilità e può usare il bastone del comando perché non dovrebbe intervenire? Lo faceva a fin di bene. E poi Rocchi è uno che non guarda in faccia nessuno. Fosse stato un vigile, avrebbe multato anche i suoi genitori».
Ha la sensazioni che, prima o dopo, finisca coinvolto anche qualche dirigente di società?
«E come faccio a dirlo? Senza carte non si può dire niente. Anche se mi sembra che i club non c’entrino, è tutta una faccenda arbitrale, non credo che ci siano state società favorite. Certe cose, poi, vengono fuori a distanza di anni».
Per esempio?
«Perugia-Juventus del 2000, ultima di campionato».
Collina?
«Lasciamo stare, che su di lui si potrebbe scrivere un libro».
Chi altro, allora?
«Melli, attaccante del Perugia. Di recente ha raccontato che tra il primo e il secondo tempo, durante l’interminabile sospensione per la pioggia, i calciatori del Perugia avvicinarono quelli della Juve proponendo il pari, con il quale ci sarebbe stato spareggio con la Lazio».
E gli juventini cosa dissero?
«Parlò per tutti Montero: noi giochiamo solo per vincere».
E questo cosa significa?
«Significa che, al contrario di quel che pensavano tutti, non solo la Juve non aveva comprato la partita, ma i suoi dirigenti, e io tra questi, dell’episodio non sapevano niente. Quindi meglio non fare supposizioni».
Una curiosità: se vent’anni fa fosse esistito il Var, Calciopoli non sarebbe scoppiata o sarebbe stata una vicenda diversa?
«Non credo proprio. Io sono stato sempre contro il Var perché sapevo che arbitrare significa giudicare i fatti in maniera soggettiva, non oggettiva. L’oggettività riguarda il gol/non gol, tutto il resto è opinabile perché all'arbitro in campo si aggiunge un arbitro al Var. Si ricorda l’esperimento del doppio arbitro?».
Certo, fallì miseramente.
«Appunto. Come ha fallito il Var. Tutti quelli che dicevano: finalmente con il Var la Juve non vincerà più niente, ora lo maledicono. Perché con Andrea Agnelli la Juve ha continuato a vincere».
A proposito, cosa pensa dell’ex presidente?
«Penso che abbia pagato per una serie di cose che non ha fatto. Le plusvalenze non sono un reato e, come sappiamo, le fanno tutti. Anche in quel caso, al pari di Calciopoli, è stato battezzato come un sistema-Juventus. Troppi dimenticano che nel calcio la Juventus è l’unica squadra che ripiana immettendo milioni. Vedrà che Andrea sarà assolto dopo aver scontato una lunga squalifica sportiva».
Guarda ancora le partite?
«Sicuro, da appassionato. E non posso non domandarmi dove sia finita l’Italia. Siamo senza presidente federale, abbiamo un campionato brutto, mentre fino al 2006 era uno dei migliori d’Europa. In quello stesso anno diventammo campioni del mondo. Da allora abbiamo collezionato due eliminazioni al primo turno e per tre volte non ci siamo qualificati. Perché?».
Le è piaciuta la semifinale di Champions tra Psg e Bayern finita con un roboante 5-4?
«Come spettatore mi sono molto divertito, ma se fossi stato il dirigente o l’allenatore delle due squadre molto meno. In particolare credo che si possa arrabbiare Luis Enrique perché sul 5-2, e con la partita di ritorno da disputare fuori casa, devi giocare un po’ più abbottonato. I francesi hanno buttato via un grande vantaggio».
Le posso dire che mi aspettavo di più dal dirigente Ibrahimovic, uno dei suoi pupilli da calciatore?
«Zlatan è la dimostrazione che anche un grande giocatore non sempre è un buon dirigente. Ma Ibra lo può diventare, sono convinto che un po' di scuola gli servirebbe, perché il resto ce l’ha, a partire dalla conoscenza del calcio»,
Al Milan lo hanno un po’ messo in disparte.
«Se al Milan facessero un po’ meno confusione e non parlassero in tanti ne guadagnerebbero la società e la squadra. Già quando lo fanno in due uno è di troppo, figurarsi se ci si mettono in quattro o cinque».
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