Lo show teatrale di Repice a casa di Pizzul: «Caro Bruno, in questo calcio non ci sto capendo nulla»
Il celebre radiocronista di Radio Rai porta il suo spettacolo teatrale a Cormòns e ricorda il maestro Bruno Pizzul a un anno dalla scomparsa. Tra aneddoti mondiali e critiche ai calendari folli, Repice analizza la crisi del calcio italiano e incorona l'Udinese: «Solet è un fenomeno»

C’è un motivo per cui Francesco Repice è apprezzato da chi seguire il calcio. Il giornalista di Radio Rai, voce delle principali gare di Serie A e della Nazionale, è sincero, mai banale. E con le sue parole, la sua enfasi, accende la fantasia degli appassionati. Stasera il cronista – nato in Calabria, ma romano e romanista nel cuore – porterà il suo spettacolo teatrale a Cormòns, a casa di Bruno Pizzul. E se dovesse descrivere al collega, scomparso poco più di un anno fa, il calcio attuale, direbbe: «Non ci sto capendo nulla». Potrebbe cominciare così una sorta di lettera con il classico “Caro Bruno ti scrivo” e da continuare con una descrizione alla sua maniera, in modo discorsivo, sulle realtà che stanno punteggiando il nostro calcio, dalla Nazionale in crisi all’Inter che punta al double, all’Udinese tanto cara a Pizzul.
Repice, che ricordo ha innanzitutto del suo collega?
«Mi trovavo ai Mondiali del 2002, che si svolgevano in Corea del Sud e Giappone. Ero un ragazzino. Cercavo di parlare con lui di Pallone, per avere un confronto. Mi ricordo che vicino a lui c’era Giacomo Bulgarelli. Bruno cercava di uscire dall’argomento calcio, gli piaceva parlare di altro, anche perché eravamo lontano da casa».
Come dire: non solo sport, ma anche capire la realtà che vi circondava, diversa dalla nostra.
«Sì. Ricordo anche un aneddoto. Dopo la partita tra Italia e Croazia passò una persona con un distillato giapponese. “Bruno, c’è della grappa”, gli venne riferito. E lui: “Porta i biceri”. Bulgarelli rideva. Questo per dire che Pizzul era se stesso anche a migliaia di chilometri da casa».
Come gli descriverebbe il momento che sta attraversando il calcio?
«Bruno, non ci sto capendo nulla. Non riesco a capire dove vogliono portarci. E penso anche che chi si deve occupare di questo sport non l’ha ancora capito. Yamal si fa male? Sì, perché gioca 70 gare in un anno».
Troppi impegni e in calendario riescono a trovare spazio nuovi tornei. In questo contesto, latita il movimento italiano.
«Riaprire il capitolo Nazionale non è facile. Nelle competizioni europee di club non è rimasta più alcuna formazione tricolore. Le ultime due in gara (Bologna e Fiorentina, ndr) sono uscite dai quarti di finale di Europa e Conference League. E nelle sfide che hanno giocato non c’è stato confronto. Attorno a me vedo che tutti hanno soluzioni per ripartire: io non ho ricette, può essere tutto. Vedremo cosa porteranno le nuove governance. Mi atterrò alle loro decisioni».
Si va verso la fine della stagione. L’Inter può fare doppietta tra campionato e Coppa Italia. Il modo migliore per riscattare la scorsa annata?
«L’importante è vincere un trofeo e i nerazzurri stanno per farcela. Chivu ha fatto bene. Se vince lo scudetto sarà il più giovane allenatore nella storia dell’Inter a esserci riuscito da esordiente. In generale la squadra mi è piaciuta. È favorita nella finale di coppa, se gioca come sa giocare. Ma le finali, perciò anche quella con la Lazio, hanno una storia a sé (si gioca il 13 maggio, ndr). I biancocelesti hanno dimostrato di essere tosti».
C’è un giocatore che ancora la esalta?
«Direi Lautaro Martinez. Per alcuni gol, difficili, che ha realizzato, perché lo vedo come un calciatore su cui puntare forte: fa reparto, è un leader, è un campione del mondo».
Stasera si troverà in Friuli, nella casa dell’Udinese. Cosa ne pensa dei bianconeri?
«È una squadra forte fisicamente, con giocatori interessanti. Quello che mi piace di più è Oumar Solet. Ritengo che farà la fortuna del club. È un giocatore che può esprimersi bene in ogni campionato europeo».
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