Gigi Cagni: «Il calcio tutto e subito è il nostro fallimento»
L’ex storico calciatore e allenatore bresciano che portò l’Empoli in Europa analizza il momento di crisi vissuto dal calcio italiano «Servirebbe qualità, ma manca la materia prima»

Gigi Cagni ha avuto due vite: una da calciatore e l'altra da allenatore per un totale di 50 anni trascorsi nel mondo del pallone. Nato a Brescia, quartiere Carmine, uno dei più problematici ma identitari e orgogliosi della città.
Tra i giocatori detiene il record di presenze nel campionato di serie B con 485 partite pur avendo militato in due sole squadre – il Brescia e la Sambenedettese – prima di chiudere la carriera nell'Ospitaletto. Da allenatore ha guidato il Brescia Primavera, poi la Centese, il Piacenza (due volte), il Verona, il Genoa, la Salernitana, la Sampdoria, il Catanzaro, l'Empoli, il Parma, il Vicenza, lo Spezia, di nuovo la Sampdoria (in questo caso come vice di Zenga) e ancora il Brescia, con il quale aveva cominciato. Ha al suo attivo tre promozioni, tutte con il Piacenza: nel 1990-91 (serie B), nel 92-93 (serie A) e nel 1994-95 (serie A). Ma il suo capolavoro è stata la qualificazione dell'Empoli alla Coppa Uefa.
Nel 2005 ha pubblicato Ranget (arrangiati, in dialetto bresciano), il suo libro autobiografico.
L’intervista
L'Italia è un Paese che detesta la programmazione. Gigi Cagni ha 75 anni, ne ha viste e sentite di tutti i colori, ma ha un grande pregio: dice sempre ciò che pensa e pensa a quel che dice. Fuori dai giri lo è stato a lungo («mai avuto un procuratore e alcune volte sarebbe servito»), progressivamente si è collocato lontano da ogni catalogazione ideologica.
Battezzato, troppo frettolosamente, come “risultatista”, Cagni dice in premessa: «Noi italiani siamo quelli del tutto e subito. Dovremmo essere guidati dal merito, ma io di merito ne vedo poco, in tutti gli ambiti, non solo nel calcio».
Un esempio che la riguarda?
«A Brescia, l'ultimo anno che ho allenato, erano già retrocessi quando mancavano dodici giornate alla fine. Li salvo, Un'impresa. Mi aspetto che qualcuno mi chiami.Ci crede? Neanche mezza telefonata. Non dico dalla serie A, ma nemmeno dalla serie C. Non uno che mi abbia detto: ti voglio parlare, poi magari non ti prendo. No, niente di niente».
E lei a quel punto che cosa ha deciso di fare?
«Ho tratto le conclusioni: questo non è più il mio mondo. E mi sono ritirato al mare»
Parliamo della Nazionale eliminata per la terza volta consecutiva dal Mondiale?
«Parliamone, certo. Ma, mi ripeto, dovremmo cercare la qualità. In campo, fuori dal campo e al vertice. Invece abbiamo gli amici degli amici».
Restiamo al campo.
«La serie C non la guardo, a parte il Brescia e la Sambenedettese. La A e la B, invece sì. Tra tutti i calciatori della serie B non si riesce a trovare cinque o sei giovani adatti alla categoria superiore».
D'accordo, manca la qualità. Però in A manca anche il coraggio di lanciare i giovani.
«Un momento. Se a me offrissero una squadra e mi chiedessero di vincere lo scudetto, al massimo farò giocare un ragazzo, perché con i giovani è difficile vincere lo scudetto. Al contrario, se mi chiedi di far giocare tutti giovani, io dico va bene. Poi, però, alla prima sconfitta, il presidente non deve venire in spogliatoio a rimproverarmi perché abbiamo perso. Il tutto e subito non c'è, bisogna avere tempo».
E qualità, aggiunge lei.
«Certo. A Fabregas hanno chiesto: perché nella sua squadra non giocano italiani? E sa cos'ha risposto».
No.
«Perché di italiani, con la qualità che voglio io, non ce ne sono».
Come ricostruire, allora, dopo questo disastro?
«Di recente ho letto un'intervista a Bierhoff. Diceva che anche la Germania, non molto tempo fa, si è trovata in una situazione simile. La Federazione ha investito nelle Academy e, dopo dieci anni, hanno ritrovato una generazione di ottimi calciatori. Ora mi dico: perché non copiarla?».
Chi metterebbe come c.t.?
«Serve gente capace. Io avrei scelto Claudio Ranieri».
Ma è stato lui a dire di no. Almeno in base a come è stata ricostruita la vicenda in quei giorni.
«La verità è un'altra. La Federazione gli aveva proposto di fare il ct mantenendo il ruolo di dirigente della Roma. Ma Claudio è stato correttissimo. Siccome aveva già l'accordo con la società non ha voluto il doppio ruolo. Ranieri è una persona seria».
Non posso non chiederle della polemica con Adani.
«A dire la verità ha cominciato e fatto tutto lui. In un podcast con Ventola e Cassano se ne è saltato fuori dicendo che se l'Italia non andava al Mondiale era per colpa di allenatori come Gigi Cagni. Io neanche l'avevo sentito, me l'ha detto mia figlia. Non so perché l'abbia fatto. Penso che c'entri una mia intervista. Dissi: quando c'è lui alla Rai, io tolgo la voce. Poi, però, c'è un'altra storia».
Quale?
«Adani è stato mio giocatore all'Empoli e per me era una riserva. Ma sull'argomento nessuno ha mai detto niente, né abbiamo litigato. Era così e l'ha sempre accettato».
E Vicenza?
«Non credo c'entri. Mi chiamano al Vicenza a campionato in corso ed esonerano Baldini. Sa chi era il suo secondo?»
Certo che lo so: Adani.
«Comunque io non me la sono mica presa per quel che ha detto, anche perché non sono permaloso. Mi offendo se le parole vengono da una persona che stimo. Ma lui non è tra queste. Anche perché io ho fatto vent'anni il calciatore e trenta l'allenatore, non c'è paragone tra la storia mia e la sua. Sei più bravo di me anche se non lo hai dimostrato? Va bene, ma io nella mia carriera non sono mai stato insultato. Meno che mai quando parlavo con Pizzul, Ameri, Ciotti. La critica l'accetto, ma l'offesa no. Comunque di lui non parlo più, l'ho già fatto troppo. Sa qual è il bello?»
Qual è?
«Adani lo pago anch'io con il canone Rai».
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